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Gli alimenti e lo
stile di cucina.
Accanto
ai vini, il territorio del Monferrato si distingue per la produzione
di diverse tipologie di dolci, di cui il più caratteristico è
senz’altro l’Amaretto di Mombaruzzo per il fatto di cogliere al
meglio una certa inclinazione del gusto che guida la cucina del
luogo: si tratta di un biscotto molle che nasce da un composto di
farina e mandorle e che presenta un sapore che è una mescolanza di
dolce e amaro, di pastoso e tenero e, al tempo stesso, di robusto e
deciso. Un po’ insomma come certi vini del luogo. Accanto a queste
inclinazioni di profumi e sapori abbiamo l’elemento decisivo nel
comporre gli accordi di base con i quali si suona la sinfonia della
cucina monferrina: il tartufo bianco. Il profumo del tartufo è
semplicemente sconvolgente: ipnotico, assordante e assassino, invita
all’eros e alla frenesia bacchica. Ora immaginate di mescolare un
profumo del genere al sapore netto e tondo e lievemente tannico, ma
con precisi sentori di viola, di ciliegia, di mora che si
sprigionano nel palato bevendo un barbera o un dolcetto e, a questo
sapore, aggiungete il molle dolce/amaro dell’amaretto. Ebbene verrà
allora spontaneo capire perché qui si mangiano verdure crude intinte
nell’olio bollente nel quale friggono aglio e acciughe, perché si
sia potuto concepire un piatto come la frittura di frattaglie di
maiale e di vitello, impanate e messe in padella insieme a mela,
semolino al latte, fiori di zucca, amaretti, melanzane e zucchine,
esattamente allo stesso modo delle carni impanate e fritte; o come
sia semplicemente impossibile mangiare un piatto di tajarin conditi
con il solo tartufo, senza bere non un bicchiere ma una bottiglia
di barbera o di dolcetto.
La cucina contadina del Monferrato è
un insulto alla visione classica della misura e della proporzione, è
una sberleffo alla concezione greca del bello, basata sul concetto
di misura. E’, invece, una forma smisurata di Barocco spontaneo.
Ogni ricetta forza il limite naturale dei sapori, ogni pranzo degno
di questo nome è una sfida ai limiti degli stomaci. E’una cucina,
in poche parole, che fa dell’aspirazione all’infinito la sua stessa
ragion d’essere.
E’ in questa vocazione a trascendere i
limiti dell’umano che va cercata la sua essenza, così come è in
questa recondita e misteriosa filosofia spontanea della civiltà
contadina che è possibile dare spiegazione alla meraviglia del
grande pranzo domenicale o festivo, che si celebra da secoli in
queste contrade.
Il grande pranzo festivo è, in
effetti, in banchetto che ricorda in tutto e per tutto il festino
rinascimentale, perché si svolge come un rito sacro in cui si
celebra in primo luogo la felicità dell’abbondanza attraverso un
susseguirsi interminabile di portate e, in secondo luogo, perché
vuole essere la sperimentazione di ogni possibile combinazione di
sapori, la saturazione di ogni possibile fantasia del gusto.
Ecco cosa dobbiamo aspettarci, se
andremo a mangiare una domenica a pranzo in una buona trattoria
monferrina: almeno una mezza dozzina di antipasti di cui i
piatti base saranno:
Acciughe al verde. Un trito
molto fino di foglie di prezzemolo, aglio e mezzo peperone rosso,
mezzo peprone giallo. Si versa quindi il composto in una terrina e
si amalgama con l'olio extravergine d'oliva in modo da ottenere una
salsa abbastanza consistente. Si aggiunge i un cucchiaino di aceto
di vino rosso e e si regola di sale e pepe a piacere. Si dispongono
quindi su di un piatto di portata dei filetti di acciuga all’olio di
oliva che vengono cosparsi di questa salsa.
Antipasto di cervella.
Si fa bollire per una mezzora in acqua acidula di aceto e con un
mazzetto di odori la cervella, liberata della sua pellicina Si scola
e si taglia a fette sottili. Si dispone in un piatto e si copre di
maionese e alcuni cucchiai di panna montata.
Carne
trita cruda. Si triti, con l’apposita
macchinetta, un pezzo di carne di polpa di manzo sceltissima e la
si metta su un piatto da portata dopo averla condita con l'olio, il
succo del limone, aglio tagliato a fettine molto sottili, sale e
pepe. Torta di cardi. Si lessano i cardi tagliati a pezzetti
per circa mezzora. Quindi si scolano e si friggono, passati nella
farina e nell’uovo. Una volta dorati si mettono in una pirofila
foderata di pasta sfoglia, aggiungendo formaggio parmigiano e burro.
Si passa il tutto nel forno a 170 gradi per circa 15 minuti.
Vitello tonnato. Rispetto alla ricetta un po’ ovunque diffusa,
il vitello tonnato monferrino utilizza abbondante acciuga, sia nel
sugo di cottura della carne, sia nella crema tonnata che andrà a
ricoprire le fettine di carne brasata.Peperoni e acciughe.
Aglio e acciuga a friggere in una padella. Ad essi si aggiungono i
peperoni gialli tagliati a tocchi e si fanno andare a fuoco medio
per una ventina di minuti.
Come primi i
classici agnolotti ripieni di carne o i tajarin,
magari burro fuso e tartufo bianco. E come secondo, fra le decine e
decine, da provare senz'altro la mitica Finanziera, di cui si
discute sul nome. Secondo alcuni deriva dal fatto che era un piatto
assai apprezzato dagli agenti di borsa e dai banchieri torinesi che
se lo facevano servire nelle pause del loro lavoro, quando si
recavano nei locali alla moda della vecchia Torino. Secondo altri,
deriva da ‘finanza’, intesa come tassa, ossia era una tassa in
natura che i contadini pagavano agli agenti del fisco, consistente
soprattutto in frattaglie, o, ancora, dalla giacca ‘finanziera’, che
le servitù portava a corte dei Savoia. In ogni caso è un piatto
complesso e assai ricco che si compone di animelle e cervella di
vitello, granelle di bue, creste e barbigli di gallo, fegatini di
pollo, giardiniera di verdura sott’aceto, funghi. Le frattaglie
vanno lessate qualche minuto in acqua e aceto, quindi tutti gli
ingredienti vanno tagliati a dadini e fatti saltare con poco burro
e, infine, messi in una casseruola con la giardiniera e fatti
cuocere con marsala e vino bianco.
Il
vino i vini
Contrariamente
a quanto si pensa lo sfruttamento intensivo del territorio in
funzione vitivinicola fu un fatto piuttosto recente, non antecedente
agli ultimi decenni del secolo XVIII quando iniziò il disboscamento
della fascia collinare per fare posto agli sterminati filari di viti
che oggi vediamo perdersi a vista d’occhio di collina in collina.
Prima di allora la vite veniva coltivata, come dappertutto del resto
in Italia, prevalentemente nei terreni pianeggianti, alternandosi e
mescolandosi a campi coltivati a cereali, a legumi, a ortaggi. Le
colline si preferiva lasciarle a bosco, inframmezzato di radure,
perché così fornivano l’erba da pascolo per gli animali e la legna,
necessaria più di qualsiasi altra cosa nel mondo preindustriale.Quando
però il regno di Savoia instaurò la sua egemonia stabile e sicura su
tutto il Piemonte e anche su parte della Lombardia (l’Oltrepò
pavese), si cominciò a pensare che, insieme al riso, il vino sarebbe
stato un prodotto di più facile e redditizia esportazione, potendo
contare, i Savoia, sui legami con la Francia e sul fatto che il vino
era, sotto il profilo nutrizionale, l’alimento più economico in
relazione alle calorie che poteva fornire. Tenuto conto che un uomo
adulto che facesse il manovale o qualsiasi altro lavoro di fatica
consumava giornalmente non meno 8000 calorie, l’alimento a più
basso costo e di più facile digestione che gli permetteva di reggere
a questo enorme dispendio energetico erano i diversi litri di vino
che beveva durante la giornata. Dunque il vino, ma stiamo parlando
di vini di scarsissima qualità e di bassissimo costo, risultava un
prodotto molto ricercato in ogni grande centro produttivo urbano e
industriale per fornire supporto energetico a basso costo alla
manodopera.Soltanto verso la fine del secolo XIX, e dopo la tragedia
della peronospora, che aveva distrutto quasi interamente il
patrimonio vitivinicolo dell’Europa, si inizia a produrre delle
tipologie e delle etichette di qualità, oltre ai pochissimi vigneti
sceltissimi che da tempi immemorabili servivano a produrre i vini
eccellenti per le élites. In altre parole, con l’allargarsi del ceto
medio, si comincia anche a produrre vini più selezionati e
riconoscibili per marchio e per denominazione.E’ in quest’ottica
orientata verso la qualificazione del prodotto che il Monferrato,
insieme ai territori delle confinanti Langhe, divengono in breve
tempo il faro e la locomotiva dell’intera produzione vinicola
italiana. I nomi dei vini del Monferrato sono oggi talmente famosi
non solo in Italia, ma nel mondo, che è del tutto superfluo
ricordarli e sottolinearne gli aspetti di eccellenza.I vini che si
producono nel Monferrato e che hanno ottenuto la d.o.c. sono decine,
tuttavia due rappresentano il cuore stesso della enologia
monferrina: il barbera e il moscato, un vitigno, quest’ultimo,
importato dalla Spagna nel ‘600, che dà vini bianchi freschi,
piacevolmente dolci, a bassa gradazione alcolica. Ebbene furono
proprio le uve di moscato a permettere la prima grande inversione
verso la qualità e il prodotto di eccellenza, definito da un marchio
tipico. Si tratta del famosissimo Asti Spumante, che fu
creato ancora nel 1850 a Canelli, quando un commerciante di vini,
Carlo Gancia, che conosceva il metodo di fermentazione detto "champenois",
le cui tecniche furono elaborate nel 1668 da Dom Perignon,
cantiniere nell’abbazia di Hautvillers, nelle campagne di Reims,
volle applicare tale metodo alle uve locali, le dorate e profumate
uve dei vitigni di moscato.Il successo fu immediato ed eccezionale,
tanto da diventare l’Asti Spumante il vino per antonomasia da
stappare per celebrare e concludere degnamente ogni ricorrenza
importante, ogni festa di famiglia. Si tratta di un vino dolce ma
non dolciastro, fresco ma non privo di carattere, brioso ma non
inconsistente. Un prodotto unico per la geniale semplicità con cui
ha saputo fare di un vino sostanzialmente locale - e persino di
nicchia come il moscato - un prodotto oggi conosciuto e apprezzato
su scala mondiale.
Il
Barbera
è
un vitigno autoctono, diffuso in tutto il Piemonte, ma che nel
Monferrato e nell’Albese trova le sue massime espressioni
qualitative.Vino robusto e ricco di personalità, la Barbera per
decenni ha rappresentato il classico vino rosso da pasto, mentre
oggi ha imboccato anch’esso la via dell’eccellenza. Nel Monferrato
ha due DOCG: Barbera d'Asti e Barbera del Monferrato Superiore e
una DOC: Barbera del Monferrato. A partire dall'anno 2000 sono state
inserite tre sottozone (cru) che delimitano le aree qualitativamente
più importanti della Barbera d'Asti: Nizza (la più rappresentativa
), Colli Astiani e Lauretum.Accanto a questi vini, troviamo tutte le
altre tipicità, come il Grignolino. E’ un vino di colore
rosso rubino, asciutto e leggermente tannico, gradevolmente
amarognolo con persistente retrogusto, adatto
a tutto pasto, ma in particolare con salumi e primi piatti. Le prime
notizie su di esso risalgono alla fine del '700, sembra che esso
fosse da tempo conosciuto e venisse utilizzato per produrre quei
vini "chiaretti" già nel Cinquecento. La sua origine è senz'altro
localizzata nei colli tra Asti e Casale, che tuttora costituiscono
la principale zona di coltura, anche se si diffuse in altre parti
della provincia di Alessandria. Il suo nome deriva quasi sicuramente
da "grignòle", termine con cui vengono indicati in dialetto i
vinaccioli, di cui abbondano gli acini.La Freisa, il cui
luogo di produzione primario sono state le colline del torinese e
solo nel secolo XIX si è cominciato a coltivarlo nell’Astigiano. In
genere la Freisa viene vinificata soprattutto in versione spumante.
Se ne ottiene così un vino di facile accesso, beverino e poco
impegnativo, abbastanza vicina come tipologia ai lambruschi
emiliani. Questa scelta deriva anche dal fatto che la Freisa, benché
sia una parente stretta del Nebbiolo, l'uva principe del Piemonte,
ha con una componente tannica sensibilmente più marcata di questo.
Da alcuni decenni è però prodotta anche in versione "ferma". Il
‘Ruché’ è un vino di nicchia, localizzato sulle colline
circostanti il borgo di Castagnole Monferrato. Le sue origini sono
davvero curiose. Il vitigno era coltivato in quantità esigue da
diverse famiglie del luogo e produceva poche bottiglie consumate
soltanto in particolari ricorrenze festive. Negli anni ’60, il
Parroco Don Cauda acquistò da un anziano contadino una vigna che
produceva un buon Barbera, con l'intenzione di sostituirla con una
vigna di Ruchè.
Il parroco fece spianare il terreno che sorge alla
cima di una collina in regione Sant'Eufemia e iniziò a curare di
persona la coltivazione della vigna. Alla fine degli anni settanta è
stato don Cauda, con le sue bottiglie dall'etichetta "Ruchè del
parroco" il primo a lanciare sul mercato questo vino rosso dal
profumo intenso.Nel 1987 arrivò il riconoscimento della
denominazione di origine controllata con il territorio limitato a
sette Comuni del Nord Est Astigiano. Il colore è rosso rubino con
leggeri riflessi violacei. Il profumo è fine, persistente,
dall'intenso aroma di viola e rosa canina.Il sapore è morbido e
vellutato, di buona intensità. E di bassa acidità ed elevata
alcolicità, è un vino adatto a formaggi saporiti, arrosti e
selvaggina.
Per
quanto concerne l’Alto Monferrato, qui troviamo almeno tre
specificità assolutamente rilevanti: il Dolcetto di Ovada e di Acqui,
il Cortese dell’Alto Monferrato, il Bracchetto d’Acqui. Il
Dolcetto è un vitigno presente in Piemonte da epoca immemorabile
e, con dati storici certi, da almeno 500 anni.
Le
sue uve sono appunto ‘dolci’ tanto che possono essere consumate come
uve da tavola. Al contrario, il vino Dolcetto è secco, robusto,
lievemente tannico. Un vino assolutamente virile, che si accompagna
perfettamente a carni rosse e a pesanti primi piatti di paste
ripiene condite con ragout di carni brasate. Se il vitigno che si
coltiva nell’Alto Monferrato è lo stesso che troviamo nelle Langhe
cuneensi, la differenza di suolo e di clima produce risultati
differenti a livello di acini. Il Dolcetto di Ovada è più intenso,
più tannico, più alcolico del cugino albese. Si tratta di un vino di
colore rosso rubino con riflessi violacei; dal profumo vinoso,
fresco, di viola, di bacche rosse e di gusto asciutto, secco, di
moderata acidità, di media tannicità, con sentori di mandorla amara.
Il suo tenore alcolico è di 12 gradi. Con un tenore alcolico
superiore ai 12,50 e un invecchiamento superiore ad un anno può
essere qualificato come ‘superiore’. Il Cortese dell’Alto
Monferrato è un vino bianco che potrebbe essere definito senza lode
e senza infamia. Un prodotto discreto, ottimo per un pranzo non
impegnativo, per un bicchiere veloce al bar fra amici. Insomma un
vino buono per la quotidianità, dal quale ci si può aspettare la
virtù tipica dei gregari, quella di non deludere, perché è sempre in
grado di dare quello promette. E’ un vino
di
colore paglierino chiaro
con riflessi verdognoli, dal profumo delicato, e dal sapore secco,
leggero, lievemente mandorlato. La sua gradazione alcolica minima è
di 10 gradi.Il Bracchetto d’Acqui è un vino a denominazione
controllata e garantita, la cui produzione è consentita nelle
province di Alessandria e Asti. Oggi è assai richiesto per il suo
profumo floreale, per il gusto delicato e per la bassa gradazione
alcolica ( 6 gradi) per l’allegria della sua spuma fragrante. E’ di
colore rosso rubino, tendente al granato chiaro o rosato; il suo
aroma è muschiato molto delicato, con sentori floreali e dal sapore
tenue e fruttato.
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