LUDOVICO IL MORO – DUCA DI MILANO

L’anima del Moro sicuramente alita ancora fra le nebbie serotine di questi canali, fra le brume di queste brughiere, negli anfratti di pietra di antichi palazzi, perché più di tutti i suoi predecessori aveva amato questi luoghi, e qui amava vivere in villa, dopo aver sceso con la ducale barca il naviglio. Era l’ultimo dei figli del grande Francesco Sforza, quello più amato, ma anche quello che, per le dure regole dinastiche, non avrebbe mai avuto la possibilità di esercitare il potere, se non in qualche oscuro castelluccio ai confini del ducato, che gli fosse stato dato in consegna e per liberarsi della sua presenza in Milano. Il padre lo amava per la sua intelligenza, per la sua disciplina interiore, per la sua consapevolezza. Non a caso, Ludovico ebbe a dire alla moglie, la sublime Beatrice d’Este:   "Voi venite da una famiglia che governa Ferrara da duecento anni. Il padre di mio padre era nato in un minuscolo borgo romagnolo e non imparò mai neppure a fare la propria firma. Era un apprendista calzolaio che divenne il più grande condottiero del suo tempo." 

Come il potere politico potesse essere consolidato, grazie al consenso che generano le opere pubbliche, lo dice ancora lui stesso:  "Mio padre ebbe... la saggezza di costruire. Castelli, chiese, il primo ospedale di Milano (oggi sede dell’università Statale). Ingaggiò l'architetto Filarete, uno dei più grandi intelletti della sua generazione. Metà di ciò che vedete a Milano fu edificato da mio padre".

Il primogenito di Francesco Sforza, Galeazzo Maria, morì assassinato dopo dieci anni di governo folle e di dissipazione morale,  1476. Ereditava il potere il figlio adolescente, Gian Galeazzo. Ludovico riuscì prima a farsi nominare tutore del fanciullo e reggente del ducato. Il giovane erede non era diverso dal padre, debole e incline a una vita di dissipazione, ragion per cui non fu difficile, una volta cresciuto, esercitare il potere in sua vece, relegandolo in un dorato esilio nel castello di Pavia insieme alla moglie Isabella d’Aragona.  Fu proprio il timore che questa parentela con gli Aragonesi potesse indurre il re di Napoli a intervenire per rimettere sul trono il genero, che lo spinse ad allearsi con re di Francia e quindi ad aprire la strada alla discesa degli stranieri in Italia, fino ad arrivare alla sottomissione del ducato di Milano prima ai Francesi e poi agli Spagnoli. In realtà si tratta di un giudizio ingiusto. La penisola era già in mano straniera nel sud da sempre (Normanni, Svevi, Angioni, Aragonesi) e al nord, in Lombardia era indipendente pro forma, appartenendo al Sacro Romano Impero di Germania, che tuttavia non aveva la forza di esercitare una reale autorità su queste terre.  La Francia aveva già da tempo indirizzato le sue mire sul ducato di Milano, rivendicandolo per questioni dinastiche e, quindi, prima o poi avrebbe tentato di impadronirsi di Milano. Il Moro cadde dalla padella alla brace, ma in ogni caso, la sorte del milanese era segnata, così come quella del resto della penisola ancora non soggetta a potenze straniere. E, paradosso della storia, ad aprire la porta agli stranieri fu il politico più accorto e più saggio che Milano avesse avuto dopo secoli di tiranni feroci e incapaci. Ludovico il Moro aveva, infatti, il senso dello Stato e della misura. Pensava ad aumentare la ricchezza del Ducato e quella dei sudditi che governava. Finanziava grandi opere pubbliche allo scopo di ridistribuire i proventi delle tasse, generando così una costante circolazione della ricchezza. Soprattutto era perfettamente consapevole della crisi e delle potenti forze distruttive. Ecco le parole che il romanziere Ennis gli fa pronunciare a difesa del suo operato e dell’usurpazione di cui veniva accusato:  (*) "Mi sforzo di fare qualcosa di giusto, di rendere prospera Milano per il bene del nostro popolo. Vivo in un mondo di uomini che non rispettano le opere belle quanto la capacità di ridurle in polvere.... E finché mio nipote sarà duca di Milano, saremo ostaggi degli intrighi di Napoli e della Francia, e alla mercè dei capricci della Signoria di Venezia. Tutta l'Europa denuncia il pericolo delle mie ambizioni. Ma chi denuncia il pericolo costituito per Milano da un giovane ubriacone e stolto (il nipote, Gian Galeazzo), pedina nelle mani di una moglie disonesta, pronta a guidare fino alle porte di Milano le armate del padre, pur di realizzare le sue mire? "

Le citazioni sono tratte da "La duchessa di Milano" di Michael Ennis, edito da Edizioni TeaDue, trad.it. di Roberta Rambelli, 1995