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A Sant'Angelo
troviamo un castello degno di nota; si tratta di un edificio di
notevole rilevanza, ottimamente conservato e con una quantità di
attrattive al suo interno che ne consigliano sicuramente la visita.
L’attuale impianto architettonico rimanda, nonostante alcuni
rimaneggiamenti ottocenteschi, al castello fatto erigere nel 1383,
da Regina della Scala, moglie di Bernabò Visconti, su di una
preesistente fortificazione milanese, le cui origini, almeno secondo
il cronista Galvano Fiamma, risalgono al 1224, quando, dopo la
distruzione del castello di Cogozzo, da parte dei Lodigiani, i
Milanesi decisero di innalzare a Sant’Angelo un importante castello
a difesa dell’area sud del loro territorio. Il ruolo strategico che
ebbe Sant’Angelo nella difesa del milanese spiega l’imponenza della
costruzione che Regina della Scala volle fosse edificata sulle
fondamenta di quella preesistente. La pianta e la struttura
architettonica ricalca la formula tipica delle rocche viscontee di
pianura: pianta a quadrilatero con agli angoli possenti torri a base
quadrata. Da questo punto di vista, l’aspetto più insolito è la
costruzione del mastio non all’interno della mura, ma subito fuori
l’ingresso a sua difesa e unito al castello tramite un ponte
fortificato. Dal punto di vista delle vicende storiche, il castello
seguì le sorti politiche della famiglia dei Visconti, passando di
mano in mano, col succedersi al comando della città di Milano, dei
vincitori di questa o quella lotta intestina fra i diversi rami
della famiglia.
Infine, con l’estinguersi dei Visconti, fu proprietà di Francesco
Sforza, nuovo duca di Milano, che donò il feudo di Sant’Angelo e
l’annesso castello a Michele Matteo Bolognini, il quale, in segno di
ossequio feudale, assunse anche il cognome di Attendolo (il vero
nome di famiglia degli Sforza). Nel corso dei successivi secoli
s’impossessarono del castello di volta in volta i dominatori
stranieri dell’antico Ducato di Milano. Fu usato dai Francesi come
piazzaforte nel 1522; fu poi occupato dagli Spagnoli, quindi dagli
Austriaci nel secolo XVII e, infine, dai Francesi di Napoleone
Bonaparte.
Significativa, tuttavia, la descrizione che ne fece Gian Giacomo
Casanova nelle sue Memorie, dopo che nel 1763 vi soggiornò per un
certo periodo: “... i grossi muri erano pieni di crepe, le scale di
pietra qua e là mancavano di gradini, il pavimento della stanza era
in mattoni e ondulato, le finestre erano aperte perchè mancavano di
vetri e alcune non avevano neppure imposte. I soffitti a calce erano
pieni di uccelli notturni e stagionali...”
Nel secolo XIX la decadenza del castello raggiunse il suo apice
quando fu affittato ad un setificio. Furono così abbattuti muri
maestri, aperte finestre, sventrate stanze con imponenti camini
risalenti al secolo XV. Tuttavia l’ultima erede dei Bolognini,
Clotilde, sposò, nella seconda metà del secolo XIX, il conte
Alessandro Morando, con il quale diede inizio ad un progetto di
recupero storico e artistico del castello. In realtà, il merito
maggiore del completo recupero del castello è da attribuirsi al
figlio Gian Giacomo, che divenne l’unico proprietario dell’intero
complesso, dopo avere riacquistato le parti che nel corso dei secoli
erano andate in eredità a parenti di rami collaterali della famiglia
Bolognini. Il castello fu così riportato all’antico splendore, dopo
imponenti lavori di restauro, che rimisero in sesto i muri maestri,
riedificarono la torre maestra, chiusero aperture e finestre
realizzate per le necessità dell’opificio e reintrodussero,
esattamente dove un tempo erano, le classiche finestre a bifora di
concezione rinascimentale. Nel 1912 i lavori furono conclusi e il
conte Gian Giacomo Morando destinò il castello ad essere una sorta
di museo-abitazione, che conservava non solo cimeli di famiglia, ma
opere d’arte e preziosi manufatti storici e d’artigianato di lusso,
come mobilia, quadri, arazzi, oggetti di arredo.
Nel 1933, la contessa Lydia Caprara, vedova di Gian Giacomo Morando,
creò la Fondazione Morando Bolognini, a memoria del marito affinché
la sua opera non andasse dispersa. L’intero patrimonio fu donato
all’Istituto Nazionale di Genetica per l’Agricoltura per promuovere
in Sant’Angelo la sperimentazione e l’istruzione agricola, e il
Castello fu trasformato in museo. Al momento attuale il castello
ospita ben tre musei:
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