GENOVESI DI MONTAGNA: DALL'ANTOLA A
PENTEMA, E POI TORRIGLIA
Lo zoccolo duro della
tradizione ligure non è sul mare, ma in montagna. E questo lo
sanno tutti. I Liguri, come raccontano Esiodo, Erodoto e Diodoro
Siculo, sono marinai intrepidi che si muovono su navicelle
grandi come gusci di noce e con esse arrivano ovunque nel
Mediterraneo, eppure il mare è loro estraneo, non è l’elemento
più contiguo alla loro natura come lo fu per i Fenici, per gli
Ateniesi, per i Veneziani. I monti e le selve sono il luogo del
loro cuore. Le creste deserte il luogo dove i loro dei chiesero
fossero innalzati i dolmen per la loro gloria. Le selve, le
valli profonde, i crinali, i luoghi ove isolarsi e ove sognare
di vivere senza l’incomodo di vicini che vengano a ficcare il
naso nelle tue faccende; vivere con poco, ma indipendenti da
tutti e da tutto, anche dai propri capricci e dalle proprie,
occasionali, manie di grandezza; fare da sé, non avere bisogno
di nessuno, non
ostentare, non desiderare essere invidiati, ecco il vero
estratto di anima ligure. Dunque è nella fascia di territorio
che circonda Genova e non in Genova città, che troverete
l’essenza, o i brandelli che di essa rimane, della natura
ligure. Ed essa agisce
alla stessa maniera in tutto. Ad esempio, al Ligure autentico il
cibo piace eccome, ma deve essere semplice, molto buono, cioè
saporito e armonico nella mistione dei sapori, e facile da
preparare. Lo stesso per la figa. Al Ligure la figa piace molto,
ma deve lasciarsi raggiungere senza imporre contorcimenti
mentali e non deve dare problemi. Ben pochi si metterebbero al
fianco una gran figa superstronza solo per il gusto di farsi
vedere in giro con lei sottobraccio...
Per questo viaggio dal
monte Antola,scendendo fino alla valle Pentemina, che è il cuore
stesso dei Liguri di montagna prendiamo come punto di partenza,
al confine fra Piemnte e Liguria, lungo la val Borbera che
separa le due regioni. Carrega Ligure è un villaggio che confina
con Macondo e che, per distrazione, Gabriel Garcìa Marquèz si
dimenticato di citare come luogo di nascita di Esmeraldina
Centavos. D’altra parte, il colonnello Aureliano Buendìa
discende senza dubbio alcuno da una famiglia che per secoli ha
abitato in una casa di pietra dalle parti di Propata. Stesso
profilo aguzzo e asciutto, stessa paziente testardaggine a
seguire disinteressatamente un’ideale bello ed evanescente come
una favola, pur di non darla vinta. Sopra Carrega ci sono le
Capanne di Carrega, ossia i rifugi per la notte di chi doveva
badare al pascolo delle bestie durante l’estate. E qui c’ anche
il passo che porta in Liguria e sul monte Antola.
Propata, Fascia, Caprile sono i piccoli villaggi che fanno ala
al discendere verso valle, fino al lago artificiale del Brugneto.
Di essi, Fascia è sicuramente quello storicamente e socialmente
più importante, se viene nominato in un documento che
risale al 1186 e della sua chiesa, dedicata alla Santissima
Maria Annunziata, si ha notizia dal 1248. Per quanto
raggiungibile solo con la mulattiera fino a dopo la seconda
guerra mondiale, fu comune, vi fu una scuola elementare, e
arrivò a contare
un paio di centinaia di persone, per poi spopolarsi quasi
completamente a partire dagli anni ’50 del secolo scorso. Fatto
curioso, la prima auto che poté arrivare a Fascia fu solo nel
1964, quando venne costruita una carrozzabile che sostituiva la
mulattiera.
Ma la carrozzabile favorì l’esodo finale dal paese, che oggi è
popolato stabilmente da una decina di persone, per rianimarsi
durante l’estate, quando le vecchie case sono nuovamente abitate
dai figli e dai figli dei figli degli antichi residenti.
Scendendo verso Propata e verso il lago artificiale del Brugneto,
una breve deviazione va sicuramente fatta per raggiungere il
villaggio di Caprile, che è un altro di quei luoghi minimi e
incantati fra le pieghe di questi monti. Il nome dice tutto,
circa le sue origini pastorali. Fu però, negli anni ’70 e ’80 un
luogo di villeggiatura piuttosto apprezzato, anche per la
possibilità di passeggiate fra i suoi ampi boschi. Oggi rimane
uno storico monumento a questo turismo stanziale. Si tratta del
ristorante albergo ‘Da Berto’, che una volta ospitava decine e
decine di famiglie e offriva anche un’immensa sala per il ballo
liscio. Oggi, le sue stanze funzionano a scansione ridotta,
resta, però, il tipicissimo ristorante, uno dei più genuini e
curati della zona.Qui un paio di anziane signore preparano con
consumata esperienza ed encomiabile dedizione tutto il
repertorio dei piatti classici della cucina ligure di montagna.
Arrivati al lago di
Brugneto, prendiamo per Bavastri, Garaventa, Donnetta. Qui
risaliamo una strada minima, ma asfaltata, che ci porta a
Pentema, che è uno dei dodici ombelichi del mondo, uno dei sette
languori dell’anima. E’ un aquilone di tetti sospesi a mezza
costa del lato al sole della valle Pentemina. Tutto intorno la
vista a fino perdersi all’orizzonte dei monti che degradano
verso il mare o salgono fino alle Alpi marittime. Fra i costoni
dei monti, sparsi qui è là, due o tre casoni, a fare compagnia
al bosco o alla radura o alle fasce ormai non più coltivate.
L’intensità del sole, i colori e profumi che si diffondono
nell’aria sono quelli del Mediterraneo, benché si sia ad
altitudini montane. Ma l’aria di mare risale lungo i canaloni
delle valli e porta il tiepido fra la terra e le rocce che,
inondate dalla luce piena del sole, fanno nascere la ginestra,
la lavanda, l’origano e persino il pino. Così il profumo è
quello inconfondibile del salso temperato dalla salita sul
monte, che mescola l’aspro tenue della resina del pino
marittimo, col dolce del fico, col folle estatico della lavanda,
col giallo amaro della ginestra. La grande chiesa che fa da
vertice superiore ai lati del triangolo di tetti che scendono
verso valle è uno stravagante ghiribizzo al senso ordinario
delle cose. Non solo per
le dimensioni rispetto al pugno di case che tiene al proprio
seguito, ma per la forma della sua struttura che, con la cupola
che fa da cappello al tondo del suo corpo, sembra un monastero
ortodosso del Peloponneso piuttosto che la solita e massiccia
sacra
capanna della tradizione latina. Il paese si è conquistato una
certa celebrità non tanto per la sua bellezza, quanto per un
presepe vivente al quale concorrono la più parte degli abitanti.
In realtà che il luogo sia incantato, lo dimostra la cura con
cui le vecchie
case sono tenute dai proprietari che, con orgoglio, vi parlano
del paese, della sua storia e, naturalmente, del presepe di cui
sono protagonisti. Da ricordare che vi è una deliziosa
trattoria, proprio all’ingresso delle scalinate che scendono
verso il
cuore del paese. Si chiama Al Pettirosso, ed è condotta in modo
assolutamente famigliare da una coppia di signori (marito e
moglie, per essere precisi, perché a parlare di una coppia di
signori, al tempo del politically correct si potrebbe anche
equivocare) gentili e affabili che vi riservano una cucina
perfetta nella sua semplicità. La strada prosegue lungo tutta la
costa del monte e arriva fino a valle dove in breve si è a
Montoggio. E’ un tuffo nel selvatico fra i colori della macchia
mediterranea
che si intrecciano e si arrendono a quelli ben più sobri e
composti della montagna appenninica, cioè il verde pallido del
castagno e quello opaco del cerro o quello intenso e livido
dell’abete. Insomma essere passati di qui molto meglio che
essere stati
a fare flanella sulla spiaggia di Mombasa.