LUNGO IL NAVIGLIO VERSO LA CERTOSA

                                       
Fra i tanti paesaggi urbani e sub urbani che caratterizzano il circondario milanese, sicuramente quello dei navigli e, in special modo, quello del naviglio pavese, è fra i più amati e fissati nella memoria sentimentale collettiva. E’ una porzione di territorio che non solo presenta, stagione per stagione, degli scorci unici e delle  ma è anche uno  spazio emotivo che rimanda ad una comune identità, ad una medesima idea dell’essere ‘milanesi’. Per questo è molto amato e chi lo ama, lo ama perché si sente milanese, perché sente di avere qualcosa di profondo da spartire con la città di Milano, intesa non solo come entità fisica ma anche come universo culturale e spirituale.
Bisognerebbe avere la forza di arrivare alla Certosa a piedi e, magari, diverse volte nelle diverse stagioni. Ma questo è sicuramente chiedere troppo, anche se arrivarvi a piedi potrebbe rappresentare una delle esperienze più costruttive e sorprendenti del nostro vagare
La velocità e il tempo di riflessione che il passo di marcia ci consente di  avere sulle cose e sugli scorci che vedremmo ci mostrerebbe qualcosa di eccezionale, cioè il soprapporsi nel corso del tempo delle tracce di intere epoche di civiltà scomparse o trasformatesi in altro. Insomma faremmo uno straordinario viaggio di archeologia moderna e antica, vedremmo il sovrapporsi, alla antica civiltà contadina,  vale a dire al mondo che andava con la forza delle braccia, del vento e dell’acqua, quello delle prime macchine a vapore, delle prime manifatture, e poi su di esso quello dell’industria mossa dal carbone, e poi il mondo dell’industria mossa dell’elettricità, quello poi del boom economico degli anni ’60,  e quindi il modern e il postmodern. Vedremmo tutto questo nelle tracce lasciate dal tempo e dagli uomini sui muri delle antiche cascine in via di disfacimento, fra i rottami e le carcasse di macchinari abbandonati qua e là, nelle forme delle casette in cerca di decoro borghese, nei palazzi anonimi che crescevano senza sosta durante gli anni ’60 e facevano il pieno di operai per le fabbriche piccole e medie che sorgevano come funghi nelle frazioni che costeggiavano il corso d’acqua,  nelle villette a schiera a vocazione impiegatizia che adesso rappresentano il rifugio più sicuro per chi è esausto degli affitti milanesi.
Certo una trentina di chilometri a piedi non sono un peso facile da sobbarcarsi. In bici sarebbe sicuramente meno impegnativo, anche perché il lato destro del naviglio è oggi quasi interamente costeggiato da viali percorribili in bici. In macchina solo se i hanno delle mete precise circa il cosa fare e il dove farlo.
Peraltro, la strada verso la Certosa, sia che si opti per la statale che costeggia il naviglio, sia che si preferisca quella meno trafficata e più, chiamata Vigentina, è anche punteggiata da un numero straordinario di locande e ristori che offrono, a diversi livelli e a diversi gradi di specializzazione, il meglio di quella che è la cucina del territorio sud di Milano, vale a dire una eno-gastronomia che è spesso l’incontro di piatti pavesi con quelli più tipicamente milanesi. Difficile decidersi quando ci si trova di fronte ad una offerta così vasta di opportunità, ma il nostro compito sarà proprio quello di offrirvi una scelta oculata, a partire da quello che si cerca, cioè il ritrovo popolare autentico, la bella trattoria di campagna rimodernata, l’osteria con alcune specialità ormai difficili da trovare, il ristorante di tono e di rappresentanza.

 


    LA CERTOSA DI PAVIA

LA STORIA

La prima pietra per la costruzione della Certosa di Pavia (Gratiarum Carthusia – Certosa delle Grazie) fu posta nel 1396, da Gian Galeazzo Visconti che, in questo modo, rispettò le ultime volontà della moglie, Caterina Visconti, nel cui testamento era espressa la volontà che fosse edificata una certosa nei possedimenti ducali retrostanti il Castello di Pavia. Già nel 1401 abbiamo notizia che i primi monaci avessero preso possesso delle loro celle all’interno della certosa.

 Tuttavia si trattava certamente di una prima e rudimentale realizzazione dell’impianto architettonico ed artistico che doveva caratterizzare la Certosa di Pavia come uno dei più insigni momenti dell’arte rinascimentale italiana. Al padre Priore dei certosini era stata affidata dal Duca la direzione, l’amministrazione e la sorveglianza dei lavori. A quella data risulta dai documenti che fossero stati eretti il refettorio, le celle, l’infermeria, il capitolo, la barberia; quello, insomma che serviva all’essenzialità della vita certosina, pur mancando il centro spirituale di una chiesa degna del grandioso impianto conventuale che si andava progettando.
Infatti, ancora nel 1450, Francesco Sforza, nuovo duca di Milano, trovò lavori dell’edificazione della chiesa al solo stadio iniziale e diede ordine e mezzi affinché i lavori procedessero con ben maggiore rapidità. La realizzazione della facciata durò fra il 1473 e il 1560, rimanendo tuttavia incompiuta. Il tiburio (torre-lanterna), la foresteria (Palazzo Ducale) e molte altre opere e interventi all’interno della chiesa e dei chiostri furono eseguiti fra sei e settecento, fino a che Giuseppe II d’Austria nel 1782 non abolì l’Ordine certosino dai suoi possedimenti. Infine, prima con la Repubblica Cisalpina, e poi con il Regno d’Italia, la Certosa e tutto il suo patrimonio furono espropriati a beneficio dello Stato.
Per quanto concerne la facciata, i primi a progettarla e a dirigerne i lavori, dal 1473, furono i fratelli, Guinoforte e Giovanni Solari; alla morte di Guinoforte (1481) prese in mano i lavori l’Amedeo, e il 3 maggio 1497 venne celebrata la prima messa al suo interno. Mancava tuttavia il portale che fu realizzato da Benedetto Brioso negli anni successivi e i lavori di innalzamento della facciata non erano andati oltre la prima loggetta. Dopo la stagione delle guerre in Italia e Francia e il definitivo dominio spagnolo su Milano (1530), fu ripresa (1549), sotto la direzione di Cristoforo Lombardi, la costruzione della facciata, che ebbe termine, senza peraltro essere interamente completata, come abbiamo già detto, nel 1560.
In linea di massima, così possono essere suddivisi nel corso dei secoli i lavori per la realizzazione di questa immensa opera d’arte:
- Alla fine del Trecento il progetto di massima e lo scavo della fondamenta.
- Nel Quattrocento, i chiostri, le celle dei monaci, il capitolo, la facciata della chiesa fino alla prima loggetta, le prime opere marmoree, le sculture in terracotta, e i primi dipinti; la consacrazione della chiesa e deposizione al suo interno della salma di Gian Galeazzo Visconti.
- Nel Cinquecento si completa la facciata, l’altare maggiore e i corali.
- Nel Seicento abbiamo la realizzazione delle cappelle con gli altari di marmo, gli affreschi, le statue di gesso.
- Nel Settecento, lavori di manutenzione e di recupero fino alla cacciata dei certosini e all’esproprio dei loro beni.
- Primo ritorno dei certosini nel Novecento; loro sostituzione prima con i Carmelitani e i oggi con i Cistercensi. Imponenti lavori di restauro e conservazione.
 

 

 

 

 

GLI ELEMENTI PITTORICI
 
Ambrogio Bergognone, suo fratello Bernardino, Giacomo de’ Mottis affrescarono le volte, le cappelle, il transetto.
 
Le cappelle del lato nord.
 
 Cappella di S. Maria Maddalena; in essa si evidenzia la pala dell’altare dell’abate Peroni di Perugia (1757);, sulla volta quattro tondi di monache di Giovanni de’ Mottis (1478); lungo le pareti storie della Maddalena, del Nuovolone. Cappella di San Miche Arcangelo; sull’altare un polittico del Perugino (1499) di cui oggi ci resta dell’autore originario solo il Signore benedicente; in alto quattro Dottori della Chiesa del Bergognone, gli affreschi alle pareti sempre del Nuvolone. cappella di san Giovanni Battista; una pala del Carlone; sulla volta quattro tondi del de’Mottis che raffigurano certosini.
Cappella di S. Giuseppe; pala di Pietro M. Neri (1641); nelle lunette San Paolo eremita e una Vergine col Bambino attribuiti a Bernardino Bergognone; sulle pareti affreschi del Procaccini (1652). Cappella di S. Caterina, pala di Francesco del Cairo. Cappella di S. Ambrogio, pala del Bergognone con S. Ambrogio in trono tra i S. Satiro, S. Marcellino, Gervasio e Protasio. Cappella della Vergine del Rosario; la pala dell’altare è del Morazzone (1617).


 
Le cappelle del lato sud.
 
Cappella della Veronica, Pala di Camillo Procaccini (1605); sulla parete di destra affresco di Ambrogio Bergognone di una ‘Madonna e gli Angeli’.
Cappella di S. Ugo; polittico di Macrino d’Alba (1496). In alto i quattro Evangelisti del Bergognone. Cappella di S. Benedetto Pala del Cornara (1668) raffigurante S. Benedetto. Capella col Crocefisso; Il Crocefisso con le tra Marie e San Giovanni è di Ambrogio Bergognone. Cappella di S. Siro. Pala che raffigura S. Siro è del Bergognone. Cappella di SS. Pietro e Paolo, la pala dell’altare, che raffigura la Vergine fra i santi Pietro e Paolo è del Guercino (1641). Cappella dell’Annunciata, pala di Camillo Procaccini; la vetrata è del de’ Mottis.
 
 
SCULTURA
 
Nella Sacrestia vecchia è conservato il trittico in avorio di Baldassarre degli Embriachi che è al tempo stesso una delle opere scultoree più antiche (1400-1409) e più pregiate delle molte possedute dalla Certosa.
Altra opera di grande fama è il monumento funebre di Gian Galeazzo Visconti. L’edicola (1492- 1497) è opera di Gian Cristoforo Romano e riporta alcuni episodi della vita di Gian Galeazzo. Sotto l’edicola troviamo il sarcofago che conserva le spoglie di Gian Galeazzo e della prima moglie Isabella di Valois opera dell’Alessi.
Nel lato nord del transetto è collocato il monumento funebre di Ludovico il Moro e della moglie Beatrice d’Este. I due sposi sono raffigurati l’uno accanto all’altro sul letto di morte e l’opera (1497), ordinata dallo stesso Ludovico il Moro a Cristoforo Solari , doveva essere collocata in Santa Maria delle Grazie dove il Moro aveva stabilito dover essere sepolto. Ma più tardi, nel 1564, furono traslate nella Certosa di Pavia.
Dal transetto, passando per la porta denominata del Lavabo si accede al ‘Lavabo dei monaci’. Si tratta di una pregevolissima opera (1488) in marmo del toscano Alberto Maffioli, che avrebbe realizzato la struttura e la sua decorazione mentre le sculture sovrastanti sarebbero di Antonio Mantegazza.
Per quanto riguarda la facciata, le formelle, le nicchie con statue, le loggette si susseguono con una abbondanza senza pari. Ad esse lavorarono intere generazioni di artisti, fra essi Guiniforte Solari, l’Amadeo, il Briosco, fra i nomi più noti. 



 

IL COMPLESSO ARCHITETTONICO
 
a) INGRESSO O VESTIBOLO. Si tratta di un’imponente galleria di accesso, finemente decorata con a metà una porta di marmo, lavorata a intaglio decorativo e sulla quale si trovano i medaglioni di Gian Galeazzo e Filippo Maria Visconti.
b) IL PALAZZO DUCALE. Entrando nel cortile (110 metri per 46), sulla destra, il maestoso Palazzo Ducale. In realtà, questa denominazione non corrisponde esattamente alla sua funzione, né rimanda all’epoca dei Visconti, in quanto fu costruito nel 1625, ad opera di Frate Maria Richino (architetto del Palazzo di Breara e dell’Ospedale Maggiore di Milano), e serviva da foresteria per i personaggi reali e principeschi in visita alla certosa.
c) LA FACCIATA. Iniziata dai fratelli Solari è stata terminata, ma non definitivamente, dopo la metà del secolo XVI e, in linea, di massima rispecchia uno stile bramantesco. Su diessa troviamo 60 medaglioni di Imperatori e di Re, stemmi e medaglie di diverso genere. (Lavori di Giovanni Antonio Amedeo, Benedetto da Porlezza, Giovanni Battista da Sesto, Antonio Romano). Il Mantegazza e suoi allievi realizzeranno le sculture che narrano ‘il ciclo dell’umana salvazione’, dal Peccato originale alla morte di Cristo Ad esse si alternano i bassorilievi dei profeti. A sinistra: Salomone, Davide, Isaia, Geremia, Elia, Zaccaria. A destra, gli Apostoli. Sopra il portale, le statue di San Brunone, Gian Galeazzo Visconti, gli Arcangeli Michele e Raffaele, Tobia e i quattro evangelisti. Il portale fu disegnato da Dolcebuono e dell’Amadeo, fu concretamente realizzato da Benedetto Briosco, tra il 1501 e il 1507.