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Per iniziare, signor Mossi, una domanda semplice, ma non scontata per molti dei nostri lettori: quali sono, a suo parere, i vini veramente tipici del piacentino? Direi che sono soltanto due: il Gutturnio e l’Ortrugo. Riguardo a quest’ultimo, mi permetto di aggiungere che fino a qualche anno fa era un vitigno in via d’estinzione e, senza falsa modestia, devo dire che oggi diventato nuovamente una bandiera della vinicoltura piacentina, grazie principalmente alla nostra azienda che ha creduto in questo vitigno, lo ha sostenuto e ha realizzato un prodotto che adesso, specie fra voi milanesi, sta ottenendo i meritati riconoscimenti e apprezzamenti. Un discorso a parte è poi il lavoro, al limite dell’archeologico, della ricerca di vitigni storici quasi scomparsi, come il Marsanne o l’ Uva d’Oro, di origine provenzale, portata qui in dote da una nobildonna francese del XV secolo. Questo vitigno è conosciuto, nel nostro dialetto, come Fruttano, ovviamente per il suo retrogusto fortemente fruttato; noi ci stiamo lavorando anche con l’aiuto della facoltà di agraria dell’Università Cattolica di Piacenza. E poi vorrei segnalare la Malvasia Rosa, un curioso caso di mutazione genetica spontanea. Ad un certo punto alcuni tralci di vitigno di Malvasia di Candia aromatica hanno cominciato a produrre acini rosa. Il prof. Fregoni, cattedratico emerito dell’Università Cattolica di Piacenza, è riuscito a fissare le caratteristiche genetiche di questa mutazione e ora abbiamo malvasie rosa che stanno avendo eccezionali riconoscimenti come quello recentemente attribuitogli dall’Associazione Papillon. Quale è stata l’evoluzione storica della viticoltura piacentina negli ultimi anni? Direi una straordinaria evoluzione verso la qualità e l’innovazione. Sono sorte una quantità di aziende giovani, dirette da giovani pieni di energia e di idee. Hanno innalzato straordinariamente il livello qualitativo e hanno anche saputo comunicare questo innalzamento qualitativo attraverso l’immagine e attraverso il marketing. Vi è ad esempio una grande ricerca grafica per quanto riguarda le etichette, e, a parte casi sporadici di esagerata voglia di stupire, abbiamo in genere una comunicazione visiva di forte impatto suggestivo. Storicamente il piacentino si è fatto la fama di area vinicola dai vini facili, beverini, frizzanti. E’ un fatto indubitabile, ma che nasce anche da un grosso equivoco. Il Gutturnio, che è il vino più noto e più tipico di queste terre, era un vino fermo, robusto e corposo, che stava accanto al Gutturnio frizzante, un vino fresco e leggero che aveva un suo preciso consumatore e che rispondeva ad un preciso bisogno del mercato. Nè l’uno né l’altro si chiamavano Gutturnio. Il nome Gutturnio fu attribuito a quel vino fermo intorno alla fine degli anni ’30, e fu una grossa operazione di marketing. Fu infatti ritrovata nel Po una coppa romana da vino, che si chiamava Gutturnius, ed era stata usata a Velleia romana dal "Sodalizio di Ercole Bibace", una associazione di bon vivants, che amavano discutere di vini e di combinazioni fra cibi e vini. Ebbene per allargare il raggio di consumo si pensò che un nome così suggestivo poteva dare il suo contributo; l’errore fu che sia il vino fermo e robusto, che oggi qui si chiama Gutturnio superiore o classico, sia quel vino frizzante e beverino presero il nome di Gutturnio. Un errore catastrofico, che ha conseguenze enormi sull’immagine dei vini piacentini, perché si tratta di vini completamente differenti, destinati ad aree di consumo assolutamente alternative. Il Gutturnio frizzante ha un suo mercato, è un vino che, se fatto bene, ha la sua dignità e la sua funzione di mercato perché soddisfa il gusto di un certo tipo di consumatore e non sta certo ai produttori imporre ai consumatori gusti e prodotti. Bisognerebbe però, ma penso che oggi sia impossibile, far chiarezza sulle diversità, proprio per dare un’onesta informazione ai consumatori. Fra le diverse valli del piacentino, ossia la val Tidone, la val Luretta,la val Trebbia, la val Nure e la val d’Arda, quali sono le più significative differenze nella produzione vinicola? Direi che la Trebbia fa da spartiacque. Dal punto di vista vincolo la val Trebbia è di scarsa rilevanza, tuttavia è importante dal punto vista culturale e storico, perché segna il confine fra due aree che nel corso della storia hanno avuto destini piuttosto diversi. La val Tidone e la val Luretta appartengono culturalmente alla tradizione piemontese e sono pertanto orientate verso vini corposi, strutturati, invecchiati. La val d’Arda è invece legata alla tradizione vinicola emiliana che predilige vini beverini, leggeri, frizzanti. La val Nure direi che si colloca in posizione mediana rispetto a questi due poli. |