Cascina Ronchetto - Milano
Cascina Fallavecchia - Morimondo L'organizzazione produttiva e la gerarchia sociale
Il centro direttivo e imprenditoriale
della cascina era rappresentato dal fittavolo, dalla cui abilità a
organizzare il lavoro e capacità di dirigere i dipendenti dipendeva
il successo economico dell’intera struttura. Altro ruolo di primo piano era quello del camparo, giacché dalla sua capacità di progettare le risaie, con loro perfetta inclinazione e tenuta delle acque, dipendeva gran parte del successo produttivo del lavoro altrui, così come dalla sua capacità di far fluire perennemente sui campi a 'marcita' il velo d' acqua che faceva non gelare il terreno, dipendeva la possibilità di avere costantemente erba per gli animali. Sotto i lavoratori specializzati vi erano i salariati non specializzati che risiedevano in cascina e, poi ancora, i braccianti cosiddetti “obbligati”. Si trattava dei braccianti che abitavano nel paese o nel villaggio più prossimo alla cascina e avevano questo nome perché si ‘obbligavano’ a fornire un certo numero di giornate di lavoro all’anno (in genere sulle duecento). Di contro, il fittavolo garantiva questo numero di giornate in cambio di una paga giornaliera più bassa di quanto sarebbe stata quella dei cosiddetti avventizi, ossia dei braccanti stagionali, che venivano impiegati solo in determinati momenti dell'anno.
Cascina Santa Marta - Zibido S.Giacomo
Cascina Conigo - Noviglio
La monda del riso
Fra i tanti lavori di inizio estate,
quello della monda del riso è sicuramente quello entrato con più forza e
più partecipazione sentimentale nella memoria collettiva. Un lavoro che
si protraeva per circa sei settimane e che richiedeva un’eccezionale
sforzo fisico e una enorme capacità di sopportazione del dolore e della
pena. Ma al di là della fatica e della pena, la sua eccezionalità era
rappresentata dalle modalità sociali e culturali in cui avveniva. Le
mondine sono entrate nella leggenda perché hanno saputo imprimere alla
loro condizione di lavoratrici temporanee un eccezionale vitalismo
culturale e hanno saputo creare delle modalità di relazione non solo
con i ‘sciuri’, ma più in generale con l’altro sesso, affatto
sottomesse e vittimistiche, bensì scanzonate, libere, provocatorie,
emancipate. La coltivazione del riso richiede diverse e complicate fasi
di lavorazione, un tempo tutte gravose e difficili. Dopo la concimazione
ai primi di marzo, iniziava, l‘aratura e la costruzione degli argini. Le
zolle lasciate dagli aratri trainati dai cavalli erano in genere troppo
grosse, e quindi dovevano essere sminuzzate a mano con l’erpice. Quindi
veniva immessa l’acqua e il terreno doveva essere ulteriormente
livellato passandovi sopra con delle tavole trainate da cavalli.
Naturalmente queste operazioni venivano volte a piedi nudi nell’acqua,
nonostante si fosse in marzo, cioè con la temperatura dell’acqua di
pochi gradi sopra lo zero. Seguiva la cosiddetta ‘costipazione’ del
terreno, ossia si facevano transitare su di esso mandrie di animali
affinché lo compattassero per renderlo meno permeabile al defluire
dell’acqua. Quindi si procedeva alla semina, che era un’operazione
particolarmente complicata perché bisognava distribuire uniformemente la
semente nei solchi coperti dall’acqua, nei quali si piantava, per
orientarsi, dei rami. Dopo la semina, i lavori in risaia rimanevano
fermi fino al periodo della monda vera e propria, ossia la pulizia dalle
erbacce delle risaie e il trapianto delle piantine di riso appena emerse
dall’acqua. La monda durava circa sei settimane e andava da fine maggio
a tutto giugno. Necessitava di una grande quantità di lavoro a mano, in
un periodo di tempo relativamente breve; per questo mobilitava migliaia
e miglia di donne da tutto il nord Italia che, a fronte di una paga più
elevata di qualsiasi altra potessero mai guadagnare per uno stesso tempo
di lavoro, lasciavano la famiglia, raggiungevano le risaia della Lomellina, del lodigiano, della bassa pavese, del novarese e del
vercellese e si stabilivano nelle cascine che le assumevano. Ognuna di
esse veniva inserita in una squadra guidata da una mondina esperta,
quindi si procedeva alla monda, allineate squadra per squadra. Le
erbacce estirpate venivano fatte passare di mano in mano fino ad essere
depositate nei solchi laterali alla risaia. Il trapianto, introdotto negli anni ’20, prevedeva una duplice operazione che doveva essere fatta in tempi molto rapidi: l’estirpazione delle piantine dai vivaio e il loro trapianto nella risaia ripulita dalle erbacce. Le piantine venivano legate in mazzetti e gettate nella risaia dove la squadra di mondine, procedendo questa volta all’indietro, impiantava le piantine nei solchi. Il lavoro era sfibrante, perché imponeva di rimanere piegate per ore e ore, sotto il sole, seguendo il ritmo che la caposquadra imponeva. Eppure era un lavoro che veniva fatto in un clima di allegria e di continua comunicazione fra le mondine di ogni squadra. Il canto era costante e serviva, al tempo stesso, a dare il ritmo al lavoro e a renderlo tollerabile. Generava unità e comune sentire fra diverse componenti della squadra, era spesso giocosa gara con quello delle squadre rivali, esprimeva aspettative, speranze, rancori, canzonature.A sera il rientro in cascina, dove si mangiava la minestra di riso, preparata da una mondina anziana alla quale era affidato questo specifico compito. Alcune mondine avevano con sé i figli piccoli e questo era il tempo per dedicare loro un poco di attenzioni. Quelle più giovani e nubili amoreggiavano alla grande con i giovani del luogo, spesso assumendo atteggiamenti di assoluta intraprendenza verso l’altro sesso e, in ogni caso, liberi e spregiudicati. Nei canti, il tema dell’amore ritorna costantemente, ma non è mai trattato in modo melenso o sentimentalistico, bensì in modo vitale e persino irriverente. Infine, a chiusura dei lavori, la grande festa chiamata “curmoaia”.Un vero evento bacchico fuori da ogni regola di castigatezza e morigeratezza: la mondine si truccano come credono, spesso disegnano beffardamente barba e baffi sul loro volto e indossano abiti maschili, mimano congiungimenti carnali, sbeffeggiano gli uomini invitati alla festa, ballano sui tavoli e fino a sfinire all’alba, cantano a squarciagola le canzoni più virulente sotto il profilo della protesta sociale e dell’ambiguità sessuale, bevono vino e si ubriacano senza ritegno, mangiano a più non posso tutti i cibi che fanno parte dell’immaginario contadino dell’abbondanza: polli, oche, salumi, risotti grassi di salsicce, ravioli, dolci. |