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In un certo senso è
la capitale del Ceno, un piccolo torrente appenninico che disegna
una piccola valle bella e selvaggia, fuori dalle mete turistiche
che piacciono ai più. In effetti, il minuscolo paese di Bardi, oggi
piuttosto noto per il suo imponente castello, capitale lo è stato
quasi sul serio, ossia lo è stato del piccolo stato dei Landi, una
famiglia nobile che dominò nei secoli XIV e XV queste terre,
ottenendo dall’imperatore il diritto di battere moneta. Insomma uno
dei quei tanti staterelli dispotici in mano ad una famiglia dagli
istinti tirannici che per tanto tempo hanno retto il potere nelle
terre politicamente e moralmente devastate del nord e del centro
Italia. In realtà le origini di Bardi sono longobarde, almeno
secondo la leggenda: il primo fortilizio fu costruito dagli uomini
di una fara longobarda che, avendo individuato in uno sperone di
roccia che si protendeva su di un guado del Ceno, il posto ideale
per dominare la valle, lo fortificarono e diedero così vita a un
centro abitato attorno ad esso.
Nel corso dei
secoli, la fortezza è stata ampiamente rimaneggiata, divenendo
sempre meno fortezza e sempre più palazzo e sede amministrativa.
Oggi è un luogo di richiamo per tutti coloro che amano il fascino un
po’ bislacco dei ‘monstra’ e degli ‘exempla” storici lisciati e
curati per essere messi a disposizione della pubblica meraviglia. Ad
ogni modo dentro c’è tutto: dalle segrete alla sala delle cerimonie,
dalla sala delle esecuzioni a quella ducale; e poi si può salire
sulle sue più alte torri da dove si gode di un panorama davvero
straordinario.
Ma sicuramente più
interessante è la natura circostante e, con essa, le tracce di una
millenaria cultura contadina ormai al lumicino.
 Di essa, la
sopravvivenza più interessante è sicuramente il cavallo ‘bardigiano’.
Antico animale da lavoro, dai tratti massicci e compatti, di pelo
nero e dalla lunga e folta criniera, stava per estinguersi,
sostituito dai trattori e dai fuoristrada, anche perché disprezzato
per le sue forme apparentemente plebee e sgraziate. Poi, invece, il
miracolo: qualcuno che aveva occhio più allenato al bello che subito
non appare, e il sentire attento alla maestosa nobiltà di questo
antico compagno di fatica e di avventura dei rustici abitanti della
valle, lo valorizzò, lo sostenne, lo fece conoscere. Adesso vengono
a comprarlo anche dalla Germania e dall’Inghilterra, tanto le sue
solide forme montanare sono piaciute a quanti nelle cose cercano il
sodo e il sobrio. Questo cavallo è divenuto il simbolo del luogo, la
mascotte ritrovata e universalmente amata. Oltre agli allevatori
professionisti, tanti abitanti del luogo ne hanno uno in stalla,
perché è un modo per celebrare la memoria del proprio passato
storico e perché un cavallo e pur sempre un cavallo, mica un gatto,
e dunque quanta soddisfazione in più rispetto ad una bestia che
soltanto miagola. Numerose sono le mostre e i raduni dove questo
cavallo viene esibito e valorizzato, ma la più importante di tutte
si tiene a Bardi il primo sabato e la prima domenica di agosto.
Naturalmente non si
vive solo di storia, di arte e di cavalli, ci vuole anche il pane. E
anche in questo caso si può stare tranquilli che da questi luoghi
non si torna a casa a mani.... ehem pancia vuota. La cucina del
luogo è sapida e robusta; è una curiosa commistione di elementi
emiliani con quelli più propriamente liguri, giacché la zona
subisce, anche linguisticamente, l’influsso delle due stirpi. I
sapori dominanti, in queste contrade montane, sono quelli del fungo
porcino, che qui abbonda, e della cacciagione, in particolare del
cinghiale che, come il porcino, abbonda. Poi le carni di maiale, in
tutti i modi e in tutte le salse. Particolarmente apprezzato il
maiale nero, una variante locale dalla carne molto tenera e meno
grassa dell’abituale maiale. Quando è la stagione, davvero
straordinaria per potenza e gran dispitto di ogni colesterolica
cautela, abbiamo la frittura mista di fegato, sanguinacci, salamino
e polenta. Poi alcune pietanze tipiche delle genti di montagna che
sapevano fare di povertà virtù, ossia la torta di patate e quella di
erbette, saporitissime pur nella loro semplicità. Quanto ai primi,
oltre ai risotti ai funghi e ai tortelli in più maniere, da provare
i tagliolini con il ragù di pasta di salame e funghi o i ravioli
ripieni di stracotto.
E dopo pranzo? A
camminare, naturalmente. Le passeggiate lungo sentieri e boschi ben
curati non mancano e sono sicuramente alla portata di tutti (Il
comune offre cartine con tutte le indicazioni). Se invece si
preferisce qualcosa di più impegnativo, le alternative non mancano:
tutto il territorio è circondato da imponenti monti appenninici
quali il Penna, il Maggiorasca, il Ragola il, Pelpi, il Monte Bue,
molti dei quali attrezzati con rifugi, la cui scalata richiede una
discreta preparazione fisica e diverse ore di tempo.
Indicazioni
utili:
Ass. Nazionale Alpini - Coop.
Diaspro Rosso Tel. 0525.72286 – Informazioni dettagliate per
passeggiate ed escursioni.
Ristoranti:
Trattoria Solari – loc. Cereseto
di Compiano Tel. 0525824895

Trattoria Alpina – Prato
Barbieri (Morfasso)
Tel .
0523-917873
– Storica osteria
del secolo scorso al confine fra la provincia di Piacenza e quella
di Parma. Ambiente di grande comunicativa e simpatia. I piatti della
tradizione cucinati a regola d’arte con materie prime di prima
scelta.

Dormire:
B&B Cà del Lupo - Bergazzi di
Gravago Tel. 0525.77177  |
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