MULI E MULATTIERI

 

 

“Chi vuol provare le pene dell'inferno, faccia il fabbro d'estate e il mulat­tiere d'inverno”. Così secondo un antico proverbio di queste parti.

In effetti fu dei lavori più duri e pericolosi che si potevano fare, ep­pure uno dei più entusiasmanti per la libertà che offriva e le avven­ture che permetteva di vivere. Non era un lavoro da tutti, ma solo per quelli che avevano abbastanza coraggio e spirito di avventura per mettersi in viaggio, affrontare le tempeste invernali, gli agguati dei banditi, la testardaggine di un mulo, la morte per un calcio improv­viso o per la caduta in un dirupo.

Naturalmente, essendo stato il trasporto a dorso di mulo fra la pia­nura pa­dana e il mar Ligure, un’attività durata almeno tremila anni, si può pensare che nel corso di tutti questi secoli, le condizioni di vita dei mulattieri e le stesse tecniche di trasporto delle merci e di condu­zione degli animali siano variate abbastanza profondamente. Tuttavia con una qualche buona ragione possiamo dire che almeno dal tardo medioevo  fino all’inizio del secolo XX, quando le camionali e le vie ferrate sostituirono praticamente del tutto fino a fare scomparire  completamente, ai giorni nostri, l’utilizzo del mulo, le tec­niche di trasporto e lo stile di vita del mulattiere sia rimasto pressoché immutato.

Il trasporto del sale, come del resto di ogni altra merce trasportabile, avve­niva, dai porti della Liguria alla pianura padana, tutto a dorso mulo. Si trat­tava di carovane di diverse decine, ma spesso anche con più di cento muli, guidati da numerosi mulattieri che lavoravano per lo più in proprio con  be­stie proprie. La costituzione di carovane era necessaria, in primo luogo, per soccorrersi a vicenda in caso di incidente, ad esempio un mulo che si azzoppava e non poteva più portare il suo carico, da distribuire allora su altri animali e, più ancora, per proteggersi da  pericoli esterni, come i bri­ganti che, per una ragione o per l’altra avevano deciso di mettersi in proprio. Infatti, era uso che i briganti lavorassero alle dipendenze di questo o quel si­gnore. In questo caso, la loro azione era semplicemente quella di esigere una sorta di tassa di passaggio alle carovane, che poi veniva spartita col signore. Non si trattava mai di portare via tutto il carico o, peggio ancora, gli ani­mali. Quando invece un brigante entrava in rotta di collisione col suo po­tente patrono, allora diventava estrema­mente pericoloso perché cercava di arraffare quanto più poteva per sé, anche per garantirsi il denaro necessario per i ri­fugi sicuri e il si­lenzio di chi lo poteva tradire.

Ad ogni modo, il mulattiere era colui che possedeva o conduceva almeno 4/5 muli, li accudiva ed era in grado di attraversare qualun­que pista dal mare alla pianura. Normalmente era pagato un tanto a quintale trasportato. I mu­lattieri lavoravano prevalentemente di pri­mavera ed estate, ma anche d’inverno, quando le condizioni del tempo erano meno inclementi trasporta­vano merci, magari su per­corsi meno impegnativi e più brevi, giacché la sera era necessario che trovassero riparo per loro stessi e le bestie, pena la morte per as­sideramento. Di inverno rifornivano i villaggi di prossimità, con cibo, legname, stoffe e altri generi di prima necessità. D’estate vi era il tra­sporto del sale  dal mare alla pianura e poi fino ai valichi alpini e, con esso, le merci pregiate che venivano dal mare, sete e tessuti di lusso, manufatti di artigianato di pregio, alimenti di valore come le spezie. Al ritorno il carico era costituito di vino, trasportato per lo più in pelli di capra cucite, di cereali, di carni insaccate.

D’estate, potendo dormire all’aperto, i viaggi erano più im­pegnativi ed era soprattutto in questa stagione che si facevano le lunghe attra­versate appen­nini­che con carovane anche di centi­naia di animali.

Ma le difficoltà vere erano i trasporti invernali: cadere in acqua era un evento tragico che poteva portare alla morte per congela­mento o a malattie polmonari ri­schiosissime. Il mulattiere si dotava sempre di trampoli per pas­sare i tor­renti, ma la forza della corrente di un corso d’acqua in piena com­portava sempre un rischio elevato di essere tra­volti. Un sentiero roccioso a stra­piombo su di un monte poteva na­scondere l’insidia del ghiaccio e il rischio di precipitare in un dirupo per le bestie o per l’uomo era allora sempre dietro l’angolo. La prote­zione contro il freddo era il classico tabarro di lana pe­sante, che era anche in grado di fermare almeno in parte la pioggia. Alle gambe portavano dei gambali di lana, che si fissavano alla scarpa con un le­gaccio di cuoio. D’estate il percorso medio giornaliero era di 50 chi­lometri; d’inverno difficilmente poteva superare i trenta. Alla fatica della marcia si aggiungeva quella dell’accudimento degli animali. A sera dovevano essere liberati del carico e del basto, strigliati, rifocil­lati. Al mattino, si ricomin­ciava. Si dovevano mettere i finimenti e il basto all’animale, caricare le merci, e iniziare un’altra giornata di marcia.

Ma i vantaggi, rispetto ad altre attività, erano anche evidenti: una vita non monotona, fatta di incontri, di serate ed episodi di scambio so­ciale in tante osterie diverse, in tanti borghi e mercati diversi, la to­tale autonomia del pro­prio lavoro, la vita all’aria aperta, i racconti da narrare ad amici e parenti.

I mulattieri passa­vano settimane se non mesi sulla strada, dormivano due notti su tre all’aperto in compagnia delle mule, delle volpi, delle civette, se non anche dei lupi. Potevano ri­svegliarsi al mattino con la canna di un ar­chibugio in faccia e quando infine pote­vano raggiun­gere un’osteria, pos­siamo pensare che passassero diverse ore in smargiassate di ogni genere con i loro colleghi e in generale con gli avventori del locale. Ore di allegria un po’ isterica e forzata a com­pensazione di paure, sforzi fisici enormi, solitu­dine, freddo, caldo, fame, sete, senso di mancanza delle cose più ele­mentari di conforto, come la voce di qualcuno, una mano che tocca la tua, un gesto di amicizia e di intimità. All’osteria si cantava, si vociava, si giocava alla morra o a carte, si provocava e si era provocati. A volte erano botte, non di rado erano coltellate.

 

 

IL MULO

Ecco un’altra strepitosa invenzione senza la quale certamente la storia umana avrebbe avuto, almeno per certi aspetti, un decorso diverso e sicuramente meno accelerato. L’umile e, secondo alcuni, testardo mulo ha dato un contributo non da poco all’economia rurale e ai traffici commerciali interni, dove in sua assenza sarebbero stati, se non impossibili, indubbiamente diverse volte più costosi e difficili.

Il mulo è il figlio della cavalla e dell’asino e, per una sorta di miracolo, ha ricevuto le qualità migliori e dell’uno e dell’altra, soprattutto per quanto i­guarda l’impiego come stru­mento di lavoro. Del cavallo ha preso la robu­stezza, la forza, il passo spe­dito (sebbene non riesca a galoppare, se non per pochi metri, per la confor­mazione delle zampe in relazione al dorso e alle ossa della clavicola). Dell’asino, la resistenza, la sobrietà nella dieta, la pazienza e il carattere mite e adattabile.

Tutto ciò ha voluto dire poter contare su di un animale in grado di portare anche cento chili di carico per ore e ore. Di fermarsi per una breve sosta di riposo, mangiando sterpaglia e una manciata di avena o di orzo e quindi ri­prendere instancabile il cammino, spesso trascinando il mulattiere aggrap­pato alla sua coda. Un cavallo avrebbe mangiato almeno tre volte tanto, ma soprattutto non avrebbe avuto la capa­cità di sopportazione di uno sforzo simile. La sua natura umorale lo avrebbe reso imprevedibile e sicuramente pe­ricoloso per l’incolumità dell’uomo che lo condu­ceva. Un asino avrebbe avuto sicuramente altrettanta umiltà e forse sarebbe stato anche più parco nell’alimentazione. Ma non avrebbe avuto la forza di portare per ore e ore un peso superiore ai trenta/quaranta chili. E ancora il mulo, come l’asino, ha la capacità di inerpicarsi su per sentieri di montagna, fra dirupi e strapiombi, con passo sicuro anche con uno spazio di marcia largo appena trenta centi­metri. Un cavallo per riuscire passare avrebbe bisogno di un sentiero largo almeno 60 se non 80 centime­tri.

Insomma, ancora più che in pianura, – sebbene non si sappia che le im­mense pianure del west non furono conquistate, come racconta l’iconografia cinematografica, dal cavallo, bensì dai muli  è un animale perfetto per le montagne, dove appunto con passo sicuro riesce a superare le pendenze più ripide e i tracciati più stretti.