Storia

Il paese, a soli 16 chilometri da Bergamo, è situato nella parte più stretta della valle San Martino, lungo la quale si snodava l’importante strada romana che collegava Brescia  con Bergamo, Lecco e Como. In quest’ottica si spiega come dislocazione nella parte più stretta della valle e i resti di una antica torre, ne facessero un punto strategico di primaria importanza già in epoca alto medioevale e come la scelta di questo luogo per erigere l’abbazia di San Giacomo Maggiore rispondesse, a sua volta, ad un preciso intento di controllo e pacificazione di un’area così importante per i colle­gamenti dei borghi della Lombardia prealpina e lacustre. In effetti, la fama e l’importanza di questa località viene a coincidere con quella dell’abbazia che fu  fatta erigere nel 1076 da S. Alberto di Prezzate, un nobile del luogo, che donò all’ordine benedettino  dei cluniacensi i beni ricevuti in eredità del padre. Su questi terreni, i benedettini edificarono luoghi di pre­ghiera e abbazie, riservando a S. Alberto il priorato di Pontida, dove già esisteva una piccola chiesa che fu inglobata nelle nuove costruzioni abbaziali. Il monastero divenne presto un im­portante centro di vita, non solo spirituale, ma, come accadeva sempre in epoca medioevale, anche econo­mica e politica, al punto di essere indicato come il luogo ove i comuni lombardi, in lotta contro l’imperatore, si unirono per fondare la Lega Lombarda.  Il celebre giuramento di Pontida (7 aprile 1167) è sicuramente circondato da un’aurea di leggenda e nessuno può dire certezza se avvenne nei modi e con le caratteristiche con cui è stato tramandato dalla storiografia patriottica ottocentesca. Tuttavia Pontida e il suo monastero furono sicuramente un punto di riferimento politico e organizzativo per il comuni che aspiravano a liberarsi del giogo politico e dei vincoli amministrativi che li legavano al Sacro Romano Impero di Germania.

Il giuramento di Pontida del 7 aprile 1167 fu pronunciato dai legati di Ber­gamo, Brescia, Cremona, Mantova, che formarono, appunto, la Lega Lombarda. Ad essa aderì subito dopo Milano, o meglio quello che restava di essa, essendo stata rasa al suolo dall’imperatore Federico Barbarossa cin­que anni prima. Infine aderirono buona parte degli altri comuni lombardi, fino a raggiungere il numero complessivo di 16 congiurati. Che il giuramento fosse av­venuto sotto gli auspici di un impor­tante ordine monastico, lo testi­monia un cippo conservato nel Museo Civico di Milano che mostra i soldati della Lega entrare in Milano per ricostruirla, preceduti da un monaco.

Ad ogni modo, le vicende politiche del monastero di Pontida non si limitano a questo storico episodio. Il coinvolgimento diretto e indiretto degli ordini monastici e della potenza delle strutture che da essi dipendevano era costante, così come costante era l’odio e l’ira che sistematicamente si abatteva su di loro ora da questa ora da quella parte politica. Non esiste abbazia lombarda che, per un verso o per l’altro, non sia stata coinvolta nelle più violente vicende politiche della propria epoca e non abbia subito aggressioni armate, distruzioni, stragi. San Giacomo Maggiore subì la più drammatica devastazione nel 1373, per mano di Barnabò Visconti che la assalì per vendicare la morte del figlio avvenuta a Caprino Bergamasco, a seguito di una congiura di nobili Guelfi locali. Considerando il mo­nastero direttamente coinvolto nella congiura, anche perché i con­giurati si erano asserragliati nel convento, prima promise la vita salva ai frati e ai guelfi che si fossero ar­resi, ma avendo questi accettato ed essendo usciti disar­mati, li fece tutti decapitare. Quindi diede ordine di demolire il convento e anche la stessa chiesa. Tuttavia quando Bergamo e la valle di S. Martino passarono sotto la si­gnoria di Venezia, l’intera struttura monastica fu riedi­ficata con grande profusione di mezzi e la chiesa assunse la fisionomia rinascimentale che tuttora conserva. Per altro verso, il monastero tornò ad essere un importante centro di vita economica non solo grazie al tradizionale lavoro agricolo, ma anche grazie all’introduzione del baco da seta e alla produzione manifatturiera della seta. L’invasione napoleonica e la costituzione della successiva Repubblica Cisalpina decretò la soppressione degli ordini monastici e l’incameramento dei loro beni. Per Pontida, come per tutti gli altri monasteri italiani investiti dal diluvio giacobino, fu la fine. L’’800 rappresentò un secolo di degrado dell’intera vita monastica e l’unico interesse che Pontida riuscì a suscitare fu quello di essere trasformata in una specie di “Sacrario Patriottico”, ossia una specie di luogo esem­plare nel quale si farneticava la nascita di un presunto sentimento patriottico italico. Solo nel 1910, i Benedettini poterono riprendere possesso dell’abbazia e mettersi all’opera per recuperare alla vita civile e spirituale quanto rimaneva delle antiche strutture architettonica. Al momento attuale, possiamo dire che questo intenso lavoro può dirsi concluso e l’intero complesso abbaziale è tor­nato a nuova vita e rinnovato splendore.

 

 

ABBAZIA DI SAN GIACOMO MAGGIORE

Pontida (BG)

   Architettura e arte

Fu edificata fra 1294 e il 1310 su disegno e sotto la direzione dell’architetto  Giovanni da Menaggio, per incarico del Cardinale Guglielmo Longo, che volle che l’edificio religioso si presentasse  con tutta l’imponenza che meritava in virtù dell’importanza politica ed economica che aveva la struttura monastica all’interno di tutta l’area compresa fra Brescia, Bergamo, Lecco. In questa prospettiva, si spiega la maestosa scalinata antistante alla facciata che dona all’intero edificio un senso di maestosa gravità. Dopo le gravi demolizioni subite per la vendetta di Ber­nabò Visconti, la facciata fu ricostruita senza rispettare l’antico impianto stilistico di stampo gotico lombardo, ma fu introdotto un pronao neoclassico, abbastanza ellittico e dissonante rispetto all’insieme della costruzione. All’interno troviamo opere e frammenti di opere che risalgono alle sue origini, come la tomba di S. Alberto da Prezzate, quindi fram­menti di affreschi trecenteschi alla base della torre del campanile. In sacrestia, invece, abbiamo affreschi del ‘500. Il coro ligneo risale al 1540 ed è opera di scuola veneziana; lungo le fiancate della chiesa troviamo tele di Giacomo Gavazzi, di Luca Martinelli da Bassano, di Simone Calvi, di Gian Battista Ferrari, di Giacomo Delfino. Gli altari e gli arredi sacri sono tutti di epoca barocca e, fra essi, merita una menzione la elegante urna d’argento cesellato e sbalzato, opera del milanese Giovanni Navarrino, che racchiude le reliquie di S. Alberto e S. Vito. Il campanile è sormontato dalla statua gire­vole in rame di S. Giacomo, realizzata  nel 1826.

Come sempre di grande suggestione il chiostro, la parte più intima e raccolta di ogni impianto architettonico monastico.  Si tratta di una struttura di dimensioni piuttosto modeste che, tuttavia, sa infondere un sentimento di  pace e di raccoglimento, e che dunque è bello percorrere con calma e animo disteso.

 

 

 

 

 

L'edificio conventuale

 

La statua di San Giacomo

 Il chiostro