LA NASCITA DI PIFFERO

Le origini della musica tradizionale dell'Appennino e del suo strumento principe: il piffero.

 

 
Molto molto tempo fa, gli Dei decisero che era venuto il momento di mostrarsi a qualcuno. Fra i tanti scelsero gli uomini, perché di tutti sicuramente erano i più litigiosi e ci sarebbe stato di che divertirsi. E’ per questo che donarono loro il linguaggio, grazie al quale sarebbe stato finalmente possibile parlarsi e conoscersi. Il linguaggio, come un tappeto volante, faceva  volare l’intero genere umano sopra l’intera foresta delle cose create e permetteva di conoscerle ad una ad una. Tuttavia, proprio a causa della furibonda litigiosità, gli uomini passavano più tempo a dibattere sul vero nome di questa o quella cosa che a raccontare e a gioire con gli Dei per lo straordinario regalo che avevano ricevuto. Certo parlavano con gli Dei, ma erano discorsi smozzicati, confusi, rappezzati. Alla fine lasciavano tutti insoddisfatti: gli Dei, da un lato, che non trovavano ragione per mostrare fino in fondo a tanto cattivi allievi quale fosse la vera misura della immensa la potenza d’essere di cui erano causa; e gli uomini, per parte loro, che dai discorsi con gli Dei ne uscivano più confusi che mai, al punto da convincersi che forse si trattava di un’immensa balla, che quelli con cui e attraverso cui parlavano forse non erano altro che  un’illusione acustica, un sogno di menti accalorate.
Quando tutto stava per precipitare, quando di nuovo, a forza di fare del linguaggio solo un mezzo per scambiarsi segnali utili per catturare nuove prede, gli uomini cominciarono a coprirsi di peli e a diventare colore della terra, una Dea ebbe pietà del genere umano che stava confondendosi nuovamente con la foresta e convinse il semidio dalle gambe caprine che viveva nascosto nella corteccia degli alberi a legare insieme dei corti tronchetti di canna e soffiarvi dentro non appena il sole dell’estate fosse arrivato a mezzogiorno. Il suono che uscì da quei legni attraversò le selve, risalì le vette, ridiscese e corse tutti i fondo valle. Chi era intento a banchettare, chi stava affondando l’aspro chiodo della zappa nella terra, chi tendeva, nascosto dietro una roccia, l’arco in attesa che il cervo corresse alla fonte, non appena udì il suono con cui il semidio incantava la natura, venne preso da un timore oscuro e invincibile che lo immobilizzava, benché il suo desidero fosse, all’opposto, quello di fuggire, di nascondersi, di non udire più nulla.
Poi però che il sole aveva sorpassato il suo zenith e dietro di esso il suono misterioso si era parimenti dissolto come se mai si fosse udito, gli uomini riuscivano finalmente ad uscire da quella corazza di pietra invisibile che li aveva immobilizzati e contro la quale pochi istanti prima avevano invano lottato per infrangerla. Si sentivano felici e rinfrancati come se una febbre estenuante li avesse alla fine lasciati, sentivano fluire nel loro corpo una nuova e più vitale energia. Più ancora rimaneva nelle loro orecchie una eco lontana del suono che avevano udito che li obbligava a modulare la loro voce seguendone l’andare del ritmo e  il venire dell’armonia. Cominciarono ad accorgersi che parlare era brutto se le parole non avevano quell’andare e quel venire che, sulle prime, non sapevano come chiamare, ma che poi, senza esitazione, anche i più litigiosi, convennero che fosse musica.
Si, sulla musica non si poteva litigare perché veniva ancor prima delle parole, perché era il segreto che dava corpo e anima ai discorsi e dunque era la musica, parola prima e causa di ogni discorso, la lingua di tutte le  lingue, quella con cui si doveva parlare agli Dei.
Per gli uomini che vivevano in pianura, fu facile tagliare la canna che cresceva abbondante presso i grandi fiumi e i laghi, e imitare lo strumento con cui il semidio rivelava agli uomini che la musica pietrifica il creato e risveglia il seme divino che si nasconde dentro le rocce, nel midollo delle ossa, nel nocciolo dei frutti. Ma per la gente di questi monti, la canna era rara da trovare e temendo che gli Dei senza la musica non si sarebbero più fatti vedere, abbandonandoli ad un destino selvaggio e infelice, decisero che tutti  i giovani corressero i fondo valle in cerca di canne da trasformare in strumento con cui parlare agli Dei. Ma quello che si trovò fu poco e vile, e allora i sacerdoti, affranti e disperati, promisero di sacrificare la fanciulla più bella e più radiosa alla Dea che aveva insegnato la musica agli uomini, se alla fine anche fra questi monti la canna fosse cresciuta abbondante.
Come voleva il costume, la fanciulla fu legata al suolo e fu cosparsa di latte nel bosco sacro alla vipera, madre di ogni estremo rimedio. La vipera, come voleva il rito, fu estratta dalla sua tana, infilata in un sacco che il Gran Sacerdote scosse e rigirò su stesso affinché la serpe, inferocita,  colpisse senza tregua  con le sue fauci le carni della vittima. Ma quando il Gran Sacerdote aprì l’imboccatura del sacco e  scagliò il suo contenuto sul corpo della fanciulla, una misteriosa mano afferrò in volo la vipera, la tese ritta con l’altra, come fosse un bastone, prese in bocca la sua coda e cominciò a soffiarvi dentro. Un suono meraviglioso uscì dalle fauci spalancate della belva, quindi la misteriosa presenza, che aveva compiuto il miracolo, sparì e la serpe cadde al suolo. Quando i più ardimentosi osarono avvicinarsi videro a terra soltanto un pezzo di legno lungo quanto una vipera, che ad una imboccatura era stretto e sottile come la coda di una serpe e, altra estremità, era aperto e tondo quasi a imitare le fauci spalancate di una vipera inferocita.  Per tutta la notte fino a quella successiva gli uomini rimasero in circolo attorno a quel pezzo di legno, quando però si levò la luna, il figlio più giovane del Gran Sacerdote afferrò quel legno e iniziò a soffiarvi dentro. Un suono potente ed entusiasmante cominciò a diffondersi per il bosco sacro; ogni paura era dissolta; la fanciulla fu liberata e issata su di un improvvisato baldacchino. Si tornava tutti a casa con la musica buona per ogni occasione, amica di ogni rito, compagna di ogni viaggio caro agli Dei.