MILANOFUORIPORTA

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1)  Cippi  

2)  Il Rag. Nardini

3) Un viaggio al Pireneo

4) Dyonisos è vivo e danza con noi

5) DANIELLE

6) La cavalla e il lumachino

7) Chewing'gum

8) SE MI BOCCI QUESTA TI DO MILLE LIRE

9) QUI E LA'

 

 

 LA  CAVALLA  E  IL  LUMACHINO

 

 

Oggi ero al punto shop turistico Alto Appennino della regione Emilia-Romagna. Un tempio edificato in un borgo della alta valle Ceno, fra i più ferventi della religione naturalistica dominante: piccole litanie in onore della dea arboricola Parco Naturale, rosari di percorsi in mountain bike, ex voto dedicati ai miracoli della dieta vegetale, processione di tutte le erbe selvatiche da venerare, imagines pictae di tutte le divinità faunistiche che ci fanno il miracolo di vivere nonostante i peccati contro natura del genere umano. E poi le intimidazioni solite: guai a  chi va là;  no, non andare qua. Occhio che la Natura ti guarda. Se butti la carta nel bosco, sei davvero un tipo losco. Non uscire dal tracciato, se non vuoi il campo contaminato. Una sacerdotessa e un sacerdote distribuivano buoni consigli opuscoli e cartine.

Ecco che ti entrano lui e lei. Di lui sarebbe meglio non parlare, ma non si può, altrimenti non si capisce. Di lei si dovrebbe almeno fino alla luna piena di giugno. Una figa incredibile che lasciava al suo passaggio una scia di profumo al muschio vaginale da far svenire anche un eunuco costipato, una capigliatura al rovo selvatico di more dalla quale si accendevano lingue di fuoco e salivano verso il cielo stelline azzurre lievi di meraviglia e desiderio. Lui era come mamma, impiegata INPS di terzo livello, lo aveva sempre sognato: educato, attento, convinto. Abbastanza stempiato nonostante non avesse ancora toccato i quaranta. Lindo con la sua magliettina color prugna Perry Cotton, quello che marchia i suoi straccetti con i rametti di alloro in semicerchio. I calzoni molto comodi, data la bisogna, con le loro trenta tasche disseminate ovunque. Seguiva compunto la predica del sacerdote del tempio che gli mostrava sul computer tutti i luoghi lustrali ove sacrificare alla grande dea Parco Naturale. Lei vagava fra un opuscolo e l’altro. Cavalla di ogni sospiro e struggimento, vestiva una maglietta nera che aderiva perfetta alla linea dei suoi seni alti e tondi come due vasi di fiori sospesi sul balcone dell’attesa, ai suoi fianchi agili e nervosi come il mattino della partenza, alle sue spalle, ritte e morbide come l’essenza che dà forma alle onde che rotolano il tappeto marino. La gonna, ad anelli d’argento in campo nero, era larga e leggera per non intralciare la gloria maestosa del suo andare.

Si avvicinò al computer, dove il lumachino apprendeva il percorso della lattuga del benessere. Lui un visetto tutto smussato, senza angoli senza artigli. Lei un profilo greco, un vero naso greco, dritto e netto come  un editto imperiale, che terminava su due labbra asciutte e regali, ricevute in dono dalla regina di Saba.

Cosa e quale dio avesse unito la cavalla al lumachino, mi parve subito uno dei grandi enigmi dell’universo. Lei mi guardò, io la guardai, annusando per quello che potevo la forza che le dava vita. Così capii. La vendetta. Lei di sicuro aveva a lungo cavalcato solitaria i prati di maggio e aveva atteso che dagli altopiani dell’Urdu fino all’Ussuri gli stalloni facessero mandria correndo, la notte e il giorno, dietro il suo odore; aveva sognato che i mustang  del Colorado levassero alti gli zoccoli gli uni contro gli altri nella lotta per afferrare con i denti la sua criniera; aveva nitrito al vento perché i possenti destrieri Nisei spezzassero alla buonora i finimenti e sbalzassero di sella il cavaliere per trovare il prato dove lei pascolava.

Trotterellando si era fatto vivo solo qualche cavallino da circo che le aveva fatto un sacco di domande e voleva mettere tanti zoccoli davanti prima di compromettersi in cose non troppo chiare. Così fra cavalli che avevano smesso di cavalcare e lumachini che si sforzavano di biciclettare per mantenere elastica la pelle, avendo tra l’altro una casa sicura sulla gobba e un passo di tutto riposo, scegliere  non fu difficile sebbene doloroso.