I VINI DELLE LANGHE

 


Il termine ‘langa’ individua il territorio compreso fra Tanaro e Bormida all’estremo sud del Monferrato, inclusa una piccola fetta di Cuneese che ruota intorno a Alba, un tempo città del Marchesato del Monferrato.
L'area  comprende un territorio di circa 980 kmq ed è divisa dal corso del Belbo in due sezioni, una settentrionale ed una meridionale: le due zone si contrappongono per molti motivi di cui il più evidente è l'altitudine delle colline, che raggiungono gli 896 m slm (Monte Mombarcaro) nella parte meridionale, l'Alta Langa e si aggirano su una media di circa 380 m slm in quella settentrionale, chiamata appunto Bassa Langa, con insediamenti come Santo Stefano Belbo ed Alba rispettivamente a 175 e 172 m slm. Il “mare di colline” (foto sopra) che assale l'occhio di chi si reca in Langa per la prima volta (ma anche di chi ci ha abitato per tutta la vita) è caratterizzato da una serie di lunghe e diritte dorsali affiancate che hanno direzione nord-sud, con solchi vallivi creati dall'erosione del Belbo, del Bormida di Millesimo e di vari torrenti.
E’ un territorio caratterizzato da creste collinari, fra i 400 e i 900 mt., di conformazione lunga e stretta, quasi delle lame, che corrono verso sud, cioè verso l’Appennino ligure, lasciando fra l’una e l’altra valli strette e scoscese. Il termine è incerto, tuttavia ci sono buone ragioni per credere che altro non sia che una parola derivata dalla lingua ligure, oggi andata perduta. Probabilmente significava semplicemente Terra dei Liguri. E’ un paesaggio severo, sobrio, raccolto, ma, al tempo stesso, entusiasmante per lo spleen dolce/amaro, assolutamente inebriante, che genera in chi a lungo lo contempla. Per questo ha fatto da sottofondo scenografico ed emotivo al lavoro letterario di importanti scrittori italiani, come Pavese e Fenoglio, e induce tanti maestri dello spleen, quali sono gli Inglesi, ad acquistare cascinali da queste parti, dove coltivarlo in tutta la sua purezza.
Man mano che si scende verso l’Appennino ligure queste creste collinose salgono di altitudine e rendono impossibile coltivare la vite sui propri fianchi. Il territorio della Alta Langa, tuttavia, non resta improduttivo a bosco, bensì è coltivato a noccioli (una varietà di nocciola, la nocciola gentile, tipica di queste zone è considerata una delle migliori del mondo, e da tempo immemorabile entra in modo esclusivo nei dolci piemontesi, come il torrone, il cioccolato gianduja, le torte a base di nocciole).
Più in alto ancora, quando anche la coltivazione del nocciolo si fa ardua, ecco i boschi di castagni, i pascoli, e con essi le forme estreme di economia rurale: la raccolta dei frutti del bosco, la pastorizia, la produzione di formaggette e l’essiccazione dei funghi e la loro conservazione in vaso sottolio o sottoaceto.

L’aspetto più saliente della conformazione di questo territorio, che si estende a sud del Tanaro ed è delimitato ad est dalla Bormida e dal torrente Orba per arrivare a toccare le prime vette appenniniche che separano il Piemonte dalla Liguria, è la mescolanza di paesaggi di forte contrasto. Spesso accade di vedere il verde cupo del bosco di noccioli e castagni lasciare spazio al verde più tenue di una vigna posta sul fianco più basso di una medesima collina; così come il fitto del bosco si apre all’improvviso per lasciare a prato da pascolo il cucuzzolo di un rilievo montano. La conformazione geologica del territorio, del resto, è un continuo alternarsi di rapide e scoscese salite che, sulla cresta, dal lato opposto, magari declinano più dolcemente verso il piano. E così qui abbiamo una curiosa economia rurale che mescola una sobria e sapiente viticoltura a modeste estensioni di terreni coltivati a mais, per poi andare a incontrare una non trascurabile economia silvano/pastorale, che si concretizza nell’allevamento ovino e caprino e produce prodotti di nicchia di grande richiamo, come ad esempio, la robiola di Roccaverano, oppure si specializza nella produzione di nocciole, frutto del bosco che entra sistematicamente nella cucina dolciaria piemontese e, oggi, ne fa ampia richiesta l’industria alimentare non solo italiana, ma anche europea.
Vini

 

Nebbiolo
La storia della viticoltura d’Alba è dominata dalla presenza di questa uva nobile. Benché non sia mai stata la varietà più coltivata della regione, il Nebbiolo ha occupato sempre un posto molto importante e prestigioso. Il nome Nebbiolo (o nebbio’ in Piemontese) quasi sicuramente è derivato da nebbia: è detto che le uve non vengono vendemmiate finche non sono state inumidite della nebbia d'autunno. Se il Nebbiolo è cosi importante, deve essere spiegato il fatto per cui la sua coltivazione rimane molto limitata. La ragione si trova nel suo animo esigente: tradizione detta che il Nebbiolo dia il proprio meglio solo in posti molto particolari. Il terreno ideale è sub-alcalino, ricco di potassio, fosforo, magnesio e calcio con una proporzione di altri micro e macro-elementi quali boro, manganese, rame, zinco e ferro; che corrisponde proprio alla composizione delle marne calcaree di Barolo e di Barbaresco e anche il terreno più sabbioso del Roero. Il Nebbiolo ha bisogno anche di un buon drenaggio e fiorisce su versanti fino a 400 metri. Siccome è la vite che germoglia prima in questa zona (di solito nei primi giorni di Aprile) e l’ultima ad essere vendemmiata (dai primi di Ottobre/meta Ottobre in avanti), la sua lunga stagione di solito richiede un'esposizione a mezzogiorno. Per meglio dire, il Nebbiolo gradisce un monopolio quasi incontrastato del “triangolo d’oro” tra sud-sudest e sudovest nei migliori vigneti. Viene sempre piantato sulla parte migliore della collina, vicino alla cima, dove riceve massima esposizione al sole.
Barolo

Il Barolo è uno fra i più famosi vini rossi italiani, apprezzato e conosciuto in tutto il mondo. Originario del cuneese e prodotto secondo un metodo che unisce tradizione e sapienze antiche, non a caso il Barolo è considerato il “re dei vini”. Scopriamo dunque le caratteristiche principali di questo vino corposo e intensamente aromatico, del quale l’invecchiamento rappresenta la chiave del successo.
I primi produttori del pregiato vino furono i nobili Falletti di Barolo e, in particolare, la contessa Giulia Colbert Falletti. Secondo quanto tramandato dalla storia, il vino stupì persino Carlo Alberto nel XXXX, invogliando il monarca all’acquisto di una propria tenuta di campagna a Verduno.
Fu infine Camillo Benso conte di Cavour che, grazie ad un tipo di vinificazione innovativo per l’epoca, verso la fine dell’Ottocento fece conoscere ed apprezzare non solo all’Italia, ma al mondo intero, il Barolo che oggi noi conosciamo. Questa innovazione avvenne nel comune di Grinzane che, tuttoggi, porta il nome del grande statista
.
Barbaresco
Nello splendido coro ligneo del Duomo di Alba (XV secolo), tappa vivamente consigliata a chiunque visiti la città, uno degli stalli raffigura l'antico borgo di Barbaresco sovrastato da una fruttiera ricolma d'uva: non possiamo non pensare che fosse nebbiolo. Di Ii a pochi anni il nostro vitigno avrebbe cominciato a cedere terreno a moscato, più in voga, e barbera, più produttìvo e rustico, in molte zone del Piemonte, rimanendo però principe assoluto sulle colline di Barolo e Barbaresco dove già si era capito che esso donava dei vini superiori". Fin qui il nebbiolo tra leggenda e realtà.esiste una bottiglia conservata presso la Cascina Drago di San Rocco Seno d'Elvio la cui etichetta manoscritta recita: "Barbaresco 1870": la più vecchia bottiglia in cui il nome del paese, San Rocco era allora parte di Barbaresco, fosse stato usato per identificare il vino.
1894: una data storica, quando il Barbaresco "diventa maggiorenne". Domizio Cavazza, direttore delle Regia Scuola Enologica di Alba, acquista il castello di Barbaresco con le proprietà nelle zone Pora e Ovello e, nello stesso autunno fonda le Cantine Sociali di Barbaresco, riunendo intorno a sè una decina di proprietari di vigneti locali.
Egli codifica il "metodo moderno" per la vinificazione del nebbiolo e lancia il vino Barbaresco sui mercati nazionali accostandolo al già famoso Barolo.

 

 Barbera
L’ascesa e discesa della Barbera sono state rapidissime. Sebbene ci sia poco riferimento storico alla vite (La Barbera è menzionata per la prima volta negli archivi del 17° secolo di Nizza Monferrato), è ormai diventata una delle varietà più coltivate in Italia.Le origini esatte della Barbera sono sconosciute, ma storicamente è la varietà preferita del Monferrato, e quindi si è qualificata generalmente come indigeno onorario. La sua presenza assai diffusa è stata determinata solo dopo la fillossera. I motivi sono semplici: la Barbera è una varietà vigorosa, resistente alle malattie crittogamiche, produce frutta in abbondanza, con regolarità e, in confronto alle altre uve rosse della zona, non ha particolari esigenze di terreno e posizione – sebbene quest’ultima sia molto importante per la qualità dei frutti. Germoglia circa una settimana dopo il Nebbiolo e matura in un periodo molto favorevole: da fine Settembre fino a meta Ottobre, tra le vendemmie di Dolcetto e di Nebbiolo (anche se matura prima nei posti migliori).Tradizionalmente, la Barbera richiede poca potatura verde, siccome ha uno sviluppo equilibrato e naturale tra frutti e foglie. Generalmente, la Barbera si comporta meglio nel Monferrato. La logica ovvia che sopporta questo punto di vista è che i siti migliori di Alba vengono usati per Nebbiolo mentre il vitigno Barbera, essendo più adattabile, viene piantato solo sui versanti non portati per il Nebbiolo. Questo significa che occupa spesso i versanti esposti a ovest o la parte bassa dei versanti piantati di Nebbiolo. Nella zona di Asti, invece, occupa ancora le posizioni migliori.
Dolcetto
Sebbene la prima menzione di Dolcetto si trovi nelle ordinanze del comune di Dogliani del 1593, riferimenti al ‘dozzetto’ si trovano anche nel secolo precedente. Il fatto che il Dolcetto sia nominato ancora come ‘douset’ in dialetto, tende a confermare che siano la medesima varietà . Come la Barbera ed il Nebbiolo, è presente da tanto tempo ed è una varietà fidata. Il nome significa ‘piccolo dolce’: quando sono mature le uve sono particolarmente succulente e, grazie a un’acidità abbastanza bassa, il Dolcetto ha qualche riferimento storico anche come uva da tavola. Come il Nebbiolo, il Dolcetto produce solo nei suoi posti preferiti, un terreno di marne calcaree come si trova nella terra del Miocene sulla riva bassa (destra) del fiume Tanaro. Nel terreno argilloso, o terra ‘fredda’ (che trattiene umidità) le uve hanno la tendenza a cadere dalla vite prima di essere vendemmiate. Il Dolcetto germoglia nello stesso periodo della Barbera ed è la prima delle uve rosse che matura – da metà a fine Settembre. Poiché la sua vegetazione non è molto vigorosa il Dolcetto è potato corto – tra sei e nove germogli sul capo a frutto. La pianta produce foglie grandi con cinque lobi e grappoli di forma piramidale con acini rotondi e di colore blu-nero vivo, le bucce spesse contengono pigmenti molto forti. Il Dolcetto è una vite facile da riconoscere grazie alle venature rosse delle sue foglie. La sua coltivazione è ristretta quasi completamente al centro del Piemonte dove ha non meno che sette denominazioni diverse: Dolcetto d’Alba, Dolcetto d’Acqui, Dolcetto d’Asti, Dolcetto delle Langhe Monregalesi, Dolcetto di Diano d’Alba, Dolcetto di Dogliani e Dolcetto di Ovada, uno stato di cose che confonde e si riduce, di solito, a tenui differenze di stile.
Moscato
Il Moscato proviene originalmente dal bacino dell’ est Europeo ma oggidì è coltivato in tutto il mondo. E’ una varietà di grande successo in lungo e in largo per l’Italia. Quasi ogni parte della penisola ha la sua versione di questo vino da dessert a base Moscato e si trova dall’Alto Adige nel nord fino all’isola di Pantelleria a poca distanza delle coste di nord Africa. Il Piemonte non è un’eccezione: il Moscato è ben stabilito nelle Langhe e nel Monferrato. 'Muscatellum', come lo chiamano gli statuti del 16° secolo di La Morra, era apprezzato per il suo profumo distintivo e i documenti alla fine del 16° secolo mostrano che il Duca di Mantova evase un ordine per quantità significative del Moscato di Santo Stefano Belbo. La sub-varietà coltivata in Piemonte è il Moscato bianco, che è un’altra vite esigente in termini di ubicazione, fattore importante per permetterle di dare il proprio meglio. Idealmente, Il Moscato ha bisogno di un terreno ricco in calcio o argilla grigio-blu (forse anche con parte di sabbia). Su un terreno cosi il Moscato fiorirà fino a circa 400 metri. In senso qualitativo non rende bene su terra argillosa o nel fondovalle, dove produce uve di poco profumo e finezza. Dopo il successo internazionale dell’ Asti Spumante, il Moscato è stato ripiantato molto per adeguarsi alle crescenti esigenze del mercato. Questo fattore ha avuto un effetto ambivalente sull’immagine del vino: molto delle nuove coltivazioni sono state fatte in luoghi inferiori solo per ottenere un alto livello di produzione così da raggiungere i prezzi non realistici chiesti dai clienti all’estero. Dall’altra parte, però, qualche specialista dedito al Moscato ha iniziato a rilavorare sui versanti più ripidi, prima abbandonati a causa della difficoltà nel coltivarli. La vite porta foglie da tre e cinque lobi e grappoli abbastanza compatti e cilindrici di uve rotonde e dorate (quando esposte tanto al sole sopraggiungono anche note di ambra) che maturano di solito in metà Settembre.
 
Arneis
 Poco più di un decennio fa questa uva rara, delicata ed indigena era una curiosità oscura; ma l’anno 1989 ha visto l’accettazione ufficiale dell’Arneis del Roero come un vino DOC. Questa storia dalle stalle alle stelle va di pari passo con la tendenza corrente ad Alba di una rivalutazione delle tradizioni di vinificazione.Nella zona non c’era tradizione nella produzione di vini bianchi fermi e secchi, ma verso la fine degli anni 1970 è nato un nuovo spirito di ottimismo e tanti produttori hanno identificato il vino bianco come parte vitale della gamma che avrebbe permesso di meglio competere in un mercato più sofisticato. I ricordi ufficiali più antichi sull’ Arneis risalgono oltre un secolo fa: G. di Rovasenda menziona che l’Arneis sia coltivato a Corneliano d’Alba nel suo ‘Saggio di Una Ampelografia Universale’ (1877). Invece la storia dell'Arneis si trova anche più in dietro. E’ probabile che la varietà chiamata ‘Renesium’ e ‘Renexij’ in documenti dal 15° e 16° secoli sia diventata ‘arnesio’ nel 18° secolo e poi arrivata alla denominazione attuale prima che fossero resi noti i ricordi del Conte Traiano Domenico Roero, che aveva qualche centinaio di bottiglie di ‘Arneis bianco’ da Piobesi nella sua cantina a Guarene. Molta della confusione riguardo alle origini di Arneis deriva dal fatto che gli Albesi conoscevano una sola uva bianca: il Moscato. Avevano allora l’abitudine di trattare tutte le uve bianche senza distinzione e chiamarle o ‘bianchetto’ o ‘bianchetta’ – anzi, ancora oggi l’Arneis è conosciuto come bianchetta, anche se ora è più solito sentirla chiamare ‘Nebbiolo