Il territorio bergamasco è assai
vasto e, soprattutto, presenta una notevole diversità morfologica,
comprendendo almeno tre aree con caratteri fortemente differenziati
sia per quanto riguarda la struttura geologica, le risorse agricole
ed economiche, l'organizzazione sociale e produttiva delle
popolazioni storicamente insediate su di esse. Queste tre fasce di
territorio sono essenzialmente la pianura, la collina, la montagna.
Se, da un punto di vista culturale e storico, esiste un'unità di
fondo di queste aree, dovuta alla secolare appartenenza alla città
di Bergamo e alle vicende che ne hanno caratterizzato l'identità, è
anche vero che le differenze non sono né poche né marginali, specie
per quanto riguarda il tenore di vita, i rapporti produttivi,
l'organizzazione della struttura sociale di queste fasce di
territorio. Se per la pianura la struttura della proprietà e
dell'organizzazione produttiva ricalca in grande parte quella tipica
lombarda della grande cascina, con decine e decine di famiglie che
lavoravano come salariate alle dipendenze di una fattore che, a sua
volta, aveva ottenuto in affitto la terra e gli edifici abitativi e
produttivi da grandi proprietari terrieri che vivevano in città, in
collina prevale la conduzione a mezzadria, ossia la locazioni della
terra e degli edifici su base famigliare e con contratti che
prevedono un canone in natura, in genere il 50% dell'intero ricavato
agricolo. In montagna, invece, scompare, com’ è ovvio la cascina, e
anche la conduzione a mezzadria non è dominante, ma ad essa si
affiancano la piccola e piccolissima proprietà famigliare.Quanto
detto ci permette di avere chiaro quali sono gli alimenti di base
che entrano sistematicamente nella cucina della pianura. Primo
fra tutti, il latte, da cui derivano burro e formaggio. Non a caso
viene anche detta cucina ‘bianca’ per la preminenza che il latte e
i suoi derivati vengono ad avere in ogni combinazione di sapori e
ricette. Sebbene i formaggi prodotti nelle cascine della pianura
siano tanti, dal gorgonzola allo stracchino, dal quartirolo alla
crescenza, è chiaro che il grana è quello più rilevante, non fosse
altro per il lungo periodo di conservazione che consente alle sue
forme. Per altro verso, un proverbio lombardo, diffuso un po’
ovunque, rcita: "La bocca non è stanca se non sa di vacca", per
dire che ogni pasto veramente soddisfacente non può fare a meno
del consumo di formaggio. Subito dopo, in ordine di importanza, i
maiali e suoi derivati. Il maiale che veniva allevato grazie
soprattutto agli scarti del latte, è stato l’animale che più di ogni
altro ha caratterizzato il gusto della cucina di pianura e quello
che più di ogni altro ha fornito un fondamentale apporto calorico
sotto forma di proteine e lipidi. Come è noto del maiale non si
butta via niente. Questa frase era ancora più qualche decennio fa,
quando il maiale offriva, grazie allo strutto e al lardo, il
fondamentale apporto lipidico per l’alimentazione delle genti di
campagna, e si può dire che non ci fosse piatto che non prevedesse
l’uso dell’uno o dell’altro. E, poi, naturalmente, i salumi
preparati in tanti modi diversi da zona a zona, le carni consumate
fresche. Fra i salumi, nel bergamasco, spicca un meritatamente
celebre salame e poi una pancetta dal gusto deciso e robusto, un
ottimo lardo, e, infine, un cotechino fatto con tutte le parti
nobili del maiale che contraddistingue questo prodotto, rispetto ad
altri analoghi, per la sua grande qualità e per il fatto di essere
poco più grande di una comune salamella.Terzo alimento di base
imprescindibile e uniformante lo stile culinario è la polenta.
Non c’è portata che in un modo o nell’altro non contempli l’uso
della polenta. La si usa come antipasto con una fetta di lardo
fritto sopra, come primo/piatto unico con vari tipi di formaggio o
con un ragù di salsicce, come accompagnamento di ogni tipo di carni
arrosto o brasate. La sua importanza storica è presto detta: salvò
dalla morte per fame milioni di contadini, sebbene le sue carenze
nutritive, vale a dire la mancanza di certi apporti vitaminici,
abbiano a loro volta determinato la tremenda malattia della
pellagra che portava alla pazzia e alla morte. Questa tragica
evenienza fu determinata, in primo luogo, dal fatto che i contadini,
specie quelli che vivevano in montagna, mangiavano letteralmente
solo polenta con rari apporti vitaminici di frutta e verdura, per
non parlare di altri alimenti, come le carni, completi sotto il
profilo proteico e vitaminico. In secondo luogo, dall’uso che se ne
faceva in polenta e non con il consumo col chicco intero, come
avveniva nelle Americhe, dove la pianta era originaria. La
riduzione dei chicchi in farina faceva loro perdere le vitamine pur
contenute nella scorza e che sarebbero state quasi sufficienti a
scongiurare l’insorgere della malattia. D’altra parte, questa pianta
che forniva un cereale in quantità cinque o sei volte superiore al
grano, che cresceva ovunque anche ad altitudini superiori ai mille
metri e che necessitava di ben poca cura e che, non ultimo, grazie
alla sua struttura forte e protetta resisteva bene agli accidenti
climatici, era indubbiamente una risorsa impareggiabile per
popolazioni afflitte da una fame millenaria e, più ancora, sempre
esposte al rischio di una perdita dei raccolti per fattori
climatici. E' già a partire dalla collina boschiva o terrazzata a
vigna che la cucina e la dieta alimentare cominciano a
caratterizzarsi per l'uso dei selvatici e in particolare degli
uccelli (tordi, merli, allodole, soprattutto) e della selvaggina
da penna in genere (quaglie, beccacce, fagiani). Rispetto alla
pianura, qui l'alimentazione è sicuramente più varia, ma anche meno
abbondante e, soprattutto, più povera di grassi animali. La
polenta la fa da padrona di ogni piatto e, come sappiamo, nonostante
la sua ottima resa in termini di quantità di raccolto, di calorie
contenute per grammo, rimane assai povera per quanto riguarda
vitamine e minerali, per cui una dieta che veda la sua
preponderanza senza il dovuto riequilibrio con alimenti ricchi di
vitamine e minerali, produce danni consistenti fino alla famosa
pellagra, la tremenda malattia che falcidiava contadini e montanari
un tempo, a causa appunto di una alimentazione squilibrata a base
essenzialmente di polenta di mais e poco altro. Non a caso la
maschera tipica di Bergamo è Gioppino (Giopì de Sanga) che presenta
tre gozzi; e il gozzo era causato da scarsa assunzione di iodio e
vitamine come la D. In montagna, infine, troviamo la piccolissima
proprietà famigliare, si tratta di piccole case in pietra e a
disposizione fazzoletti di terra strappati al bosco, dove cresce
ancora un po' di mais, di segale, di grano saraceno, di patate. Qui
la sopravvivenza è legata essenzialmente al bosco e al taglio della
legna, per un verso, e al pascolo di alta montagna, di vacche e
ovini, per l’altro. Ed è qui che vennero creati i formaggi di
montagna, come il Branzi, il Taleggio, lo Strachitunt, il Formai de
Mut, che sono tutt’oggi il principale contributo in termini di
originalità di alimenti che le valli montane diedero alla storia
della cucina bergamasca.
|
Primi piatti
Casoncelli (Casonsei)
Foiade
Margottini |
|||
|
Secondi piatti Mandibola di Santa Lucia
E’ piatto storico che veniva preparato,
in Val Brembana, in occasione della Festa di Santa Lucia. Merluzzo in
umido
Polenta cunsa
Coniglio arrosto
Polenta e osèi
|
||||
|
La torta di Donizetti "La turta del Donizet"
Ingredienti per 4 persone: 160 g di
burro, 60 g di zucchero, 4 tuorli, 2 albumi, 25 g di farina, 60 g di
fecola, 50 g di albicocche candite a cubetti, 50 g di ananas candita
a cubetti, alcune gocce di concentrato di maraschino, 1 bustina di
vaniglia. |
La torta di Treviglio (La turta de
Trei) |
|||