LA BASSA CREMONESE E IL CASALASCO

Percorsi enogastronomici  e   Ristoranti tipici  vai  

 Torre de’ Picenardi e il suo immediato circondario Isola Dovarese e i villaggi rurali della bassa San Giovanni in Croce,
Casteldidone, Piadena

 

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 L’estrema bassa cremonese e il  Casalasco, ad essa unito, è quel cuneo di pianura, ad oriente di Cremona, che trova il suo vertice nel punto dove l’Oglio va a morire nel Po, ed ha per lati lo scorrere di questi due fiumi. E’ una terra di confine, dove bresciano, mantovano e cremonese si toccano, si mescolano, si confrontano. Un luogo affascinante dove confluiscono i modi e gli stili di tanti padroni,  di tante tradizioni, di tante esperienze. La veemenza e l’energia milanese dei Visconti, il rigore razionale e la forza della Serenissima, il fascino e l’astuzia dei Gonzaga.  Terra ricchissima e ambitissima un tempo per le sue campagne fertilissime e ricche oltremisura d’acqua  e risorse naturali di ogni tipo: dai pesci di fiume agli immensi pioppeti a  seguire lungo gli argini il cammino del Po; dai lunghi filari di gelsi per dare cibo ai bachi venuti dalla Cina, ai filari della vite ad essi attaccati per avere vino in abbondanza a dare energia al lavoro duro degli uomini nei campi e nelle officine; dai raccolti di cereali, fra i più abbondanti del mondo, alle stalle dove si allevavano maiali, bovini, cavalli, pecore con un’abbondanza invidiata ovunque. E da qui tutto il resto: latte, formaggi, insaccati, carni di ogni tipo, ma anche cavalli da battaglia o da lavoro, forti e possenti, venduti ovunque, pellame, lane, manufatti di ogni genere e argilla quanta se ne voleva, cotta nelle fornaci, negli stampi da mattone, affinché si avesse materiale a basso costo e inesauribile per costruire alla grande senza risparmio: rocche, ville e palazzi di campagna, cascine, chiese. Tutti edifici smisurati, due, tre, quattro volte più capienti e voluminosi del necessario. Osservate: anche il più modesto dei villaggi si diede, all’epoca della grandezza, una parrocchiale con le volte alte quanto un arco di trionfo di Roma imperiale e un volume adatto a contenere tutto il contado dei villaggi circostanti. Piccoli borghi con una piazza, in genere rettangolare, sovradimensionata a contenere persino un concerto rock dal vivo, e circondata su ogni lato da palazzotti di solida fattura, per famiglie di solida ricchezza. E’ una terra dove milanesi, cremonesi e veneziani se le sono date sode per secoli, mentre in genere i manto­vani hanno trovato il modo di stare a guardare e  semmai di correre in aiuto di chi stava gagliardamente vincendo.

E oggi? Oggi, quasi per una legge del contrappasso, è una terra silente e sfuggente. Piena di fascino, ma è il fascino di ciò che non c’è più, lasciandoci però qualche veste e qualche suppellettile, magari una foto, ormai sgualcita e opaca, a testimoniare il  ricordo del tempo andato, quando la vita, la giovinezza, l’ardore erano qui. Più che in qualsiasi altro luogo della grande pianura, qui si avverte la fine irreversibile della antica civiltà rurale, forse perché è uno dei pochi luoghi ove ancora ci sono grandi spazi aperti e non il soffocante accatastarsi di villette, villozze, capannoni. E allora, in questi grandi spazi verdi, l’assenza di uomini, più che altrove, ci dà la sensazione del silenzio. Lungo le vie comunali persino le auto, specie lontano dalle statali, sono poco frequenti, e in lontananza vediamo gli immensi cascinali confondersi ormai con le erbe virulente che li stringono ogni dove per riportare l’argilla dei loro mattoni alla terra da dove questi sono nati. Nemmeno gli animali vivono più in quelle antiche stalle, trasferiti in capannoni di materiali a ben più alto contenuto tecnolo­gico. Fra i mattoni sbrecciati e le porte malandate delle antiche case del contado a volte vediamo sbucare fuori un turbante giallo o verde. Vediamo un sikh pompare le gomme di una bicicletta, vediamo un nugolo di bambini correre dietro un pallone, squillando voci che non sappiamo.

E’ una terra di meraviglie, come tutte quelle che hanno il Po come sponda  e appiglio al loro lento stravaccarsi piatto in cerca di riposo e di frescura. Il Po le dà direzione e contegno, tanto è vero che, correndo verso il mare, quando attraversate queste terre, se per caso fate marcia verso la sorgente, vi sembrerà di fare sgarbo a qualcosa e di far fatica, come se, invece che in pianura, steste arrancando in salita. Si, il Po dà direzione, quella giusta, la sua, quella che lieve e canticchiando conduce al mare. Perciò è bene seguire la corrente, e muoversi, magari anche a zig zag, fra un borgo e l’altro, ma sempre verso il mare.