LANGA                          Cantine e Ristori                                        

                                                              

 


Non vi tritureremo gli spiriti vitali con i tartufi, i barbareschi, i baroli, perché tanto si sa tutto e ripetere secondo alcuni giova, secondo altri scassa, e non si sa fino a quanto possa giovare una cosa scassata. Anche la storia dell’incanto dei paesaggi collinari, la loro struggente poesia la lasciamo ai poeti ammanierati dal buon gusto.


Noi vi sacramenteremo gli spiriti viscerali con quanto di roboante queste plaghe hanno ancora da regalare. Perciò niente cosine ammodo da riporre nella valigia mentale per le felicità confezionate dallo scoprire quello che è già scoperto, ma solo un paio di libri da avere sempre sottomano nella borsa da viaggio. Un paio di libri del migliore degli scrittori italiani, che non a caso è nato vissuto qui, facendo il ragioniere in un’azienda locale di vini: Beppe Fenoglio, la cui grammatica, sintassi e cadenza vi darà modo, se potete sentire, di intendere la ragione dei paesaggi, del loro urtare contro il vostro cuore, giacché la voce, cioè l’anima di queste genti ruvide e indisponenti, a forza di rimbalzare da una collina all’altra ne ha disegnato l’umore e la malinconia che ci ammaestra.


Ci portiamo con noi la Malora, e Un pomeriggio di fuoco. Il primo ci avverte di un mondo scomparso, quello della durezza della natura a lasciarsi piegare ai desideri di comodo degli uomini. E’ il mondo
che vive di vino, ma non può bere vino se non per qualche eccezionale licenza; è il mondo dei fanciulli mandati a fare i pastorelli presso chi ne ha bisogno e può fornire un piatto di minestra e qualche moneta. E’ il libro che introduce a un certo modo di interpretare la penuria e tenere a freno il proprio bisogno. Spiega un certo tipo di uomo, capace appunto di avere in cantina 10000 bottiglie e non berne neanche una; capace di fare 10 chilometri a piedi per guadagnare una moneta e farne altri dieci per tornare a casa con una moneta in tasca. Non è un mondo allegro, ma nemmeno triste e meno che mai lamentoso. E’ un mondo dove ognuno ha l’obbligo di provvedere a se stesso e non pesare su nessuno. E’ un mondo dove tutti si conoscono, ma non si dà confidenza a nessuno, per quanto si possa contare sulla parola ricevuta e non si possa venire meno a quella data. La Malora spiega essenzialmente i colori che si incontrano in queste langhe. Il verde quasi bruno dei fianchi delle colline che è la proiezione più evidente dell’umore secolare di queste genti; il grigio sciatto e il nocciola scipito degli agglomerati di case, rimedio universale contro ogni forma di ostentazione; il crema denso, il panna carico, il rosa antico che il più delle volte affrescano gli interni di pasticcerie, ristoranti, case in cerca di decoro, la promessa di un luogo di intimo conforto a compensare la rocciosa durezza di quanto è all’esterno.


Un
giorno di fuoco ci mostra la natura degli odori di questi luoghi. Entrate in un bar, ma anche in una piazza affollata, annusate l’aria e sentite di certo un odore particolare. E’ quello che manifesta il lato oscuro dell’anima di queste genti, quello che si è cercato di seppellire sotto terra, tanto incuteva timore, ma si è fissato nei tartufi e con essi è andato impregnare ogni cosa, anche l’incenso delle chiese. E’ un odore che condensa il lato folle di queste teste quadrate, quello per cui, in una partita carta all'osteria, dopo avere ordinato un caffé corretto fernet e averlo centellinato per la durata della partita stessa, ci si gioca la, casa, la terra, gli animali, proprio come se fosse del tutto normale. Così come barricarsi in casa con una carabina da guerra e sparare sui carabinieri può sembrare l'unica soluzione dignitosa per uno smacco troppo pesante da portare a spasso con leggerezza.