•      Da Robecco S/N a Castelletto di Cuggiono, passando per Ponte Vecchio e Boffalora

    Robecco su naviglio. Il verbo dialettale lombardo “rebeccà”  significa “ribattere, contrapporsi”. Diverse località in Lombardia si chiamano “Robecco”, ragion per cui si può facilmente desumere che il nome  del luogo prenda origine da qualcosa che aveva lo scopo di contrapporsi a qualcosa d’altro. Ebbene, questo qualcosa era per lo più e una fortezza che si contrapponeva ad un’altra. Dunque Robecco (Rebecco, nei documenti più antichi) altro non era, in epoca medioevale, che una località fortificata che faceva fronte ad un’altra. Peraltro è incerto chi fosse, in epoca medioevale, il signore feudale di Robecco. Certo è che nei pressi di Robecco, Filippo Maria Visconti sposò, nel 1428, Maria di Savoia, così come sappiamo che Filippo Maria confermò il nobile Sperone di Pietrasanta come feudatario di Robecco con tutte le sue pertinenze.  In ogni caso era una delle località di soggiorno predilette dai Visconti già a partire dal secolo XV.  In particolare si recavano alla villa di delizie, chiamata villa Gaia (Villa Gandini, oggi), quando si trovavano presso il castello di Abbiategrasso e volevano dare una festa o celebrare qualche lieto evento. Questa presenza dei signori di Milano spiega sicuramente come Robecco sia divenuto già nel XV secolo luogo di edificazione di ville di delizia. (vedi foto)

     La costruzione storicamente più importante, nell’ambito delle ville di delizia, è sicuramente Villa Archinto, praticamente una reggia, almeno un tempo, sebbene oggi ne resti solo qualche sbrecciato e melanconico frammento. Il comune ha rilevato i resti e li ha  ristrutturati in funzione ‘sociale’, con tutto quello che ne consegue sotto il profilo estetico e umano. La villa, conosciuta anche come “Il Castello”, fu eretta per volontà del conte Filippo Archinto, che affidò l’incarico all’architetto Federico Pietrasanta. Come scrisse Dal Re,  in un suo volume, che fece pubblicare ancora nel 1726, dal titolo Ville di delizia o siano Palagi Camparecci nello Stato di Milano, in realtà più che di una villa, si trattava di“ ..un complesso di quattro gran palazzi.” In effetti la pianta ad H offriva la possibilità di immaginare una grandiosa costruzione dove quattro palazzi si intersecavano, mentre i due lati che davano sul naviglio erano sovrastati di torrette che, appunto, ricordavano una fortificazione castellana. Il palazzo, a sua volta, doveva fungere la centro per tutta una serie di ulteriori costruzioni e doveva affacciarsi su di un immenso parco recintato, a sua volta suddiviso in quattro aree. In realtà il grandioso progetto, di cui Dal Re ci diede descrizione e pubblicò una serie di stampe e prospetti architettonici, non venne mai realizzato integralmente. Solo una piccola parte di esso fu realizzato ed ora, quella ci resta, è solo un rudere rimesso a nuovo. Una bella leggenda popolare racconta che la villa fosse stata realizzata integralmente per poter fungere da teatro di una grande festa, quindi venne demolita allo scopo di utilizzare i mattoni per il Palazzo Archinto in via della Passione a Milano.

      Villa Archinto oggi 

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Villa Archinto - Stampa di M.A. Dal Re - XVII sec.

     

    Di fronte al rudere di Villa Archinto, Villa Gandini, una volta nota come “Villa Gaia”, probabilmente una delle più antiche di Lombardia, sicuramente esistente dal secolo XV, così chiamata perché luogo di favolose feste e, sicuramente, eretta sulle fondamenta di una costruzione preesistente, con ogni probabilità il Castello di Robecco. Nel secolo XV, la villa fu acquistata da Vitaliano Borromeo e quindi, per tutta una serie di vicende testamentarie e di suddivisioni patrimoniali fra grandi famiglie sempre fra loro imparentate, fu proprietà di famiglie come i Visconti Borromeo,  i Litta,  i Crivelli, Confalonieri.  Ovviamente, la villa risente di tutti questi passaggi di proprietà e risulta un insieme, per altro ben amalgamato, di stratificazioni storiche e  di diversi stili. La facciata verso la strada è cinquecentesca, e reca, sul portale, lo stemma dei Visconti Borromeo. Il lato sul naviglio e quello cha dà sul giardino sono invece di gusto tipicamente settecentesco, con finte cornici dipinte alle finestre e un intonaco liscio color ocra pallido. Sempre sul lato che corre lungo il naviglio, troviamo una balaustra in ferro battuto e pietra molera che viene considerata un vero capolavoro nel suo genere. Quindi abbiamo l’imbarcadero e il giardino, con il prato al centro e filari d’alberi intorno.

    Villa Gaia (Gandini) - Il giardino

    Per quanto concerne gli interni, abbiamo tre cortili chiusi, in comunicazione reciproca e delimitati da un medesimo perimetro murario, a destra del portone d’entrata che conduce nel primo cortile, abbiamo la cappella, che fu aggiunta dopo la Controriforma, giacché prima di allora la sua presenza nella struttura delle ville non era contemplata.  Imponente lo scalone, posto sulla destra del primo cortile, che originariamente era una rampa per i cavalli e poi, nel Settecento, fu trasformato scalone d’onore. Tutto intorno ai tre cortili le diverse stanze, di arredo e decorazioni che vanno dal cinquecento all’epoca neoclassica con preziosi affreschi di scuola milanese, stanze barocche, stanze con arredo neoclassico e primo impero.

    Villa Gaia - La fronte sul Naviglio

    Altra importante e storica villa di Robecco è la Gromo di Ternengo. Essa sorge sui resti della cinquecentesca villa dei Casati che, a sua volta, sorgeva sulle fondamenta del castello di Robecco. Di essa parla persino Bartolomeo Taegio, scrivano cinquecentesco, noto apologeta della filosofia di vita in villa, che nel suo scritto “La Villa”, scrive: “Et quanto dovremo noi pensar che sia ardente l’animo del gentilissimo S. Gio. Paolo casato ne’ piaceri della villa, s’egli ha posto tutto il suo riposo et tutto il suo contento dell’animo nel godersi la piacevolissimo villa di Robecco”. Nel 1679 la villa fu completamente rifatta e, come al solito,  a seguito di destinazioni ereditarie le più disparate che vedevano le grandi casate milanese legate da reciproche relazioni matrimoniali, la villa di Robecco passò nelle mani di esponenti dei Litta, dei Castelbarco, dei Negrotto, degli Albani, fino ai Gromo di Ternengo. La villa presenta un ingresso a esedra, il cortile, la villa e, dietro il giardino, il tutto sul medesimo asse. Si tratta di un esempio molto significativo del classico Barocco lombardo. Il corpo frontale è diviso in tre parti: due piccole laterali e una grande centrale che poggia su di un portico a tre archi. Sul lato destro dell’edificio, la chiesa di S. Francesco. Al primo piano la sale di rappresentanza, al primo piano la biblioteca e le camere da letto. Il giardino è all’inglese e lungo il naviglio abbiamo un padiglione retto da quattro pilastri, chiamato la “Sirenetta” e che fungeva da imbarcadero.

     

    Villa Clerici a Castelletto di Cuggiono

     Tutto il percorso del naviglio fin sotto al lago Maggiore è punteggiato di ville, alcune di grande valore storico e artistico, altre di minore interesse, e siccome è un percorso che in larga parte si può fare in bicicletta, attraversando borghi e località piene del fascino delle cose di un’epoca andata, cascinali, ponti di pietra, vecchie locande, spazi verdi in riva al fiume, è certamente un’esperienza a cui non rinunciare. Se da Robecco, infatti, proseguiamo in direzione Ticino, incontriamo il grosso borgo di Magenta, quindi il piccolo centro di Ponte Vecchio, poi Boffalora, dove si erge lo storico ponte sul Ticino che faceva da frontiera fra il Regno del Piemonte e il Lombardo-Veneto, e infine Castelletto di Cuggiono, un luogo vagamente incantato, con il suo ponte di pietra sul naviglio, le locande che lo costeggiano, lo spazio verde a ridosso del Ticino e, in posizione dominante, quello che resta di Villa Clerici, un tempo una delle più fastose e imponenti ville di delizia, oggi, purtroppo, quasi un rudere e una mesta ombra dello splendore di un tempo. La villa risale alla fine del secolo XVII, e sorge, come imponente palazzo, sulle fondamenta di una villa preesistente di dimensioni e pretese molto più modeste. Fu, infatti, realizzata Carlo Clerici, fratello ed unico erede del marchese Pietro Antonio II, che volle questo edificio a gloria dell’intera casata e dunque con una profusione di mezzi e con un intento di grandiosità di gran lunga superiori a quelli normalmente spesi dalle grandi famiglie per le loro ville di delizia lungo il naviglio. La villa rimase proprietà dei Clerici fino alla seconda metà del secolo XIX, poi venne venduta e fu quindi trasformata prima in filanda e poi in deposito di cascami.  In realtà non si trattava di una villa , ma un vero palazzo che inglobava al suo interno un intero villaggio, un piccolo paese fatto delle case delle maestranze che prestavano servizio in villa o  degli agricoltori che lavoravano i campi attigui. In effetti, nella mappa catastale del 1722, appare la struttura della villa con a nord il lungo viale prospettico, lungo il quale si avevano le case delle maestranze, la chiesa e la canonica. La villa vera e propria è una costruzione quadrangolare, con l’ala padronale rivolta verso il naviglio e orientata a sud, mentre la facciata di ingresso guarda a nord, verso Varese e  i monti alpini. l’accesso al naviglio, data la posizione rialzata, era consentito da una  grandiosa scalinata che così era descritta dal Dal Re: “ .... si monta al Palazzo con 5 Ordini di salite, le quali apprestano le posate sopra altri 5 ripiani, ne’ quali si scoprono altrettanti ameni giardini, con ripartimento di Spalliere, di Agrumi, di Vasi,  di Piante, di Figure, e di qualunque altro ornamento. Si trovano parimenti in essi ben distribuiti Parterre, Rondò,  e Bersò; o sieno Portici verdi, per il comodo di passeggiate  al coperta da’ raggi del sole. Nel terzo de’ nominati Giardini serve di vaghissima prospettiva una specie di Teatro lavorato a Mosaico con tale maestria, e sì plausibile idea di Architettura, che difficilmente altrove rivenir se ne possa di somiglievole”.

     Villa Clerici - Stampa di M.A. Dal Re - XVII sec.

     

    Poco più sotto, a Bofflora, troviamo Palazzo Calderari e Villa Giulini. Il primo venne edificato fra Settecento Ottocento e rimase di proprietà di questa famiglia fino al secolo scorso, quando l’asse ereditario si estinse. La caratteristica più cospicua di questo edifico, posto sulla parte più alta del borgo di Boffalora  (sbuffa l’aura, cioè soffia il vento, perché a quanto pare, è in una posizione ove il vento è più  forte e costante che altrove), è la prospettiva di accesso alla fronte del palazzo che non è il solito viale, bensì due strade che si incontrano a V. Questa curiosa prospettiva ha condizionato tutta la struttura urbanistica di Boffalora, conferendogli un aspetto scenografico di tipo teatrale. Dietro il palazzo, un tempo un folto e ampio giardino di cui oggi resta poco, essendo lo spazio destinato in parte alla costruzione di un oratorio. Sull’altra sponda del naviglio, la settecentesca Villa Giulini, fatta costruire da conte Giorgio, storico milanese. E’ un edificio di elegante semplicità, dichiarato  oggi monumento nazionale. Si tratta di una costruzione a corpo unico, a due piani, con la parte centrale più alta, e che si apre sul giardino con un portico a tre campate.

    Infine, a Ponte Vecchio, un’altra villa di notevole interesse storico, Villa Castiglioni, soprattutto perché fu al centro della battaglia di Magenta del 4 giugno 1859, quando fu presa sette volte dagli Austriaci e altrettante volte riconquistata dai Francesi. Durante la battaglia si ebbe il crollo della torre e la distruzione della cappella. Dal punto di vista architettonico, la villa risale alla prima del secolo XVI, ed era una proprietà dei conti Crivelli. Fu in seguito diverse volte venduta, fino a divenire proprietà dei Castiglione, ai quali tuttora appartiene. Si tratta di una struttura composta da due cortili, l’edificio della villa e il giardino, tutti disposti secondo un unico asse parallelo al Naviglio. Il primo cortile, al quale si accede tramite un’esedra ha funzione di rustico; il secondo svolge una funzione prospettica verso un’ampia terrazza antistante la villa che presenta una bellissima balaustra in pietra, considerata una delle più notevoli in Lombardia.  

     Villa Castiglioni a Ponte Vecchio, Stampa del XIX sec.