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Temporibus illis, quando il sole saliva in cielo prima ancora dell’alba e faticava a coricarsi, dopo che la notte aveva già accarezzato i monti e le pianure con i suoi veli di penombra, prima o poi mi prendeva l’invincibile ardore di saltare su di una macchina, attraversare in un lampo il meridione della Francia , salire sul Pireneo, e dalla sua vetta calarmi lungo i tornanti, come un falco ad ali spiegate, verso le meraviglie di Navarra e di Galicia. Il viaggio era rapido e impietoso dello splendore raccolto sotto il cielo di Francia. Ma grazie alla bontà divina, un distillato di tanta bellezza che lasciavo fuggire, per impazienza, lungo le fiancate della macchina, in qualche modo doveva fissarsi nell’eternità della luce di nostro Signore. Così ricordo distintamente profumo della lavanda che colorava di blu la roccia severa dei monti di Provenza , e a noi, che eravamo giovani e incauti, inebriava la mente di una promessa di felicità gloriosa e perenne. In un balzo si era ad Arles, alla sinistra la piana di acquitrini e canne, dove cavalli tozzi e bianchi cavalcavano bradi fra tori neri, immobili e possenti come monumenti eretti alla gloria di quanto di generoso c’è nel maschio; più in là ancora, il Mediterraneo, che lì era più blu di qualsiasi altra riva toccasse. Il mezzogiorno era prossimo a zittire, con i suoi raggi a picco, il litigioso saltabeccare degli uccelli e i rumori con i quali la natura accompagna il suo respirare. Solo qualche gabbiano, all’orizzonte sul mare, indifferente della solennità del momento, di tanto in tanto, con un urlo acuto avvertiva la piana sopraffatta dalla calura della sua fatica. Lungo la litoranea, fra Nimes, Narbonne, Bezièrs, ci si doveva allora fermare nei pressi di un chiosco dal tetto di canne per mangiare una mezza dozzina di ostriche, accompagnate da un vino pallido e acidulo come il limone che, goccia a goccia, stillavamo sulle valve grigie che altre vulve ci facevano sognare. Ma quella era anche l’ora delle decisioni irrevocabili, se proseguire lungo la costa fino a Perpignàn e poi fiancheggiare i Pirenei , oppure tagliare per l’interno fra le colline della Auvèrgne fino a Tolosa e di lì ai passi della Garonna o di Roncisvalle. Non era una scelta facile, perché quanto di fulgore si guadagnava scegliendo una strada, si era certi di perderlo lasciando l’altra. Quella volta, per ragioni imprecisate, il dito seguì la vena rossa, disegnata sulla carta, che univa Narbonne ad Aurillac. L’Auvèrgne ci accolse fra il verde sobrio dei suoi campi ondulati e ci salutò con i tetti di lavagna nera delle sue austere maisòn di pietra, dimenticate nella campagna. I villaggi, raccolti attorno ad un campanile puntuto come la lancia di un cavaliere, ci invitavano a fermarci ai tavolini dei loro caffè, riparati sotto l’ombra di platani incuranti del tempo. L’insegna bianca e rossa di una boucherie ci sollecitava ad entrare affinché non commettessimo la betise di non spalmare l’indimenticabile patè de champagne sulla mollica di una baguette ancora tiepida. Ma chi ha fame di mondo, non ha tempo di lasciarsi sedurre dal languido piacere della lentezza. “Combién, messieur, trois cent grammes de patè?” “Et la boulangerie, ou est?” “Bien sur, messieur, la prochéme fois que je sarais icì, je resterais quattre vint dix annes, au moins”. Pane e patè su di una panchina, il tempo solo di calmare il morso della fame e poi ancora avanti, senza sosta, fino a Tarbes, proprio sotto il passo che porta a Jaca, quando il sole non arroventa più la strada, ma la confonde nella la sua luce obliqua. La salita è lenta, solenne, estatica. Man mano gli alberi si fanno più radi e maestosi. Fra i rami folate di nebbia che subito si dissolve ci fanno immaginare l’anima misteriosa che dà vita alla foresta e che chiede silenzio e rispetto a chi la attraversa. In lontananza, al crepuscolo, la luce di una baita che dà ospitalità ai viandanti. Pane, formaggio, latte appena munto e poi a letto, nel sacco a pelo, nel fienile adattato ad ospizio. Quella volta la meta era Turdela, cuore antico della Navarra, patria del gioco della pelota, una sorta di tennis preistorico, dove ogni anno i campioni di Navarra, Asturia e Galicia si sfidavano per il trofeo che avrebbe consacrato la loro bravura alla memoria imperitura. Il mattino ci portò la sensazione di felicità che danno i sogni netti e limpidi, dalla vetta già si vedeva la pianura gialla di grano maturo della Navarra. Sopporta cuore, sopporta! Non fremere d’impazienza, il sole è ancora acerbo in cielo, un passo e Turdela sarà tua. Entrammo fra le nere pietre di Turdela compunti come novizi in attesa dei voti. Per le strade tutti giocavano la palla basca: giovani, anziani, ragazze e ragazzi. Tutti i forestieri erano dolcemente, ma fermamente, invitati a provare la propria bravura a scagliare con il cesto la palla contro il muro e a riprenderla, di rimbalzo, nel medesimo cesto. Per ore mi esercitai contro il muro laterale della grande chiesa, tanto da sentire, colpo dopo colpo, il braccio andare quasi per conto suo, come se, guidato da ancestrali divinità euskadi, sapesse quali movimenti compiere. Acceleravo così la velocità e la violenza dei colpi, ormai invaso dall’ybris che tanti re ha condotto alla disfatta; così, improvvisamente, mentre ruotavo il braccio vorticosamente, sentii un dolore acuto e devastante al gomito destro: era il celebre gomito del tennista, che da allora non mi ha più lasciato. Anche adesso, dopo tanti anni, non posso più usare il mio braccio destro come vorrei; persino scrivere mi è difficile con la destra, tanto che è la mia sinistra a raccontarvi tutto ciò. |