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L’avevo raccolta in mezzo alla strada che faceva l’autostop, poco dopo Marsiglia. Un colpo di fortuna inverosimile – avevo pensato – se te ne vai a zonzo in macchina per il mondo e, a un certo punto, una figa del genere ti chiede di salire. Appena salita mi aveva disturbato il suo odore di sudore rancido. Avevo visto, dal finestrino, i jeans sdruciti, sozzi, e sfilacciati qua e là, ma la cosa non mi aveva infastidito. Anzi mi era sembrata vagamente arrapante. Tutto il suo bagaglio era uno dei quei grossi zaini con telaio di latta, che aveva gettato con noncuranza sul sedile posteriore. Quindi si era stravaccata sul sedile davanti e aveva piazzato i piedi sul cruscotto. Calzava un paio di scarpe da tennis di tela bianca, dalle quali spuntava, sia dall’una che dall’altra, l’unghia dell’alluce. Non era assolutamente collaborativa, né manifestava il minimo segno di gratitudine per chi l’aveva raccolta e la scarrozzava gratis fino al confine spagnolo. Mi aveva già fatto venire i cinque minuti e la voglia di scaricarla senza tanti complimenti. Poi però trasse di tasca un pacchetto di sigarette e me ne offrì una con aria seria e compunta, quasi mi offrisse il pegno di una eterna amicizia. Così mi sbollentai e accettai i suoi piedacci sporchi sul cruscotto. Era tedesca e parlava uno strano dialetto franco-inglese. Qualcosa si capiva, almeno l’essenziale, e dell’inessenziale se ne poteva fare a meno. Verso le due le era – ci era – venuta fame. Ja, we stopped the voiture dans a little town, pour to buy something to eat. Si facemmo così, comprammo pane salame e formaggio in un minuscolo villaggio della Linguadoca e andammo a mangiarceli lungo le sponde del canale che lo attraversava. Da una terrazza dei ragazzi e delle ragazze nude schiamazzano e prendono il sole. Passando li saluta allegramente – o almeno così vuol da dare da intendere – e fa un gesto di manifesto apprezzamento per le virilità spudoratamente esibite. Un po’ ingelosisco per il fatto che possa permettersi di apprezzare qualche maschio oltre me; per altro verso, ragiono e sordidamente mi compiaccio della sua propensione per il lato virile delle cose: la cosa si mette bene. Viene da Limburg, il più sad e noioso town della Germania. Appena può se ne scappa a Berlino. Adesso, per intanto, va Pamplona per fiesta e poi in Portogallo a prendere il sole. Ha due occhi splendidi verdi e marroni, pieni di luce. Prende fiducia e coraggio, la macchina fila che è un piacere, mi dice che è contenta di avere trovato me, perché sono uno che va bene. Al tramonto siamo già sui primi tornanti dei Pirenei. Un cartello dice che la fattoria sottostante offre latte, formaggio e toilettes per chi monta una tenda e si ferma dormire. Niente latte – dice lei – solo dormire perché ha tutto con sé per la sopravvivenza alimentare. Cominciamo a trafficare con chiodi, corde, paletti per alzare le tende. Vede la mia possente canadese dove quasi si può stare in piedi e la confronta con quella specie di tana arancione per aragoste che è la sua. Smette di trafficare e mi dice che è più semplice se dormiamo in una sola tenda, la mia ovviamente. Intanto, mentre io pianto paletti e tiro fili, lei avrebbe provveduto alla cena. Si perché aveva con sé, nello zaino, anche una cucina da campo in miniatura con relative scorte, ossia un fornellino a gas e una confezione di riso. L’acqua del riso traboccava dal pentolino a goccioloni viscidi, e quando fu del tutto evaporata, trasse dallo zaino il condimento, cioè un vasetto di pepe, e lo versò sopra la sbobba lattiginosa. Lei stessa ebbe una smorfia di dolore nel momento in cui si azzardò ad assaggiarla. Le proposi l’osteria del villaggio, qualche chilometro più sotto. Sorrise sollevata e corse in tenda a prepararsi. Qualche minuto dopo ne uscì una fanciulla raggiante di tutte le attese della giovinezza. Aveva messo i jeans della festa e la maglietta rosa delle grandi occasioni. I capelli color bronzo li aveva raccolti a coda di cavallo, le labbra erano tumide e rosse di colore, e gli occhi brillavano più che mai marcati dal nero dell’ombretto. Una trasfigurazione, una rifondazione. Se prima era bella solo per il corpo, ora divenuta meravigliosa per la sua volontà di essere donna. Per conto mio, ero rimasto solo in apparenza del tutto easy and cool. Nel mio cuore avevo fatto un tuffo carpiato triplice avvitato dal trampolino di dieci metri e, appena uscito dall’acqua, avevo percorso il tratto fino alla macchina a salti mortali all’indietro. Alla taverna non si mangiava bene; il brutto era che si beveva peggio, c’era solo uno di quei vinacci francesi, - si poteva scegliere la versione bianca o rossa, ma il risultato era lo stesso- con quel sapore di chimico e artefatto che non possono né darti piacere né farti bene. Però ne tracannammo a più non posso lo stesso, tanto era il bisogno di moltiplicare l’attesa di felicità. Anzi ce ne portammo addirittura via una bottiglia per dopo. Certo in tenda non sarebbe stato proprio comodo, anzi piuttosto complicato e anche un po’ ridicolo, soprattutto lo spogliarsi insieme in uno spazio così compresso. Ci sediamo alla maniera indiana davanti alla tenda e guardiamo ridenti e scherzosi le ombre della notte, le luci del firmamento. Poi lei dice: ‘Ora andiamo a dormire”. Entra nella tenda e, invece di spogliarsi, s’infila i jeans da battaglia su quelli della festa e, in un lampo, s’infila nel sacco a pelo. Non credo ai miei occhi, fino ad un momento prima abbiamo riso, flirtato, intrecciato le nostre mani, tutto sembrava così perfetto e così naturalmente deciso verso l’unica conclusione giusta e possibile, e adesso questa matta mi fa questo tiro, delude la mia attesa dopo che l’ ha accesa con tanta complicità. Mi sdraio accanto a lei e provo a infilare un mano nel sacco a pelo. Me la ricaccia via e sibila: “Keine fuking, schlaffen und silence, please”. Una notte d’inferno; lei dormiva, o almeno così dava ad intendere. In silenzio io mi rodevo l’anima mentre il vino francese mi rodeva il fegato. Verso l’alba dormii quei sonni leggeri e agitati che, quando ti svegli, ti lasciano intontito più che se non avessi dormito affatto e con quell’ umore nero, quasi avessero bagnato la tua anima nella parte più infelice delle sue speranze. Per di più mi sentivo lo stomaco come se me lo avessero lisciato con la carta vetro. Fatti, nel più rigoroso silenzio, i preparativi, partiamo evitando gli sguardi. Un decina di chilometri e mi fermo ad una locanda per la colazione. Voglio che veda la mia grandezza e impallidisca per la sua piccolezza. Senza battere ciglio, vado alla cassa e pago anche il suo cappuccino e il suo croissant. Alla frontiera, come era ovvio vedendola, ci fanno il pelo e il contropelo. Apri bagagli, mostra e rimostra documenti, dai spiegazioni del perché e del per come sei lì e perché andrai là. Maledico il momento in cui l’ho incontrata, ma in un certo senso, ho deciso che le voglio bene. Alla fine i doganieri si arrendono al fatto che non c’è più borsino o borsone da aprire, angolo e tasca da perquisire, e ci fanno ripartire. I tornanti in discesa sono più a gomito di quelli in salita, perciò se sei nervoso, se hai dormito male, se ti girano i coglioni, devi stare molto attento: a fare un tuffo nel vuoto non ci vuole niente, anche perché su quella strada gli spagnoli si erano rifiutati di mettere un qualunque guarda-rail. Io ero nervoso, avevo dormito male, e avevo i coglioni girati, però non feci nessun salto nel vuoto, perché la matta, all’improvviso, cominciò a cantare, ma così bene ma così bene, che in un attimo mi passò tutto e fui assolutamente sereno, lucido, padrone di me. A mezzogiorno, però, il caldo era divenuto soffocante e, dopo una nottata come quella, c’era davvero bisogno di una sosta e di un refrigerio. Fummo fortunati perché quasi a fondo valle incontrammo un torrente, dove fermarsi. Non era propriamente un torrente di montagna con rocce, cascate e tutto quanto. Era piuttosto un torrentello che dava ad intendere di essere un fiumiciattolo con poca acqua, ma con ghiaino da spiaggia e canneti tutto intorno. Danielle bagna le sue mani nel flusso d’acqua, la trova di suo gradimento, torna alla macchina, estrae dal suo zaino da viaggio una specie di stuoia-asciugamano, e senza tanti convenevoli si spoglia nuda come fosse nel bagno di casa sua. Una visione da.... . Un corpo perfetto e morbido come se ne vedono solo nei quadri dei maestri del Rinascimento, ma anche inquietante e conturbante come mai ne avevo visti perché l’incarnato molto pallido era tutto picchiettato di piccole macchie color ruggine esattamente come quelle sul volto, ed erano dello stesso colore del pube, quasi che quel sacro triangolo avesse diffuso le sue stigmate sui seni , sul ventre, sulle cosce. Un specie di animale esotico, una zebra fattasi femmina. La odiai con tutte le mie forze mentre squittiva in mezzo all’acqua, facendo schizzi e piroette.Non entrai neanche in acqua, mi bagnai solo la faccia e dissi che non avevo tempo da perdere, si ripartiva subito. La prese male, inghiottì una bella fetta dell’ira che tremolava attorno alla mia fronte e poi la rimasticò fuori lentamente da un lato della bocca facendola scivolare attorno al collo come fosse un serpente. Viaggiamo in gelido silenzio fino a quasi il tramonto, fino a quando entriamo a Pamplona. La smonto proprio in pieno centro. Mi dice che dormirà nel parco pubblico, insieme a tutti gli altri giovani. Io le dico che andrò invece a montare la mia tenda presso un ruscello circondato da un bosco a pochi chilometri dal centro, non lontano dallo strapieno e infrequentabile campeggio comunale. Il posto giusto, per le persone giuste che sanno vivere, aggiungo con un certo sarcasmo. La saluto, però, con un certo dolore e con un senso di smacco. Lei mi sembrava del tutto lontana. Stavo montando la tenda, e devo dire piuttosto mogio, quando me la vedo comparire all’improvviso. Aveva preso l’autobus ed era venuta fino lì perché aveva dimenticato in macchina il suo giubbino jeans. In effetti sotto un sedile c’era quell’incredibile straccio bisunto e consunto. Se lo avessero regalato ad un morto di fame del terzo mondo te lo avrebbe ritirato dietro offeso. Ma lei, a quanto sembra, non poteva farne a meno. Divarica le gambe, appoggia i pugni sui fianchi con le braccia ad arco, ruota lo sguardo intorno e annuisce con la testa. Si, questo è il posto giusto mettere una tenda, anche perché c’è l’acqua corrente del ruscello e molta ombra. Mi chiede con una certa dolcezza se può piazzare la sua tenda accanto alla mia. Certo che puoi, Danielle, anche perché la speranza è sempre l’ultima a morire. |