ANDAR PER CASCINE

L'antica cascina della 'bassa' lombarda: storia e tradizione   Percorsi

 

Un po' di storia

Il significato stesso del termine stesso “cascina o cassina” non è riconducibile ad un’etimologia universalmente accettata. Secondo alcuni  deriverebbe dalla parola latina capsus, cioè luogo chiuso, recintato, ossia il luogo dove si custodivano gli animali; per altro verso è abbastanza evidente la connessione con la parola caseus, formaggio. In ogni caso, è certo che la cascina è collegata all’idea di un luogo con stalle e di produzione casearia D’altra parte, la cascina  vera e propria è situata nella ‘bassa’ ove è  possibile avere una sorta di agricoltura ‘idraulica’, a differenza dei terreni del nord della Lombardia, assai più asciutti e  meno produttivi. La ‘bassa’ è infatti caratterizzata dai fontanili che non solo garantiscono un flusso ininterrotto di acqua, ma anche di acqua relativamente tiepida, sgorgando da sottoterra. Ed proprio questa caratteristica che ha permesso la realizzazione delle marcite, ossia i campi coltivati a foraggio attraversati perennemente da un velo d’acqua a temperatura superiore allo zero che, impedendo al terreno di ghiacciare, consente una continua crescita dell’erba. E dunque l’abbondanza d’erba  rende possibili gli allevamenti intensivi di bovini e con essi la produzione di formaggi e carni.

D’altra parte, se la parola cascina risale al latino, è del tutto evidente che le sue origini sono antichissime e, sicuramente risalgono alla villa romana. Certamente, la cascina, come sistema produttivo basato sull’allevamento intensivo di animali, alimentati grazie al sistema delle marcite, risale al medioevo e, in particolare, al momento della  canalizzazione delle acque dei fontanili e dell’invenzione della tecnica della marcita. Siamo  fra il XII e il XIII secolo, quando  i territori Lombardi della ‘bassa’ furono  bonificati grazie al lavoro indefesso dei monaci cistercensi. Tuttavia se da un punto di vista architettonico,  non è difficile riuscire a trovare cascine risalenti ai secoli XV- XVI, ben più problematico appare risalire ad un tempo anteriore. Inoltre, da un punto di vista strutturale e funzionale, si può ben dire che l’organizzazione della cascina, così come è durata almeno fino alla metà del secolo scorso, è frutto della rivoluzione agricola del secolo XVII, quando, sull’esempio dei Paesi Bassi, fu definitivamente ottimizzato quello che gli storici dell’agricoltura chiamano il ‘ciclo virtuoso’, ossia la completa razionalizzazione delle colture e delle attività produttive. Si trattava di un perfetto bilanciamento delle potenzialità produttive della terra  che faceva perno sulla rotazione dei campi dedicati alla produzione cerealicola con quelli riservati alla produzione di foraggio. Il foraggio permetteva l’allevamento dei bovini; con il loro latte non solo si facevano i formaggi, ma, grazie al siero, si potevano allevare maiali in abbondanza. Con il letame si concimavano adeguatamente i campi dedicati ai cereali e con gli scarti dei cereali s’integrava l’alimentazione bovina, suina e degli animali da cortile. Insomma nulla era lasciato al caso, nulla era puro e inutile scarto. Ciò premesso non possiamo limitare la cascina al semplice fattore economico. Nella “bassa”, la cascina ha rappresentato un modo di vita, un sistema di relazioni fra uomini, una dimensione etica, estetica e religiosa di concepire al vita. In una parola, ha rappresentato una dimensione dell’anima, cioè un modo di aderire alla vita e di esprimerla secondo una  vocazione dello spirito. L’anima padana si materializzata, o meglio, si è esteriorizzata nelle cascine che sono un modo di dare forma allo spazio vuoto della pianura e sono un modo di dare ordine e disciplina al tempo uniforme e ingannevole che scorre placido nel lento e lieve fluire delle acque che si confondono con i vapori delle brume. L’anima padana ha tremato di fronte al vuoto del paesaggio sul quale ha posto il suo sguardo; ma non si è confusa e non si è arresa: lo ha riempito. L’orror vacui  nel quale si è specchiata ha dato ad essa la spinta affinché il pieno fosse il bene, il giusto e il bello. E lo ha così cercato e voluto in ogni dove, in ogni stato del corpo e della mente: nel pieno e nel ridondante del cibo; nel pieno e nel turgido della vitalità calda e festosa con la quale ha saputo aderire al flusso della vita; nel pieno e nel giusto del modo con cui ha saputo modellare le relazioni fra uomini.

 

Cascina Ronchetto - Milano

Cascina Fallavecchia -  Morimondo

L'organizzazione produttiva e la gerarchia sociale

Il centro direttivo e imprenditoriale della cascina era rappresentato dal fittavolo, dalla cui abilità a organizzare il lavoro e capacità di dirigere i dipendenti dipendeva il successo economico dell’intera struttura.
Subito sotto di lui ci sono i braccianti fissi che,  in un certo senso, rappresentano l’aristocrazia contadina e sono caratterizzati dal sapere svolgere una mansione fissa specializzata. Fra essi una figura eminente è il casaro, a cui spetta il compito fondamentale di dirigere la produzione del formaggio; accanto a lui il capostalla, che sovraintende alla mungitura e alla cura delle vacche, troviamo quindi il camparo, cioè il bracciante incaricato a sovraintendere il lavoro complessivo dei campi e dell’l’intera rete d’irrigazione;  vi è il cavallante che è il responsabile dei cavalli e del loro allevamento; figura analoga, ma di minor prestigio e responsabilità, è il bifolco, che si occupa dei buoi; segue il bazzolone, vale a dire il cuoco della cascina, e poi vi sono i braccianti salariati che sono organizzati gerarchicamente e comandati da un ‘caporale’;  più
in basso ancora, lo strapazzone, una sorta di manovale di cascina a cui spettano tutti compiti più ingrati e faticosi.   Il casaro era sicuramente la figura più rilevante fra i lavoratori specializzati della cascina; quello che aveva un rapporto diretto e costante con il fittavolo o il padrone, quello il cui giudizio  su tutto quello che riguardava bestie, stalle, processi produttivi non solo era  sistematicamente richiesto, ma anche seguito. Su di lui incombeva la responsabilità enorme della riuscita del formaggio, che rappresentava la principale fonte di reddito della cascina (oggi si direbbe il core business).  Non a caso il suo salario era in assoluto il più alto e il suo contratto scadeva e veniva rinnovato il giorno di S. Giorgio (23 aprile), invece che l’11 novembre, San Martino, come per tutti gli altri. Inoltre la casa del casaro era quasi sempre contigua a quella padronale, a testimonianza della rilevanza sociale di questa figura. Ovviamente il formaggio più importante e più ricercato era il grana e, l’abilità del casaro consisteva  essenzialmente nell’ottenere un ottimo grana. Quando un casaro eccelleva nel suo lavoro, diveniva un vero personaggio pubblico conteso dai diversi fittavoli della zona fin dove si è spinta la sua fama.

Altro ruolo di primo piano era quello del camparo, giacché dalla sua capacità di progettare le risaie, con  loro perfetta inclinazione e tenuta delle acque, dipendeva gran parte del successo produttivo del lavoro altrui, così come dalla sua capacità di far fluire  perennemente sui campi a 'marcita' il velo d' acqua che faceva non gelare il terreno, dipendeva la possibilità di avere costantemente erba per gli animali.

 Sotto i lavoratori specializzati vi erano i salariati non specializzati che risiedevano in cascina e, poi ancora, i braccianti  cosiddetti “obbligati”. Si trattava dei  braccianti che abitavano nel paese o nel villaggio più prossimo alla cascina e avevano questo nome perché si ‘obbligavano’ a fornire un certo  numero di giornate di lavoro all’anno (in genere sulle duecento). Di contro, il fittavolo garantiva questo numero di giornate in cambio di una paga giornaliera più bassa di quanto sarebbe stata quella dei cosiddetti avventizi, ossia dei braccanti stagionali, che venivano impiegati solo in determinati momenti dell'anno.

 

Cascina Santa Marta - Zibido S.Giacomo    

Cascina Conigo - Noviglio

 

 

 

 

 

La monda del riso

Fra i tanti lavori di inizio estate, quello della monda del riso è sicuramente quello entrato con più forza e più partecipazione sentimentale  nella memoria collettiva. Un lavoro che si protraeva per circa sei settimane e che richiedeva un’eccezionale sforzo fisico e una enorme capacità di sopportazione del dolore e della pena. Ma al di là della fatica e della pena, la sua eccezionalità era rappresentata dalle modalità sociali e culturali in cui avveniva. Le mondine sono entrate nella leggenda perché hanno saputo imprimere alla loro condizione di lavoratrici temporanee un eccezionale vitalismo culturale e hanno saputo creare delle modalità di relazione  non solo con i ‘sciuri’, ma più in generale con l’altro sesso,  affatto sottomesse e vittimistiche, bensì scanzonate, libere, provocatorie, emancipate. La coltivazione del riso richiede diverse e complicate fasi di lavorazione, un tempo tutte gravose e difficili. Dopo la concimazione ai primi di marzo, iniziava, l‘aratura e la costruzione degli argini. Le zolle lasciate dagli  aratri trainati dai cavalli erano in genere troppo grosse, e quindi dovevano essere sminuzzate a mano con l’erpice. Quindi veniva immessa l’acqua e il terreno doveva essere ulteriormente livellato passandovi sopra con delle tavole trainate da cavalli. Naturalmente queste operazioni venivano volte a piedi nudi nell’acqua, nonostante si fosse in marzo, cioè con la temperatura dell’acqua di pochi gradi sopra lo zero. Seguiva la cosiddetta ‘costipazione’ del terreno, ossia si facevano transitare su di esso mandrie di animali affinché lo compattassero per renderlo meno permeabile al defluire dell’acqua.  Quindi si procedeva alla semina, che era un’operazione particolarmente complicata perché bisognava distribuire uniformemente la semente nei solchi coperti dall’acqua, nei quali si piantava, per orientarsi, dei rami. Dopo la semina, i lavori in risaia rimanevano fermi fino al periodo della monda vera e propria, ossia la pulizia dalle erbacce delle risaie e il trapianto delle piantine di riso appena emerse dall’acqua. La monda durava circa sei settimane e andava da fine maggio a tutto giugno. Necessitava di una grande quantità di lavoro a mano, in un periodo di tempo relativamente breve; per questo mobilitava migliaia e miglia di donne da tutto il nord Italia che, a fronte di una paga più elevata di qualsiasi altra potessero mai guadagnare per uno stesso tempo di lavoro, lasciavano la famiglia, raggiungevano le risaia della Lomellina, del lodigiano, della bassa pavese, del novarese e del vercellese e si stabilivano nelle cascine che le assumevano. Ognuna di esse veniva inserita in una squadra guidata da una mondina esperta, quindi si procedeva alla monda, allineate squadra per squadra. Le erbacce estirpate venivano fatte passare di mano in mano fino ad essere depositate nei solchi laterali alla risaia.

Il trapianto, introdotto negli anni ’20, prevedeva una duplice operazione che doveva essere fatta in tempi molto rapidi: l’estirpazione delle piantine dai vivaio e il loro trapianto nella risaia ripulita dalle erbacce. Le piantine venivano legate in mazzetti e gettate nella risaia dove la squadra di mondine, procedendo questa volta all’indietro, impiantava le piantine nei solchi. Il lavoro era sfibrante, perché imponeva di rimanere piegate per ore e ore, sotto il sole, seguendo il ritmo che la caposquadra imponeva. Eppure era un lavoro che veniva fatto in un clima di allegria e di continua comunicazione fra le mondine di ogni squadra. Il canto era costante e serviva, al tempo stesso, a dare il ritmo al lavoro e a renderlo tollerabile. Generava unità e comune sentire fra diverse componenti della  squadra, era spesso giocosa gara con quello delle squadre rivali, esprimeva aspettative, speranze, rancori, canzonature.A sera il rientro in cascina, dove si mangiava la minestra di riso, preparata da una mondina anziana alla quale era affidato questo specifico compito. Alcune mondine avevano con sé i figli piccoli e questo era il tempo per dedicare loro un poco di attenzioni. Quelle più giovani e nubili amoreggiavano alla grande con i giovani del luogo, spesso assumendo atteggiamenti di assoluta intraprendenza verso l’altro sesso e, in ogni caso, liberi e spregiudicati. Nei canti, il tema dell’amore ritorna costantemente, ma non è mai trattato in modo melenso o sentimentalistico, bensì in modo vitale e persino irriverente.

 Infine, a chiusura dei lavori, la grande festa chiamata “curmoaia”.Un vero evento bacchico fuori da ogni regola di castigatezza e morigeratezza: la mondine si truccano come credono, spesso disegnano beffardamente barba e baffi sul loro volto e indossano abiti maschili, mimano congiungimenti carnali, sbeffeggiano gli uomini invitati alla festa, ballano sui tavoli e fino a sfinire all’alba, cantano a squarciagola le canzoni più virulente sotto il profilo della protesta sociale e dell’ambiguità sessuale, bevono vino e si ubriacano senza ritegno, mangiano a più non posso tutti i cibi che fanno parte dell’immaginario contadino dell’abbondanza: polli, oche, salumi, risotti grassi di salsicce,  ravioli, dolci.

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