NOTA DI STORIA E DI CULTURA ARTISTICA

(Fra le tante possibili segnaliamo tre mete di  indiscusso interesse storico e artistico)

 

Il centro storico di Castell'Arquato

  Si arriva al cuore del borgo oltrepassando porta Monteguzzo e percorrendo l’ampia curva in salita che circonda l’antico nucleo di case medioevali, dove troviamo anche il palazzo ducale, residenza seicentesca di Alessandro Sforza, signore del borgo, situata a fianco della cinquecentesca torre farnese. La curva termina all’imbocco di castello Stradivari, un edifico rimaneggiato nell’ Ottocento, sui resti della rocca che proteggeva l’ingresso alla città alta. Passato l’arco che sovrasta la strada si accede la nucleo centrale della cittadina, la piazza del Municipio, e la sorpresa, per chi vi arriva per la prima volta, non può non essere che forte: abbiamo un complesso architettonico che non ha nulla da invidiare alle prestigiose città d’arte della Toscana o dell’Umbria. Il paesaggio naturale circostante è dolce e vario come quello delle colline dell’Italia centrale; gli edifici hanno un’imponenza e un’armonia che suscitano la più spontanea e genuina ammirazione. Domina la piazza la collegiata di Santa Maria dell’Assunta. La sue origini furono romaniche, ma nel corso dei secoli è stata di volta in volta rimaneggiata, fino a farne un monumento del più classico rinascimento. L’antica pieve romanica fu ampliata e modificata nel 1122 per esaltarne la funzione battesimale. Il campanile fu ricostruito nel 1347. Nel ‘400 fu aggiunto il portico detto del ‘Paradiso’. Nel suo chiostro è attualmente ospitato un museo che conserva una tela del Magnasco, un importante polittico quattrocentesco, tre tele di Gaspare Traversi, arazzi medioevali e arredi sacri di diverso genere di pregevole fattura. Nella rocca viscontea ha sede, invece, il museo di vita medioevale, ossia una narrazione multimediale che ricostruisce aspetti della vita medioevale. La rocca fu portata a termine nel 1347 da Luchino Visconti, divenuto signore del luogo ed è perfettamente conservata, specie le sue torri che conferiscono un senso di imponenza all’insieme di questa struttura difensiva. A fronte della collegiata si erge il palazzo Pretorio o del Podestà, iniziato nel 1292 e portato a termine nella prima metà del secolo XV. Una costruzione di mirabile fattura che ricorda opere analoghe presenti in tutti i borghi medioevali dell’Italia centrale. Nelle sale a pian terreno ha sede l’enoteca comunale. A corona di queste maggiori costruzioni, troviamo un insieme di palazzi medioevali e rinascimentali che completano l’incanto di questa sorta di terrazza affacciata sulle colline della Val d’Arda.
 

VELLEIA ANTICA URBE ROMANA

Velleia è un importante sito di archeologia romana. La città romana, sicuramente di notevole importanza fino al tardo impero, scomparve nel nulla con le invasione barbariche e di lei nulla più seppe fino a quando casualmente alcuni contadini, nel secolo XVIII, trovarono tabula alimentaria traianea, l'epigrafe bronzea che riportava il testo della legge di Traiano a favore dei bambini orfani. Sulla base di questa eccezionale scoperta, don Filippo di Borbone, duca di Parma, iniziò gli scavi sistematici intorno al luogo del reperimento e pian piano l'antica città romana tornò alla luce. La città era all'interno del territorio dei Liguri Eleati, e nel I secolo dopo Cristo divenne il capoluogo montano di un comprensorio che si estendeva dal Taro al Luretta e dal crinale appenninico alla pianura, confinando con i territori di Parma, Piacenza, Libarna, Lucca. L’abitato è distribuito su una serie di terrazze. All'ingresso, il centro residenziale e, ben visibili, le terme. Più in basso il foro, d’età augusteo-giulio claudia, che si estende su un ripiano ottenuto artificialmente con un massiccio sbancamento. Lo circonda su tre lati un portico, dilatato dall'effetto ottico di pitture murali, su cui si aprono botteghe e ambienti a destinazione pubblica, quasi tutti dotati d’impianti di riscaldamento. A sud, troviamo infine la basilica, edificio a navata unica, con esedre rettangolari alle testate, sede del culto imperiale, ove, addossate alla parete di fondo, si levavano le dodici grandi statue raffiguranti membri della famiglia giulio-claudia. Un piccolo museo conserva reperti vari, che vanno da monili di diversa fattura a spezzoni di statue, a strumenti da lavoro e di uso quotidiano.

 

ABBAZIA DI SANTA MARIA DI CHIARAVALLE DELLA COLOMBA

E' il vero pezzo forte dell'arte e della storia del piacentino. Situata ad Alseno proprio a ridosso delle colline dell'Arda, abbazia fu eretta praticamente insieme alla consorella milanese Santa Maria di Chiaravalle. Entrambe sono il risultato del personale intervento di Bernardo da Chiaravalle al concilio di Pisa del 1135 e della generale riconciliazione dei milanesi e delle popolazioni padane con il papa regolarmente eletto a Roma, Innocenzo II. 
Come sempre i terreni su cui doveva sorgere l’abbazia erano in realtà paludosi e deserti, perché la missione che si era data l’ordine cistercense era proprio quello di bonificare e dare prosperità alle lande deserte e brulle che ancora ricoprivano buona parte dell’Europa. In questo senso, si può dire che il pieno recupero dei territori sulla riva sinistra del Po, nella fascia nord-occidentale dell’Emilia, fu opera del lavoro materiale e dell’impegno costante dei cistercensi. Non a caso, subito dopo la fondazione della abbazia madre ad Alseno, sorse la ramificazione delle abbazie figlie, di cui le più note, nel piacentino e nel parmense sono Santa Maria di Ponte Trebbia, Fontevivo (1142) e San Martino in Val Serena, che permisero la completa bonifica e la messa a coltura dei territori alluvionali sulla destra del Po, dando ad essi la forma e la struttura che ancora oggi vediamo.
La chiesa è dedicata a Santa Maria Assunta, ma prese il nome di Santa Maria della Colomba a causa di una leggenda secondo cui una colomba con disegnò, portando delle pagliuzze nel becco, il tracciato ove scavare le fondamenta.
La storia di questa straordinaria abbazia è particolarmente tribolata perché fu investita, suo malgrado, nelle continue contese comunali che travagliavano la vita della città della fascia padana e nelle ancora più devastanti contese che vedevano opporsi guelfi a ghilbellini, seguaci dell’imperatore e seguaci del papa.
Nel 1214 subì una prima grave aggressione da parte degli eserciti dei comuni coalizzati di Cremona, Parma, Reggio contro Piacenza. Nel 1248, patì, invece la più grave mutilazione materiale e il più grave oltraggio spirituale in quanto venne saccheggiata dall’imperatore Federico II in persona. Numerosi monaci furono trucidati, solo la chiesa e l’aula capitolare furono risparmiati.
Nel 1444 fu assegnata in commenda, e nel 1497 fu aggregata alla provincia lombarda della Congregazione Cistercense di S. Bernardo in Italia. In epoca barocca venne ricostruito il monastero nelle forme attualmente visibili.
Nel 1805, con la conquista napoleonica dell’Italia, tutti i beni passarono al demanio nazionale, e nel 1810 anche i monaci dovettero abbandonare il monastero. Successivamente i beni del monastero furono donati agli ospizi civili di Piacenza. Per oltre un secolo, la chiesa e l’abbazia furono lasciate nel completo abbandono fino a che, nel 1937, il vescovo di Piacenza chiamò un gruppo di monaci cistercensi di Casamari e quali iniziarono immediatamente un’opera di recupero materiale dell’edificio e di nuova vita spirituale per l’insieme della struttura che veniva affidata loro. Oggi, la proprietà degli edifici è del demanio, tuttavia è notevole l’impegno nel portare avanti il completo recupero dei tesori artistici che ancora restano dell’intero complesso abbaziale (la chiesa, il chiostro, la sala capitolare, il monastero).


2) La struttura architettonica e artistica

La chiesa è un bel esempio di stile romanico-lombardo, almeno per quanto concerne l’impianto architettonico e per quanto ci rimane di originale della facciata, cioè la sua parte alta.
La sua struttura è a croce latina, divisa in tre navate, di cui quella centrale si compone di quattro campate, mentre quelle laterali presentano otto campate. La copertura delle navate è a crociera a costoloni nella centrale e mentre è liscia nelle laterali; le arcate trasversali sono a tutto sesto, e le volte sono di sezione acuta. Il transetto rivela fasi differenti di costruzione: quello attuale presenta sei campate.
Il materiale usato diffusamente è il laterizio a cui si contrappone cromaticamente la pietra chiara utilizzata per i particolari decorativi e l’intonaco bianco che nasconde la trama laterizia dell’edificio. Il sistema di sostegni è di tipo alternato, ovvero con pilastri a sezione quadrata a cui sono sovrapposte semicolonne, affiancate da riseghe, e alternativamente terminanti ad una certa altezza da terra con coni rovesciati, oppure partendo da terra si interrompono all’altezza dell’imposta degli arconi con peducci rovesciati.
Per quanto concerne la facciata, essa è a timpano spezzato, separata longitudinalmente in tre zone da contrafforti, ornata da archetti pensili con cornice superiore a denti di sega, gli archetti ricorrono al di sopra e al di sotto del rosone e su questo si innestano due semicolonne che affiancano una croce ritagliata nella muratura. Nella parte centrale si apre il rosone marmoreo a colonnette a dieci luci che risale probabilmente al XIII secolo, così come il portichetto addossato alla facciata che ripete la struttura a timpano spezzato scandito da quattro contrafforti ed affiancato da due ali aperte con trifore a pieno centro e sormontate da archetti pensili alla sua base sulla destra, prima dell’accesso nella chiesa, si trova un’arca tombale che fu a lungo ritenuta il sepolcro di Oberto Pallavicino, ed ora invece dei primi Abati. Il portale di accesso all’edificio è sormontato da una lunetta in cui è dipinta, secondo modalità quattrocentesche, l’Adorazione del Bambino da parte della Vergine.
Dal punto di vista artistico, il chiostro rappresenta la costruzione senz’altro più significativa e suggestiva. Ricostruito nel Trecento, dopo il sacco imperiale di Federico II, rappresenta un vero gioiello non solo architettonico, ma anche figurativo-simbolico, giacché nelle colonne e nelle campate ricorrono tutte le quelle immagine allegoriche e simboliche di cui si nutriva la civiltà medioevale. In apparente contrasto con le austere regole edilizie cistercensi compaiono ricche mensole di sostegno ai costoloni delle campate, stupende colonne ofitiche (annodate come serpenti) agli angoli del porticato, capitelli figurati, e altre sculture. Negli angoli interni del portico troviamo figure telamoniche, ossia di personaggi nell’atto di sostenere le volte. La tradizione attribuisce ad esse il valore simbolico dell’aiuto dell’uomo a realizzare con il lavoro la casa di Dio. I capitelli presentano sculture di animali simbolici, come quello delle “colombe”, o la raffigurazione della Madonna col Bambino benedicente in mezzo agli Apostoli e agli Evangelisti. Ogni lato del quadrato che costituisce il chiostro misura 40 metri, ed è diviso in campate con coperture a crociera i cui costoloni ricadono all’interno del chiostro.