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CHEWIN'GUM


La
domenica allo stadio era pur sempre qualcosa. Qualcosa che passava
dalla noia all'eccitazione al timore panico.
Il popolo stava al sole di fronte a noi, sulle gradinate - così si
chiamavano. Noi, invece, in tribuna, che era coperta e non pativa
il picchiare del sole. Alcuni, su vespe e api, salivano fino alla
collina che sovrastava il campo e da lassù guardavano senza pagare
il biglietto. Chissà cosa vedevano, se noi li vedevamo grandi come
figurine da fumetto. Però si agitavano come quelli che avevano
pagato il biglietto e rumoreggiavano dietro il correre della palla.
Dunque qualcosa dovevano pur vedere. Mio padre stava al centro della
tribuna presidenziale, dietro c'erano i giornalisti che
sghignazzavano sempre, non so perché. Accanto a lui mia madre, che,
con lui vicino, riusciva anche a interessarsi appassionatamente di
calcio. Fingeva o sarà stato vero? Tutto intorno il codazzo di
amici, di esperti e consiglieri vari, a volte anche sua sorella e
suo marito.
Fino al primo tempo io e mio fratello riuscivano a reggere e quasi a
seguire. Mi piaceva soprattutto quando sotto la tribuna la palla
andava fuori campo, perché allora quasi si poteva toccare il
calciatore che la rimetteva con le mani in campo.
Ma l'attesa era tutta rivolta al momento del fischio che rimandava a
metà gara i giocatori nello spogliatoio. Era quello il momento della
angoscia e del panico, perché gli spogliatoi erano proprio sotto le
gradinate dall'altra parte del campo.
Era allora che mio padre si faceva aprire il cancelletto ed entrava
in campo, seguendo la linea bianca di centrocampo per raggiungere
gli spogliatoi. Il più delle volte voleva che mio fratello ed io lo
seguissimo. Era come camminare su di un letto di fuoco, sotto lo
sguardo di diecimila occhi. A volte fischiavano, a volte facevano
dei cori, spesso si udiva l'urlo di qualcuno che chiedeva la testa
dell'allenatore. Era tremendo. Poi lui andava anche piano, a volte
alzava un braccio in segno di saluto, non raramente rispondeva alle
provocazioni, sempre alle battute e ai lazzi. Era nel suo carattere,
rideva e scherzava senza mai il minimo imbarazzo, sempre
perfettamente a suo agio.
Lo spogliatoio mi piaceva. Mi piaceva l'odore di canfora
dell'unguento con cui massaggiavano i polpacci dei calciatori. Mi
piaceva anche bere il the che bevevano i calciatori da piccoli
bicchierini di metallo. Mi piaceva quando mio padre lodava questo o
quello, mi spaventava quando rimproverava qualcuno o, peggio, quando
incazzato, minacciava di spezzare carriere. I giocatori, che in
campo sembravano eroi scesi dal cielo, nello spogliatoio erano poco
più che ragazzini che abbassavano il capo e dicevano sissignore
grazie presidente.
Poi di nuovo la strada lungo la linea bianca, però meno turbolenta.
Solo un diffuso rumore di fondo, indifferente a noi che passavamo.
Il secondo tempo non lo reggevamo seduti. Così ci facevamo dare il
soldi per comprare le caramelle le più buone che ci fossero: un
tubicino multicolore nel quale erano riposti degli anellini di
zucchero rossi, verdi, gialli, viola dal sapore sublime. Ma non ci
bastava. Avevamo fatto una scoperta eccezionale: negli angoli più
impensati delle tribune, specie verso i lati estremi dove gli
spettatori diradavano fino a sparire, si trovavano, se si cercava
con attenzione, delle grosse patelle bianche, totalmente spiaccicate
sul cemento che faceva da sedile. Se si cercava di staccarle senza
precauzioni si spezzavano perché erano rinsecchite dal tempo e dalle
intemperie. Bisognava, magari con l'aiuto dello stecchino di un ghiacciolo,
rimuoverle piano piano, stando bene attenti ai punti dove
l'incollatura faceva resistenza. Quando infine si riusciva ad avere
in mano questo dischetto bianchiccio, simile ad un'ostia, non
rimaneva che metterlo in bocca e cominciare a masticare, perché
allora avveniva il miracolo. Questi antichi chewin'gum, sputati
perché ormai completamente privi di sapore
e
abbandonati alla furia degli elementi per chissà quanto tempo,
grazie ad un miracoloso processo chimico - sportivo, riacquistavano,
almeno per 13 secondi di masticazione, l'antico sapore di peppermint.
Cosa avevamo fatto di tanto buono per essere premiati, io e mio
fratello, con una scoperta tanto gioiosa? Non lo abbiamo mai saputo,
ma abbiamo sempre saputo che era meglio tenere il segreto.
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