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LA GRANDE PIANURA
DEL RISO
Il paesaggio lomellinese,
e quelli ad esso contigui, del vercellese e del novarese, hanno
qualcosa di struggente fino alla vertigine. Bisogna però mettersi in
ascolto e cercare di entrare in sintonia con questo paesaggio, fino
a quando decida di mostrarsi. Se non si amo in grado di compiere su
di noi quest’atto di umiltà e di devozione, ci sembrerà solo una
monotona piana senza attrattive.
Le
strade, spesso sterrate, fra risaia e risaia, fra piccole macchie di
bosco e cascine in lontananza che sembrano monumenti all’eternità e
alla sua solitudine, offrono la possibilità, in questo angolo di
terra assai minuscolo, compreso fra Po e Ticino, di dimenticare la
nostra piccolezza o, se si preferisce, di misurare la nostra
grandezza. Di primavera, fra marzo e aprile, l’azzurro del cielo si
specchia nell’azzurro delle acque delle risaie non ancora verdi di
erbe; in autunno inoltrato, la bruna grigia che sale dalle acque e
dalla terra si congiunge al cielo plumbeo di nubi compatte come
un’immensa volta a botte che contiene l’intera terra. Insomma,
nelle due stagioni di passaggio il cielo sembra confondersi con la
terra e la terra essere parte del cielo, dando così, a chi lo sa
cogliere, lo spunto per un’idea non troppo scontata circa il nostro
transitare lungo le strade fra risaia e risaia.
E’un fazzoletto di terra
che ha una sua identità inconfondibile, quasi fosse una piccola
patria. E’ un mondo sobrio e misurato, dove il rosso ardente del
mattone lombardo si tempera col bruno dei colori e del sentire
piemontese. Dove ogni piccolo centro ha l’energia per affermarsi
come fosse uno degli ombelichi del mondo e, al tempo stesso,
esibisce la velata malinconia di sapersi all’estrema periferia del
mondo conosciuto.
La stessa cucina è lo
specchio assolutamente fedele di questo sentire la vita: è rustica
ed elegante; è ricca ma misurata; è composta, ma quando è il caso,
assolutamente eccessiva. Ne volete la prova? Uno dei piatti più
caratteristici è il ragò, vale a dire costine, cotenne, piedini,
salamini, verza, cioè una casoeula potenziata al massimo e fatta, in
alternativa, anche con l’oca invece che il maiale. Il riso si mangia
in ogni maniera, ma la ricetta più tipica è quella della paniscia,
vale a dire riso, fagioli, salsiccia; esiste qualcosa di più
terragno e al tempo stesso di più essenziale e completo?Gli
antipasti più abituali? Salame d’oca, salame sotto grasso, salame di
fegato e con esso tutta una serie di robustissimi patè di diverso
impasto e di diversa speziatura. E poi le rane che sono la traccia
culturale che lega la memoria storica e il senso della comune
appartenenza fra le diverse generazioni.
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LA BADIA DI DULZAGO
Fra le mete che ruotano intorno al lago
Maggiore, Badia di Dulzago rappresenta il luogo dove è presente e
intenso il fascino della antica civiltà rurale, che, ancora nell’altomedioevo,
viveva in simbiosi con la religiosità monastica e che traeva dalle
capacità tecniche e organizzative dei monaci energie e rinnovate
capacità produttive. La Badia di Dulzago è situata fra Varallo
Pombia e Novara a pochi chilometri a sud del lago. Completamente
isolata nella campagna, che presenta un andamento lievemente
ondulato, appare all’improvviso come quasi fosse un villaggio
murato, un castello, una immensa cascina murata, disposta intorno
alla guglia del campanile che svetta alto al centro degli edifici.
E, in effetti, fu in parte tutto questo:
antica
abbazia di canonici che facevano propria la Regola Agostiniana,
luogo fortificato a protezione e presidio delle vie di
comunicazione fra lago e pianura, possente cascina, capace di
ospitare decine e decine di famiglie nei suoi edifici rurali. Della
storia della comunità monastica che per prima edificò e visse dentro
le sue mura ci rimangono scarse e frammentarie notizie. Sicuramente
aderì alla Regola di Sant’Agostino, che è particolarmente severa
nella mortificazione della carne e particolarmente orientata alla
vita spirituale, tramite la preghiera continua, la meditazione e il
canto corale. Ad ogni modo, come ovunque accadde in Europa, nel
secolo XV, la comunità monastica si ridusse al lumicino e l’abbazia
fu data in commenda (il commendatario, in genere un ecclesiastico
di nobili natali e di elevato grado gerarchico, incamerava le
rendite agricole e assicurava, tramite un chierico di sua fiducia,
il culto religioso, cioè la celebrazione delle messe e dei
principali uffici religiosi). La badia si trasformò così in grande
corte agricola, già a partire dal ‘400 e, con la confisca
napoleonica dei beni ecclesiastici, fu venduta, nel secolo XIX, a
privati, per divenire una cascina a tutti gli effetti. Dal punto di
vista architettonico e artistico, il nucleo originale delle
costruzioni si dispone intorno alla chiesa di San Giulio e agli
edifici abbaziali delle case dei canonici e dell’abate. Tutto
intorno ad essi, le grandi stalle, i fienili e gli altri edifici di
uso agricolo. Per quanto concerne la chiesa, bisogna dire che della
originaria costruzione medioevale resta ben poco, sia nell’impianto
architettonico che negli arredi interni. E’ ora soprattutto una
imponente chiesa barocca e settecentesca, con stucchi e affreschi
tipici che sono andati a coprire più antichi dipinti di epoca
rinascimentale. Da ricordare la celebrazione della ricorrenza di
San Giulio (31 gennaio), quando, da antichissima data, alla fine
della messa veniva (e ancora oggi, nell’ultima domenica di gennaio)
distribuita una densa minestra di fagioli che si consumava poi a
casa propria ed era portatrice di numerosi simboli sia pagani che
cristiani di augurio di prosperità e di condivisione fraterna del
cibo. |