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Per secoli la
comunicazione fra il Mediterraneo e la grande pianura è stata stata
assicurata dalle carovane di muli che dal porto di Genova risalivano
le valli dell'Appennino ligure e emiliano e raggiungevano le città
lombarde, piemontesi, emiliane. Lungo le impervie valli e le aspre
creste dei monti che separavano il mar ligure della pianura padana,
si dipanava una fitta maglia di sentieri percorsi ininterrottamente
da i mulattieri, che facevano tappa di villaggio in villaggio, di
osteria in osteria.
Era un mondo rurale semplice e composto che aveva saputo fare di
povertà virtù. Infatti il sistema di produzione era molto semplice:
ogni famiglia possedeva una certa estensione di terra, dalla quale
traeva la base del suo sostentamento che consisteva in una
agricoltura sostanzialmente di sussistenza (cereali, legumi,
ortaggi). Integrava il processo produttivo l’allevamento di qualche
animale (vacchette di montagna, capre e pecore, animali da cortile).
Il terreno produttivo era ricavato dal terrazzamento dei fianchi
dei monti e ogni striscia di terra veniva sorretta da un muretto a
secco in pietra, affinché non smottasse a valle. Gli animali da
cortile (conigli e pollame, soprattutto) fornivano quel poco di
proteine nobili necessarie alla salute, le vacche il latte per i
formaggi e davano il concime per i campi coltivati. Eppure,
nonostante la povertà delle materie, qui abbiamo una delle cucine
più gustose e fantasiose che si possano incontrare nell'Italia
montana.
Muli e
mulattieri
Osterie
Osterie e trattorie da mettere in agenda:
gli indirizzi, i percorsi, le mappe

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Repertori culinari:
risorse e ricette
La cucina
dell’Appennino è sicuramente il monumento più glorioso alla
creatività collettiva, silenziosa e sotterranea, ma, più ancora,
alla istintiva e possente volontà di fare casa, delle donne di
questi monti.
Come con così poco si sia riuscito a fare così tanto ha quasi del
miracoloso. Come persino il dolciastro e alla lunga nauseante
sapore delle castagne sia stato reso irriconoscibile, trasformando
la farina di questo frutto del bosco in gnocchi e fumanti minestre
piene di sapore, è stato di certo il premio di tante fatiche e
privazioni. Come da qualche testa d’aglio, qualche erba selvatica,
magre interiora di animali da cortile, frutti spontanei, lumache,
funghi, patatine da quattro soldi, pane secco, formaggette di
giornata, si siano potute trarre tante e tante pietanze dal sapore
unico e inconfondibile, pieno di grazia e di sostanza, è stato
certamente il premio per la forza d’animo con cui si sono affrontate
le più dure incombenze quotidiane e si è fatto fronte ad un ambiente
che chiedeva uno sforzo e una dedizione senza eguali per dare
qualcosa in cambio a chi aveva alzato casa, aggrappandosi ai fianchi
di questi monti.E di più ancora, non solo una varietà straordinaria
di piatti e di invenzioni di sapori, ma anche una loro disciplinato
e rituale consumo a scacciare una volta di più il disordine della
natura e ad esplicitare il bisogno di comunicare con le forze del
cielo anche nella quotidianità del desinare. Se ancora oggi si
ripetono scherzosamente i vecchi motti, tipici delle osterie, che
avvertivano sulle loro lavagnette: “giovedì gnocchi…. sabato
trippa…”, era chiaro che anche la più banale ed esteriore delle
occasioni per consumare il cibo, quello all’osteria, faceva proprio
il principio di dare alla successione settimanale dei piatti un
ordine e una riconoscibilità non solo per ragioni di economia, ma
anche per soddisfare un generale bisogno di dare un ordine simbolico
al succedersi dei giorni. In concreto, quale era l’alimentazione
quotidiana e il repertorio delle ricette che caratterizzavano questo
mondo? Data per scontata la grande differenza fra il mangiare
abituale dei giorni di feriali e quello speciale delle feste a
partire dalle domeniche e dalle grandi occasioni delle ricorrenze
religiose, bisogna osservare, da un lato, la grande costanza delle
materie prime e dei principali ingredienti su tutto l’arco
appenninico che comprende il territorio fra Scrivia, Curone, Borbera,
Trebbia, Aveto, Nure, Ceno e arriva fino ai liguri apuani, cioè la
Lunigiana, e, dall’altro, una significativa diversità di ricette a
seconda che a prevalere siano gli influssi liguri, lombardi,
piemontesi, emiliani. In ogni è impossibile tracciare confini
certi, la mescolanza è la regola di fondo, lo stato di fatto. L a
costanza delle materie prime è rappresentata dalla presenza costante
sulle tavole di ogni angolo di questo mondo di prodotti di raccolta
spontanei del bosco, fra cui il più importante è la castagna per
l’apporto calorico, e i funghi per il sapore, i condimenti, i
contorni. Inoltre dal bosco vengono erbe di ogni tipo, usate per
insaporire i cibi o per essere consumate come verdure da minestra o
insalata (ortiche, cicorie, ecc). Ci sono poi i prodotti classici
dell’orto, fra i quali primeggiano i cavoli, le zucchine, i fagioli
e i legumi in genere che si appaiono ai magri prodotti cerealicoli
dell’agricoltura di montagna, cioè mais, grano, segale, orzo, a cui
si aggiungevano il latte e i derivati del latte di una pastorizia
elementare, il più delle volte rappresentata da capre e pecore e
qualche vacca. Per l’apporto proteico, fondamentali risultavano gli
animali da cortile e, soprattutto, il maiale. Infine non senza
importanza la caccia stessa, e non tanto quella col fucile, ma
quella con i lacci e le trappole che aveva come preda uccelli,
lepri, scoiattoli. Era un mondo a bassissima specializzazione,
proprio a causa della conformazione del territorio che imponeva a
ciascuna famiglia di trarre alimento da tutte le possibili risorse
che l’ambiente metteva a disposizione e dunque metteva tutti i suoi
i membri nella condizione di dover essere al tempo stesso
agricoltori, cacciatori, pastori, boscaioli. Persino chi svolgeva un
mestiere ad altissima specializzazione, come il falegname o il
fabbro, aveva della terra da coltivare personalmente, degli animali
da fare pascolare. E, peraltro, questa universale condizione di
dipendenza diretta e personale dalla terra coltivata, dal bosco,
dagli animali da pascolo, questo continua necessità di trasformarsi
di volta in volta in ortolani, falciatori, trebbiatori, cacciatori,
boscaioli, pastori, imponeva che anche le donne partecipassero a
questo scambio continuo di ruoli produttivi, ragion per cui
sapessero caricare e cavalcare una mula, mettere delle trappole per
le lepri, falciare un prato, guidare un gregge. Su queste montagne,
di tutti i desideri che potevano figurarsi le donne, quello di
emanciparsi era sicuramente quello meno impellente. Lo avevano
realizzato da sempre, da sempre sono state al pari dei loro uomini.
L’influsso
ligure
E’ sicuramente
la cucina più straordinaria, perché riesce, più di tutte, fare di
povertà virtù. Ossia utilizza alimenti di estrema semplicità e
povertà, li combina insieme, e ottiene piatti di eccezionale gusto e
pienezza.

Frisceu
(frittelle di farina di castagne,
oggi praticamente introvabili)
La ricetta
originale prevede che si usi olio di noci e non di oliva o di semi.
Ma l’olio di noci oggi non lo trovate nemmeno in farmacia. Le
frittelle si ottengono mescolando la farina di castagne con acqua
tiepida e latte fino ad ottenere una densa pastella. Si mettono a
cucchiaiate in abbondante olio bollente e si mangiano al momento.
Menestra
de castagne e tajarin
Con
l’imborghesimento si sono sostituiti i tagliarini (le sottili
tagliatelle di farina fatte in casa) con il riso. Ma la ricette
originale prevede appunto che alle castagne si uniscano i tajarin.
La minestra prevede la cottura fino al disfarsi delle castagne in
brodo di lardo pestato e aromatizzato con timo. A quel punto si
buttano i tajarin con latte e panna fino a loro cottura. Si ottiene
una minestra densa, quasi una crema che si consuma caldissima con
formaggio grattugiato.
Menestra
de erbe
E’ la più
semplice e la più antica forma di minestrone. Si può fare solo a
primavera, quando nei campi cominciano a germogliare le erbe
spontanee. Non esistono ingredienti fissi, tutto dipende dalle erbe
che si trovano e che possono essere: piantaggine, cime di ortiche,
cime di vitalba, coste selvatiche, ravizzone, foglie di primule. La
minestra prevede inoltre fagioli borlotti e patate tagliate a
piccoli tocchetti soffritti con lardo fresco. Al momento di servire
cospargere il tutto con un pesto di timo e formaggio grattugiato.
Frittata
di piantaggine
Si soffrigge la
piantaggine trovata nei campi nello strutto con aglio e cipolla. Si
aggiungono quindi le uova sbattute e del formaggio tenero e si
cucina il tutto al modo solito delle frittate.
Gnocchi di
farina di castagne
Metà farina di
castagne e metà farina di frumento ben mescolate. Si quindi gli
gnocchi al modo solito e si condiscono con ricotta e formaggio
grattugiato.
Brebuggiun
Patate bollite e
poi schiacciate in padella e fatte passare in un soffritto di
lardo, cipolla e tritato di bietole. Si aggiungono infine fagioli
borlotti cotti e latte, si fa cuocere il tutto fino ad ottenere un
insieme consistente e cremoso.
Funghi e
patate
Altra
combinazione straordinaria di due alimenti, sostanzialmente poveri,
che riesce a fissare il sapore avvolgente e inebriante del fungo in
quella eccezionale carta assorbente che è la patata. Si mettono le
patate in una teglia tagliate a fette con olio e sapori (aglio,
prezzemolo e pepe) e sopra di esse le cappelle dei porcini e si fa
cuocere a fuoco lento con la teglia direttamente nella brace del
focolare.

Gallina
lessa ripiena
Un piatto
tipico delle grandi occasioni, come il Natale. Utilizza come base
del ripieno le stesse interiora della gallina, che vengono rosolate
con la cipolla in padella e poi unite a mollica di pane bagnata nel
latte, formaggio grattugiato, uova, aglio, prezzemolo, timo. La
gallina viene servita fredda con un contorno di patate.
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