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OSTERIE
L’osteria ebbe, specie nelle campagne, degli aspetti che vanno ben oltre il semplice bere e mangiare in compagnia, giocare d’azzardo e passare una serata insieme cantando e litigando. La loro scomparsa fu decretata, in primo luogo, dal diffondersi dei mezzi di trasporto a motore e, in secondo luogo, dall’ estinguersi del popolo. La loro nascita è antichissima, risale alla fine dell’epoca medioevale, quando i monasteri e le abbazie stavano andando pian piano spegnendosi, mentre le vie di comunicazione e i traffici su di esse stavano ampiamente sviluppandosi. In pratica venivano a sostituirsi ai monasteri quali luogo di rifugio e di ospizio di coloro che viaggiavano. Era una funzione essenziale, di gran lunga superiore a quella connessa e consequenziale della ristorazione e del bere. Il sistema dei trasporti avveniva principalmente a per mezzo di muli o di carri e carrozze trainate da cavalli. Le miglia che un mulo o un carro potevano fare in un giorno erano fisse e calcolabili; pertanto la più parte delle osterie sorgeva in genere ad una giornata di viaggio dalla più vicina, lungo una strada per lo più trafficata da mercanti, mulattieri e da soldati. Inoltre, prima ancora che rifugio e luogo di conforto dei viaggiatori erano punti di ricovero assolutamente essenziali per gli animali da carico. Cavalli e muli dovevano, dopo una giornata di viaggio, essere abbondantemente rifocillati con biada e crusca, ma più ancora strigliati del sudore raggrumato lungo tutto il loro corpo. Un animale lasciato di notte al freddo, bagnato del suo sudore, alla lunga si sarebbe sicuramente ammalato gravemente, ed è facile immaginare quale danno producesse un evento del genere al proprietario. Dunque le osterie disseminate principalmente lungo le strade erano tutte dotate di stalla e fornivano tutti i principali servizi di stallaggio (i famosi garzoni di stalla erano appunto quelli che accudivano cavalli e muli, non solo le baronesse nei loro momenti di smarrimento). Per altro verso, l’osteria era il principale mezzo di informazione e di circolazione delle notizie che riguardavano tutte le principali vicende della comunità e delle comunità limitrofe. Non solo notizie di morti, nascite, sposalizi, ma notizie politiche, condanne penali, leggi promulgate, vicende belliche. La quantità di informazioni nasceva dal fatto che erano luoghi obbligati di sosta per chiunque fosse in viaggio. All’epoca (‘600, ‘700, ‘800, primi decenni del ‘900) non esistevano i camper né le roulottes, dunque non si poteva fare gli schizzinosi. Se in città le osterie si dividevano fra quelle di lusso per personaggi altolocati, quelle andanti un po’ per tutti gli altri, e quelle infime per i pendagli da forca, nelle campagne il formato era uguale per tutti: quello che si trovava si trovava e non si poteva andare per il sottile. Se il posto era ben tenuto e pulito, lo era per l’ultimo mulattiere come per il signor conte, e se era, invece, un porcile, lo era allo stesso modo sia per chi aveva la camicia di seta sia per chi era coperto di stracci. Ma questa obbligata commistione di individui di ogni ceto e condizione, questo incontro sistematico di gente che proveniva dai luoghi più diversi determinava un flusso continuo di notizie che poi si sarebbero propagate in ogni altra osteria del circondario e nei villaggi raggiunti da questo o quel paesano che all’osteria era venuto a sapere che.... In quest’ottica, possiamo dire che le osterie di campagna sono state i giornali e gli uffici stampa del popolo; l’Ansa degli analfabeti, il Google del mondo che andava a candele e zoccoli di mulo. Infine, oltre che alla ovvia mensa e mescita per i viaggianti, erano il teatro, la sala gioco, il palcoscenico di ogni spirito preso da eroico furore. I poeti si sentivano autorizzati a declamare in osteria i loro componimenti. I cospiratori a rendere pubblici i loro proclami. Gli istrioni a raccontare le loro mirabolanti storie. I bari a fare andare le carte come volevano loro. I briganti a fingersi tranquilli viandanti. Infine l’osteria era un vero e proprio ricovero per i diseredati. Non c’era l’obbligo di consumazione, non c’era il biglietto di ingresso allo spettacolo. Chiunque poteva entrare e sedersi su di uno sgabello presso il fuoco e magari consumare le croste di pane che aveva con sé. L’oste non lo sbatteva fuori, se non dava fastidio.
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