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Passato l'Adda a Pizzighettone, si entra nel cremonese e qui si può puntare verso quello straordinario spazio verde che intercorre fra la bassa cremonese e la bassa cremasca. Uno spazio ricco non solo di paesaggi indimenticabili per il verde che si perde in lontananza come fosse un cielo d’erba, ma anche ricolmi di una secolare cultura contadina che si è materializzata in usi, costumi e sapori di straordinaria e vitale umanità. E’ un territorio ove anche la più modesta e anonima osteria può comunicarci emozioni vivissime e, più corposamente, sapori indimenticabili.
Cremona è stranamente poco citata fra le città d’arte e fra le mete da mettere in agenda per un week-end all’insegna della scoperta di qualcosa di prezioso e di vitale a pochi chilometri da casa nostra. E’ una città monumentale che ha poco da invidiare alle altre della Lombardia e di quelle a lei prospicienti sulla sponda destra del Po. Ma più ancora è una città viva e piena di umori, con una cucina densa e ricca, con una quantità di cose da apprezzare e rimarcare semplicemente frequentando i suoi locali e andando a spasso per le sue vie. La sua natura totalmente terragna e contadina la si rileva nel numero impressionante di cascine che punteggiano non solo il territorio limitrofo, ma a che ancora oggi circondano il perimetro urbano. proprio alla sua periferia ovest abbiamo la cascina “Cambonino Vecchio”, una volta era una cascina a tutti gli effetti, oggi è u museo di se stessa, ossia è il museo della civiltà contadina. Vale la pena fare una visita a questo museo, anche perché sarete accolti da due gentili signorine che vi accompagneranno nei diversi anfratti e locali di questa monumentale ex cascina e vi illustreranno gli usi e costumi e la quotidianità della vita dei lavoranti agricoli di un tempo.
Usciamo da Cremona in direzione est, per addentrarci nel cuore della pianura che fiancheggia il Po e che conserva quel fascino particolare che hanno le terre che si dispiegano sotto gli argini del grande fiume. Un fascino particolare perché in queste terre si respira, al tempo stesso, un che di opulenza e di precarietà, quasi che la grassa abbondanza della terra abbia a scontarla da un momento all’altro con una piena che spazza via tutto. Peraltro è una zona di mastodontiche e storiche cascine e di ancora ruspanti e integri mangiari. Anche nei più anonimi e ordinari bar-trattorie che fanno capolino sulle piazze dei tanti paesini e frazioni difficilmente assaggerete qualcosa di squallido o troppo ordinario. Saranno sicuramente piatti casalinghi, ma cucinati con gusto e attenzione. La nascita di Torrone
Di molti suoi figli, la
paternità è incerta. Come accadde? Si sposava in Cremona Bianca Maria Visconti con Francesco Sforza; era il 25 ottobre 1441. Data l’eccezionalità dell’evento e l’enorme onore che ne ricadeva sulla città, tutti i principali pasticceri furono mobilitati affinché creassero un dolce di nozze all’altezza dell’eccezionalità dell’evento. E così fu. Mescolarono e fecero cuocere mandorle, albume d’uovo, zucchero, miele e diedero a quella pasta molle che andava rassodandosi la forma del Torrazzo. Fu così inventato quello straordinario dolce che, tuttora, si mangia solo in occasioni speciali, come le feste natalizie, sebbene i soliti maligni dicano che fu ispirato, se non copiato, dalla pasticceria araba, di cui a Cremona si era venuti a conoscenza quando, nel tardo medioevo, qui risedette per un discreto periodo Federico II di Svevia con tutta la sua corte, che, come è noto, era composta in gran parte di arabi di Sicilia.
L’area che prendiamo in considerazione ha il suo centro ideale in San Daniele Po, un minuscolo centro che però svetta in mezzo alla campagna coll’altissimo campanile della sua chiesa parrocchiale. Questa è anche detta l’area delle “Pievi” per la presenza di numerose e artisticamente valide pievi medioevali, che, spesso, danno anche il nome al paese dove sorgono. Pieve San Giacomo, ad esempio, è nota per la sua chiesa parrocchiale romanica, rifatta tuttavia in stile barocco. Resta dell’impianto romanico la torre e, all’interno, il pavimento a mosaico, adesso protetto da un tavolato di legno. Questo mosaico raffigura animali e simboli cristiani medioevali e rappresenta, perciò, un importante documento della cultura cristiana medioevale. Da Cremona seguiamo la Statale per Sospiro dove troviamo l’agriturismo Orezoletta, che produce un ottimo formaggio di capra e dove si viene accolti con cordiale signorilità dai titolari che vi offriranno le vere delizie della cucina casalinga cremonese.
Sospiro è un paesino
minuscolo, che riserva, tuttavia delle, sorprese. La prima è la sua
sorprendente storia. Il piccolo insediamento romano di Sexpilae
(sei pietre miliari, la distanza di Sospiro da Cremona), divenne la
sede del gastaldo longobardo, quando questo popolo entrò in
conflitto con la città di Cremona e la distrusse in parte.
Lungo l'argine
Da qui proseguiamo per la statale e arriviamo fino a Scandolara Ravara, che è giustamente considerato un piccolo gioiello architettonico,
Scandolara Ravara
Ci volgiamo indietro passando per Motta Baluffi fino a san Daniele Po, che non possiamo mancare per il suo campanile che si innalza altissimo vero il cielo. Questa è la zona proprio sottostante gli argini, che, peraltro, possiamo almeno a tratti percorrere in auto. A Isola Pescaroli, proprio nelle vicinanze di San Daniele e sotto l’argine maestro, troviamo Cascina Sabbioni, un altro esempio di complesso fortificato che rimanda ai secoli XV e XVI, ma che è stato ampiamente rimaneggiato nel secolo XIX. Secondo il gusto d’epoca, la natura difensiva e castellana della cascina è stata esaltata con la costruzione di elementi scenografici e, per certi versi smaccatamente posticci, che rimandano al medioevo. In questo caso, l’arco d’ingresso è sormontato da una torretta quadrata e merlata, quasi si entrasse per il ponte levatoio di un castello del secolo XII. Le cascine che punteggiano questo territorio sono maestose e possenti, ve ne segnaliamo alcune: Straconcolo, Benini I e II, Misericordia. A Stagno Lombardo, da visitare la cascina Lago Scuro, oggi agriturismo, ma un tempo vastissima corte dominata dal palazzo padronale di notevole valore architettonico. Villa Grasselli è il nome dell’edificio padronale che domina questa bellissima cascina. Le sue origini sono seicentesche e la dimensione di grande villa di campagna è esaltata da un giardino interno, sulla parte posteriore, dove abbondano alberi come magnolie, querce, noccioli. E’ una privata abitazione che, come abbiamo detto, offre albergo come agriturismo; la si può visitare previo consenso di chi la abita. A Bonemerse, un altro grappolo di storiche cascine: Capitolo, Carettolo, Ca’ Fiorana, Casazza. Poco più su, a Malagnino, la Ca’ Marozzi, la Ronchetto, la Casalmalombra.
Tornati a Cremona e ripresa la strada verso Crema e Milano, incontriamo, subito fuori città, due realtà eno – gastronomiche, da non trascurare: lungo la strada che porta a Castelverde, il Ristorante al Carrobbio, un bel cascinale, isolato nella campagna e ben ristrutturato, dove si mangiano, in un ambiente elegante e curato, le specialità cremonesi e non solo. Quindi l’agriturismo, Cascina Breda, un vero e storico castello, all’interno dello spazio cintato di un’immensa cascina. E’ un ambiente davvero fuori dal comune, perché lo storico castello offre una cornice architettonica che difficilmente trova eguali. La costruzione risale ai secoli XIV-XV e ai lati della facciata è difesa da due massicci torrioni con le merlature inglobate nella muratura,secondo lo stile fancelliano. Il carattere difensivo ed effettivamente militare delle costruzione è rimarcato da quello che resta del ponte levatoio e dal fossato, attualmente interrato. Si entra passando sotto un arco che regge due pinnacoli con gli stemmi della famiglia Trecchi. Muoviamo verso Licengo dove incontriamo alcune realtà di grande interesse. La frazione Licengo è un’immensa e bellissima cascina, accorpata alla settecentesca Villa Sommi Picenardi. Si tratta di uno dei più riusciti esempi di integrazione fra grande villa padronale e corte agricola. Già feudo dal XIII dell’omonima famiglia cremonese, il complesso agricolo e fortificato passò ai frati Umiliati di San Cataldo nel secolo XV, quindi, nel 1570 ai Barnabiti. Fu infine espropriata con le leggi napoleoniche sui beni ecclesiastici nel 1810 e infine rivenduta a privati. La villa risale al secolo XVI. Poco distante, a Ossalengo, troviamo un altro esempio di villa cinquecentesca fortificata e integrata agli edifici rustici. Si tratta di Villa Vernaschi, posta a mezzogiorno di una grande corte rustica e, probabilmente, trasformazione ingentilita di un preesistente castello.
La Cavallara
Poco più su, arriviamo a Paderno Ponchielli e, ad esso accanto, vi è l’Abbadia di Acqualunga Badona. L’antica abbazia è da secoli dismessa, ed ora, pur affascinante vista in lontananza per le sue grandi mura in mattone, non è visitabile perché divenuta abitazione privata. Nei suoi pressi, troviamo l’agriturismo l’Abbadia, che sicuramente colpisce per l’eccezionale classe dei suoi ambienti e per la qualità dei servizi che è in grado di offrire agli ospiti. A Paderno Ponchielli, inoltre, non è da trascurare il Ristorante Villa Vaticano che ha sede in una villa principesca del ‘500 con tanto di affreschi. La cucina è esclusivamente di mare, una stranezza per il luogo, ma decisamente positiva, per potere avere un po’ di varietà, fra tanti cotechini e marubini. Poi il prodotto è freschissimo (arriva tutti i giorni direttamente dal mercato del pesce di Milano), l’ambiente cordiale e i prezzi sicuramente abbordabili.
Fra Paderno Ponchielli e
Casalbuttano, un’altra cascina di straordinaria portata storica, un
vero monumento alla civiltà contadina. Si tratta dell’ampio
complesso di San Gervasio. La sua storia è curiosa. Di proprietà
dei marchesi Vidoni, fu lasciata in eredità nel 1648, dall’ultimo
discendente maschile della casata, ad una congregazione religiosa
che fosse disposta ad erigervi sopra un monastero. Soltanto nel 1710
i monaci cistercensi decisero ad accettare l’eredità da tutti
precedentemente rifiutata perché ritenuta troppo onerosa. Iniziati i
lavori e realizzata la chiesa e altre opere, la proprietà fu
confiscata dagli austriaci che, sotto il governo di Giuseppe II,
decisero la soppressione degli ordini monastici. Nel 1794 fu messa
in vendita all’asta e fu acquistata dagli Jacini, potentissima
famiglia di industriali di Casalbuttano (Stefano Jacini fu ministro
del Regno d’Italia e estensore del celebre rapporto sul
Mezzogiorno). Da San Gervasio risaliamo verso il cremasco, e sulla via che riporta verso Paderno Ponchielli, troviamo la cascina Terranova, altra possente e interessante realtà storica. Anch’essa di proprietà degli Jacini, fu fatta costruire agli inizi del secolo XIX con criteri di efficienza produttiva e di attenzione stilistica, al punto che sembra, vista da lontano una grande villa padronale, piuttosto che una cascina. Il corpo centrale è, infatti, un imponente edificio, sorretto da colonne doriche, che ricorda un palazzo di rappresentanza.
Cascina San Gervasio
Ci muoviamo ora fra località dai nomi incantati come Annicco e Farfengo, dove giacciono – è il caso di dirlo – le mura dell’immensa e un tempo magnifica Villa Borromeo, degna di stare alla pari dei grandi palazzi rinascimentali di città come Firenze, Milano, Roma. Il palazzo è in totale abbandono e sta cadendo su stesso. Eppure questo immenso sfascio ha qualcosa di sublime e produce un curioso alternarsi di sentimenti contrastanti: rammarico per lo stato di abbandono, senso dell’ineluttabile transitare di ogni umana realizzazione, meraviglia e stupore nel cogliere la bellezza del grandioso e del magnificente che lentamente sfumano verso il nulla. Arriviamo quindi a Zanengo (tra l’altro è da non dimenticare che la desinenza in ‘engo’ rimanda alla parola germanica ‘ring’, anello, cioè i carri in circolo che di notte proteggevano una fara di Longobardi in marcia). Negli immediati dintorni di Zanengo vi è il piccolo santuario della Madonna della Speranza (1712), una chiesetta sperduta fra rogge e vegetazione, che, una volta all’anno, diviene meta di un pellegrinaggio. E’ uno di quei tanti luoghi spersi per la pianura che suscitano quel fascino indicibile del paganesimo naturalista tinto dei colori del cristianesimo cattolico. Se si arriva a Zanengo all’ora giusta si può fare anche uno spuntino alla locale Osteria del Borgo, che non è niente male sia per la simpatia dei titolari, sia per il livello qualitativo dei salumi. Poco più su e siamo nel cremasco, che si distingue dal cremonese anche per avere rifiutato la tirannia culinaria del marubino (il tipico tortellino di Cremona) e per avere scelto a spada tratta il non meno nobile tortello cremasco. Peraltro, la zona di Soresina è famosa per le sue stalle e per il suo latte che, secondo alcuni, permette di realizzare il miglior burro in Italia |