CIPPI back                                                          

Sull’Appennino più su di Erdigoni, verso la cima ligure del Braglio, c’è un villaggio ora solo di quattro vecchi che la domenica vestono camicie rosa pallido aperte sul collo e calzoni neri, ridendo al bar del tempo col loro volto luminoso della gloria di chi ha vissuto retto e giusto voltando la terra, conoscendo la misura e il ciclo. Presso la fontana sulla piazza c’è un cippo di pietra che regge gli ovali in ceramica dei volti di Martini Emidio, di Zanardi Giuseppe, di Boiocchi Carlo e di altri ancora. Sono volti ventenni spaesati e seri sotto il peso del cappello da alpino, da bersagliere, da fante.

 Il re e i suoi prefetti erano venuti a prendere il loro sangue per il bene della patria, per il bene di tutti, perché la vita buona dei nostri cari fosse preservata. E così Martini Emidio, Zanardi Giuseppe, Boiocchi Carlo e altri ancora furono caricati su lunghi treni e furono usati come sacchi di carne per far fronte alla tempesta che metteva a rischio la vita buona del re e dei suoi prefetti, oltre a quella di tutti i nostri cari. Passata la fiumana di sangue, essendo salvi tutti i nostri cari, il re e i suoi prefetti volevano ringraziare tutti per la bella prova, giacché la vita buona di sempre poteva ora riprendere come sempre, e pertanto fu decretato che gli azzoppati, gli accecati, i devastati e i miracolati ritornassero tranquilli e soddisfatti alle loro stalle, alle loro vanghe.

 Ma forse non era il caso che questi orbati se ne stessero col cappello in mano fuori dalla porta della casa di nostra signora Patria, ringraziando il re e i suoi prefetti del bello spettacolo di luci che dalle finestre tutti potevano vedere incantati senza nemmeno pagare la tassa per tanta meraviglia; e così chiesero a Benito di entrare a nome di loro tutti a vedere cosa ci fosse per loro di così bello e felice nel vivere nella casa di nostra signora Patria. E lui fece il possibile.

 Ogni giorno, dall’una alle due, fosse estate fosse inverno, facesse il caldo che rende sensuali gli aliti, facesse il freddo che spinge alla confidenza i cuori, consentiva che una donna intima della Patria lo raggiungesse nel suo gabinetto per intercedere affinché fosse concessa una qualche nuova patriottica incombenza alla propria famiglia. E così la moglie del sottosegretario alle pubbliche pompe, la figlia del plenipotenziario a Tripoli, la sorella del marchese – ciambellere della real villa, venivano fatte curvare ad angolo, le mani reggendo il peso del corpo, strette ai braccioli in legno di una poltroncina littorio. Poi, le gonne sollevate sul dorso e le mutande alle ginocchia, venivano inchiappettate dal figlio del fabbroferraio di Predappio con libidine fredda e indifferente.

Un dovere di Stato alla memoria di Martini Emidio, di Zanardi Giuseppe, di Boiocchi Carlo e altri ancora che non sappiamo se lo scambio, potendo scegliere, sarebbe stato di loro piena soddisfazione.

Ermete Dionisarco