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Oggi ero
al punto shop turistico Alto Appennino della regione Emilia-Romagna.
Un tempio edificato in un borgo della alta valle Ceno, fra i più
ferventi della religione naturalistica dominante: piccole litanie in
onore della dea arboricola Parco Naturale, rosari di percorsi in
mountain bike, ex voto dedicati ai miracoli della dieta vegetale,
processione di tutte le erbe selvatiche da venerare, imagines
pictae d Ecco che
ti entrano lui e lei. Di lui sarebbe meglio non parlare, ma non si
può, altrimenti non si capisce. Di lei si dovrebbe almeno fino alla
luna piena di giugno. Una figa incredibile che lasciava al suo
passaggio una scia di profumo al muschio vaginale da far svenire
anche un eunuco costipato, una capigliatura al rovo selvatico di
more dalla quale si accendevano lingue di fuoco e salivano verso il
cielo stelline azzurre lievi di meraviglia e desiderio. Lui era come
mamma, impiegata INPS di terzo livello, lo aveva sempre sognato:
educato, attento, convinto. Abbastanza stempiato nonostante non
avesse ancora toccato i quaranta. Lindo con la sua magliettina color
prugna Perry Cotton, quello che marchia i suoi straccetti con i
rametti di alloro in semicerchio. I calzoni molto comodi, data la
bisogna, con le loro trenta tasche disseminate ovunque. Seguiva
compunto la predica del sacerdote del tempio che gli mostrava sul
computer tutti i luoghi lustrali ove sacrificare alla grande dea
Parco Naturale.
Si
avvicinò al computer, dove il lumachino apprendeva il percorso della
lattuga del benessere. Lui un visetto tutto smussato, senza angoli
senza artigli. Lei un profilo greco, un vero naso greco, dritto e
netto come un editto imperiale, che terminava su due labbra
asciutte e regali, ricevute in dono dalla regina di Saba.
Cosa e
quale dio avesse unito la cavalla al lumachino, mi parve subito uno
dei grandi enigmi dell’universo. Lei mi guardò, io la guardai,
annusando per quello che potevo la forza che le dava vita. Così
capii. La vendetta. Lei di sicuro aveva a lungo cavalcato solitaria
i prati di maggio e aveva atteso che dagli altopiani dell’Urdu fino
all’Ussuri gli stalloni facessero mandria correndo, la notte e il
giorno, dietro il suo odore; aveva sognato che i mustang del
Colorado levassero alti gli zoccoli gli uni contro gli altri nella
lotta per afferrare con i denti la sua criniera; aveva nitrito al
vento perché i possenti destrieri Nisei spezzassero alla buonora i
finimenti e sbalzassero di sella il cavaliere per trovare il prato
dove lei pascolava. Trotterellando si era fatto vivo solo qualche cavallino da circo che le aveva fatto un sacco di domande e voleva mettere tanti zoccoli davanti prima di compromettersi in cose non troppo chiare. Così fra cavalli che avevano smesso di cavalcare e lumachini che si sforzavano di biciclettare per mantenere elastica la pelle, avendo tra l’altro una casa sicura sulla gobba e un passo di tutto riposo, scegliere non fu difficile sebbene doloroso.
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