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Eugenio Burnengo, architetto milanese d’adozione, ma originario dell’Alto Monferrato, ha voluto tornare, ad un certo punto della sua vita, alle origini, e ha così preso in mano la tenuta di famiglia, ha ammodernato vigneti, cantine, apparati tecnici e ha dato vita ad un’azienda vinicola d’avanguardia. Non solo, è personaggio di spicco nel mondo dell’imprenditoria agricola di questa terra, e da anni si prodiga affinché luoghi, aziende, prodotti siano in grado di darsi sempre più un’immagine forte sotto il profilo qualitativo e siano capaci di comunicare al mercato questa loro eccellenza qualitativa. Abbiamo, perciò, voluto intervistarlo, affinché i nostri lettori milanesi abbiamo un quadro realistico di prima mano di quanto l’Alto Monferrato può offrire loro sia in termini di prodotti eno-gastronomici, sia in termini turistici. Esordiamo, dunque, con una domanda di rito: - Quali sono i vini che veramente possono essere considerati tipici di questa terra e cosa si è fatto in termini pratici, in questi ultimi anni, per aumentarne lo spessore qualitativo.
- Veramente tipici sono il Dolcetto di Ovada, che sta andando verso il riconoscimento della docg; e, nell’acquese, il Moscato e il Bracchetto, che sono già a docg. Molto coltivate sono anche le uve di Barbera e di Cortese, ma sono prodotti vincoli comuni a tutto il Monferrato, quindi non possono dirsi tipici della nostra zona. Sotto il profilo qualitativo, direi che il lavoro fatto in questi ultimi anni è stato veramente notevole, specie da parte di associazioni di produttori e da parte di organismi legati alla pubblica amministrazione. In passato, l’Alto Monferrato produceva vini badando alle rese quantitative, oggi la più parte dei produttori ha capito che è meglio ridurre le quantità di raccolto per ettaro , per avere acini di valore qualitativo ben più elevato. In questa prospettiva, gli organismi di cui sopra hanno fatto un notevole lavoro di istruzione, con corsi di riqualificazione riservati ai produttori motivati a migliorare sensibilmente il contenuto qualitativo del loro prodotto.
- Sotto il profilo dell’immagine e della percezione da parte del grande pubblico dei consumatori e, per quanto ci riguarda, da parte dei milanesi, vi è una precisa consapevolezza di questo salto qualitativo? In altre parole, siete riusciti a comunicare nel giusto modo e con risultati sicuri questo netto passaggio dalla quantità alla qualità?
- Forse questo è il punto più dolente. Certo passi in avanti ne abbiamo fatti, ma non possiamo sicuramente dire che di essere completamente riusciti a dare una immagine soddisfacente del valore effettivo dei nostri prodotti. Bisogna fare ancora molto proprio nel settore del marketing e nel settore della comunicazione. Tuttavia i progressi ci sono, specie per quanto riguarda la conoscenza del territorio, la sua identificazione, come area distinta del “Monferrato”. In questo senso molto ha fatto L’Associazione Alto Monferrato, che tra l’altro ha messo on line un sito molto bello con tante informazioni. Allo stesso modo gli IAT di Ovada, Novi e Acqui stanno dando un ottimo contributo alla valorizzazione del territorio con iniziative di ogni tipo, fra l’altro, mettono a disposizione biciclette per i nostri ospiti ‘foresti’. L’idea di fondo è quella di combinare la qualità del prodotto vinicolo, facendolo conoscere con degustazioni aperte, con il richiamo gastronomico, con la suggestione della bellezza del paesaggio.
- Parliamo allora della cucina e della ristorazione alto monferrina
- E’ una gastronomia povera, eppure di gran pregio. Unisce infatti elementi tipicamente liguri con quelli piemontesi. Della cucina ligure ha ripreso la capacità di fare di ‘povertà virtù’, ossia la capacità di utilizzare alimenti poverissimi in modo assolutamente creativo. Della cucina piemontese ha ripreso il gusto per i sapori forti, ricchi, sanguigni. Qui, ad esempio, si mangia ancora lo ‘stucafissu’, il raviolo con ripieno di borragine, la farinata, piatti tipicamente liguri, ma anche l’agnolotto di carne, tipico del Piemonte, così come il mitico fritto. La ristorazione locale, ovviamente offre questo tipo di cucina con risultati che nella media permettono di dire che chi mangia da noi trova un ottimo rapporto qualità/prezzo e, naturalmente, sapori e abbinamenti unici. A questa a ristorazione solida e tradizionale si aggiungono alcuni ristoranti che raggiungono vertici di eccellenza e creatività e sono, peraltro, segnalati nelle più importanti guide.
- Ci indichi, infine, a noi milanesi, fra i tanti possibili, un percorso turistico a lei particolarmente caro.
- Direi che quello che meglio coglie il ‘genius loci’, è il percorso che sale a Montalto Bormida, per la statale di Alessandria, si arriva ad Ovada, quindi si prosegue per TaglioloMonferrato e si attraversano i comuni del parco dell’ovadese fino alla alta Val Lemme. |