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STILI DI CUCINA E RICETTE
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La tradizione Milanese |
La tradizione Lodigiana |
La tradizione Cremonese |
La tradizione Mantovana |
La tradizione Pavese |
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La tradizione Piacentina |
La tradizione Parmense |
La tradizione Brianzola |
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La
tradizione appennica |
PRODOTTI TIPICI
| Culatello.
Nomen numen, così almeno
dicevano i Romani. Il culatello è la parte alta della coscia
del maiale, il suo culatello, insomma. Il muscolo più
carnoso e prelibato, quasi del tutto privo di grassi. Per
farlo ci vuole un’arte e ci vuole, anche, il luogo giusto. I
teorici bassaioli del culatello sostengono che solo fra le
nebbie che circondano le golene e lanche del Po abbiamo le
condizioni climatiche minime e indispensabili per avere un
culatello almeno passabile (il resto ce lo deve mettere
l’uomo e la sua arte). Ne viene che, siccome adesso i
culatelli li fanno anche lungo le valli dell’Appennino,
guardano alla cosa con incredulità e una certa insofferenza.
Insomma come voleste far loro credere che quando la signora
Rosa dice di essere stata rapita e violentata su di una
astronave marziana atterrata sul suo giardino dice sul serio
la verità. In sintesi: il culatello deve maturare fra
l’umido stagnante delle nebbie del Po, altrimenti è un’altra
cosa. Per farlo si prende la coscia di suino di cui sopra,
la si ripulisce della cotenna del grasso esterno e si
estrae il muscolo e lo si libera dell’osso del femore e di
quasi tutto il grasso meno una piccolissima parte affinché
la carne non si disidrati. Quindi viene trattato a secco con
una miscela di sale e di pepe in grani massaggiato e fatto
riposare almeno sei giorni. Viene quindi posto in celle
frigorifere a 0-5 gradi fino a che la carne ha assorbito
completamente il sale. Dopo di ciò viene insaccato in
budello naturale e legato a mano con spago disposto a rete a
maglie larghe. Viene fatto sgocciolare per circa una
settimana, quindi asciugatura per almeno 2 mesi e, infine,
si ha il processo di stagionatura non inferiore ai 10 mesi
in un ambiente ventilato e fortemente umido ad una
temperatura intorno ai 13- 16 gradi. Il prodotto pronto al
consumo pesa fra i tre e i cinque chili, si presenta con una
colorazione rosso vivo, quasi del tutto esente da venature
di grasso e il suo sapore deve essere deciso, ma non ispido,
bensì piacevolmente uniforme e rotondo. Un questione non da
poco è il suo prezzo, perché, trattandosi in linea di
massima di un prodotto di nicchia e sostanzialmente
artigianale, gli sbalzi di prezzo sono impressionanti. Si
possono trovare culatelli e 20 euri al kilo come a 70-80 e
più. Come regolarsi, dunque? Diciamo che se con ogni
probabilità un culatello da 20 euri al kilo non è al vertice
qualitativo, non è detto che uno da 80 lo sia per forza di
cose. Essendo un prodotto artigianale che non ha un metro di
misura di massima fornito dalla concorrenza reciproca di
grandi produttori, il suo prezzo è fatto, di volta in
volta, da una valutazione soggettiva del proprio prodotto da
parte del produttore. Perciò altrettanto soggettivamente
bisogna che si regoli il compratore, ossia che assaggi il
prodotto e in base a quanto gli è piaciuto valuti quanto è
disposto a sganciare per portarsene a casa qualche etto se
entra in una salumeria, o un pezzo intero se entra nello
spaccio di una piccola azienda.
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Fiocchetto.
E’ il fratello minore del culatello.
Si usa, infatti, la parte anteriore della coscia di maiale,
dopo che quella posteriore è stata asportata per produrre
culatelli. E’ una specie di cilindro irregolare, che si
stringe verso il fondo e pesa intorno ai 2,5 - 3 chili. E’
ben netta la divisione fra lo strato di grasso e la carne
magra, di colore rosso bruno, molto simile al culatello.
Viene conciata con un impasto di pepe, coriandolo, aglio e
sale (3%) e quindi insaccata in vescica di maiale. Segue il
processo di sgocciolamento e asciugatura in ambienti
frigoriferi e temperatura costante, dopo di che si passa
alla stagionatura che deve durare almeno 9 mesi. Sebbene
meno delicato, è un parente stretto del culatello, del quale
ricorda il gusto morbido e delicato, tuttavia più deciso e
meno rotondo. |
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Strolghino.
Si tratta di un piccolo salame che si
ottiene dai cascami della lavorazione del culatello. E’ un
salamello di una ventina di centimetri di lunghezza e due o
tre di diametro. L’impasto è macinato finemente e conciato
con sale e pepe. Si lascia maturare per una settimana e
quindi va mangiato. Ha un gusto che sta a mezza strada fra
la salsiccia e il salame; è molto morbido e pastoso. Lo si
mangia togliendo interamente il budello e lasciando che si
disfi sotto il coltello. Ottimo in accompagnamento di pane
caldo sul quale può essere quasi spalmato sopra. |
| Spalla
cotta di San Secondo.
Si chiama
spalla cotta di San Secondo perché a San Secondo abbiamo il
primo documento scritto che ne parla. Risale al secolo XII
ed è una specie di contratto di affitto che prevede, come
forma di pagamento, la consegna di un certo numero di ‘spalle’.
In realtà è un insaccato conosciuto e prodotto in tutta
l’area della ‘bassa’, da secoli e secoli. Probabilmente
anche prima del Mille. Diciamo anche che in epoche passate
veniva cotto per salvare le spalle crude che cominciavano a
dare segni di deterioramento. In ogni caso è un salume
squisito, stranamente poco conosciuto fuori da quest’area.
Si utilizza la carne magra della spalla suina, incluso
l’osso e una percentuale di grasso pari a circa il 30% del
peso totale. Quindi viene messa in salamoia con aggiunta di
spezie e vino bianco, a una temperatura di 3 - 4 gradi. Dopo
15 giorni la si asciuga e si sala a secco. Infine si
insacca nella vescica del maiale e la si lega conferendole
l’aspetto simile ad grossa e panciuta palla da rugby. Dopo
due o tre mesi di stagionatura, la spalla viene lessata in
un brodo metà di acqua e metà di vino a 80 gradi, badando
che non prenda mai il bollore. In genere si cuoce un’ora per
ogni chilo di peso. |
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Spalla cruda.
Si
disossa la spalla il giorno seguente la macellazione del
maiale e la si rifila del grasso e dei nervi, una volta
privata della cotenna. Viene quindi insaccata nella vescica
del maiale, salata e pepata e quindi messa in salamoia di
vino rosso e aglio. Si asciuga in un locale riscaldato da un
camino per circa venti giorni. Infine si passa alla
stagionatura, facendola riposare per almeno 4 mesi in un
locale caldo. |
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Il
Prosciutto di Parma.
Lo
si conosceva ancora prima dell’arrivo dei Romani. E’
l’insaccato più antico al mondo. I Celti allevavano i maiali
lungo la pianura acquitrinosa del Po, lasciandone allo stato
brado, nei boschi di ghiande, branchi immensi. Siccome ne
avevano anche troppi, s’ingegnarono a conservare almeno
alcuni parti delle carni di quelli che, macellati, non
potevano mangiare per intero, così impararono a salare i
cosciotti per averli pronti in tavola in tempi di magra. La
loro abilità nell’ottenere insaccati così saporiti e buoni
fu talmente elevata, che divennero prima i grandi fornitori
delle mense etrusche e poi di quelle romane. Con ogni
probabilità qualche grossa differenza fra il prosciutto
delle tribù celtiche e quello che oggi mangiamo ci sarà
anche, tuttavia il principio di base del processo di
conservazione rimane sicuramente lo stesso. Il cosciotto
fresco intero viene rifilato e quindi conciato con sale
marino e un po’ di pepe. Tutto sta nel processo di
saggiatura a mano, nella quantità perfetta di sale usata,
nel processo di asciugatura, nell’uso della sugna che
ricopre la carne viva e la mantiene morbida, e infine nel
modo in cui viene eseguita la stagionatura. E’ una
questione di esperienza affinata, di selezione delle materie
prime e, come tanti dicono, di aria, che sulle colline del
Langhirano è particolarmente frizzante e marina, risalendo
con i venti del mar ligure le valli che stanno a cavallo fra
l’ Emilia e la Liguria del Levante. Il Parma ha un peso non
inferiore ai sette chili, deve stagionare fra i 10 e i 12
mesi e, con certe pezzature, anche più. Come vino di
abbinamento, data la particolare dolcezza del Parma, occorre
un vino fresco, ma di carattere. Ottimo il prosecco di
Valdobbiadene, il Muller-Thurgau, ma anche il vermentino di
Gallura.
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Salame di Felino.
La pezzatura è
fra gli 800 e il chilo; si usa carne suina fresca magra
costituita da ritagli di prosciutto di coscia e di
sottoscala per circa un 70-80%, il grasso usato è lardo,
gola, pancetta. Viene insaccato in budello gentile. Le carni
e il grasso miscelati vengono triturati a grana media quindi
insaccati e il prodotto legato a mano con lo spago. Si assa
all’asciugatura per 4-6 giorni e quindi alla stagionatura
per una ventina di giorni. Nella concia oltre il sale
abbiamo, il pepe nero e bianco, a volte l’aglio pestato, il
vino bianco.
E’ un salume che va mangiato fresco e che per la sua
pastosità si sposa bene con un lambrusco o anche una bonarda.
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La coppa.
E’
probabilmente il
più tipico e caratterizzante. Si utilizza la parte muscolare
superiore del collo del maiale, in pratica i muscoli
cervicali perfettamente disossati. Viene salata a secco con
sale, spezie e aromi naturali e il muscolo viene avvolto
con cura nella pelle di sugna, uno strato sottile e
trasparente di pelle (il peritoneo) che avvolge l'intestino
del maiale, questo strato di pelle serve come protezione e
contribuisce alla stagionatura. Si lega strettamente con un
grosso spago tutta la coppa, per evitare che la pelle di
sugna si possa staccare facendo penetrare aria che possa
danneggiare il salume, con un'estremità dello spago si crea
un lungo anello che serve per appenderlo. Viene, infine,
appesa per 10-15 giorni in un apposito locale, un tempo nel
solaio, dove perde una notevole percentuale d'acqua. Si
arriva quindi alla stagionatura per un periodo minimo di 6
mesi in un ambiente fresco e ventilato.
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Pancetta.
Si presenta come un grosso
cilindro di peso compreso fra i 4 e gli 8 chili. Lo si
ottiene arrotolando un pezzo unico di forma rettangolare,
alto qualche centimetro a cui viene lasciata la cotenna, e
viene ricoperto con la giusta quantità di sale e spezie.
Quindi lo si lega strettamente con un grosso spago e la si
appende per l’asciugatura per un periodo da 10 a 15 giorni.
La stagionatura è di circa 3 mesi. Meglio se di più che di
meno.
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Il salame piacentino.
Ha forma cilindrica e peso
che oscilla tra 400 gr. e 1 kg. La grana è grossa e al
taglio deve essere compatto, con la parte magra di un rosso
carico e ben distinguibili i lardelli bianco-rosati. Il
sapore deve essere dolce e delicato. Il segreto consiste
nella macinatura, in quanto la carne e il grasso,
accuratamente selezionati, vengono tritati separatamente e
in modo differente, macinando, cioè, il grasso più
grossolanamente, quindi la parte magra e quella grassa
vengono lavorate con cura insieme con il sale, le spezie,
vino bianco e aglio, fino ad ottenere un impasto ben legato.
La stagionatura, dopo almeno una settimana di asciugatura,
dura 45 giorni.
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Gambòtt
o bracchettone.
E’ conosciuto con nomi diversi
a seconda della valle dove viene preparato e consumato. Si
tratta di un salume da cuocere che una volta si mangiava in
occasioni rituali come le feste natalizie o il carnevale.
E’ la gamba anteriore del maiale disossata, ricucita con la
sua carne ben racchiusa nella cotenna e poi fissata fra due
stecche di legno. Si mangia bollita come un comune zampone.
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Cotechino alla
vaniglia. E’ sicuramente il
salume più noto e meno conosciuto concretamente fuori dalla
provincia di Cremona. Molti credono che contenga sul serio
polvere di vaniglia, ma è evidentemente una cosa
irrealistica. E’ stato chiamato così per la sua
straordinaria morbidezza e il suo gusto dolcissimo. Gli
elementi che entrano nell’impasto sono: carne magra di
suino, cotenne, guanciale, cotenne di testa, sale, pepe
tritato, pepe in grani, saccarosio, vino barbera, spezie e
aromi. Ne esce un salume di colore giallino rosato, che in
trasparenza lascia intravedere la grana dell’impasto. Va
consumato molto fresco, dopo solo 15-20 giorni di
stagionatura. Deve cuocere a fuoco lentissimo per cinque o
sei ore, avvolto in un panno. A cottura ultimata abbiamo una
pietanza molto friabile con le parti componenti che tendono
a sgranarsi.
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Mariola.
Ne esistono due varianti: quella cruda
e quella cotta. Quella cruda nasce come salume di recupero
delle parti di carni che vengono scartate in altre
lavorazioni. In realtà ne esce fuori un salume di grande
bontà e particolarmente difficile da produrre a regola
d’arte, specie al momento della stagionatura. Per insaccare
la mariola si usa una parte speciale del budello del maiale,
di grande sezione e dalla forma irregolare. Le loro pareti
sono doppie e qui viene spalmato uno strato di grasso, così
si mantiene fresco fino al Natale successivo a quello della
sua preparazione, assumendo un particolare profumo. Essendo
la stagionatura difficilissima, per lo più si preferisce
non correre rischi e usare questo particolare budello per
insaccare cotechini dalla forma enorme, ma davvero
spettacolare. Chi lo utilizza invece per il salame, ed è
capace di stagionarlo, ottiene un risultato meraviglioso
dal profumo e dal sapore incomparabili! La mariola è uno dei
salami tradizionali della Bassa Parmense, del Piacentino e
di parte del Cremonese, dove, quella da cuocere, la
chiamano ciota. Si fa con cosa rimane del maiale,
dopo aver destinato coppa e spalla ai salumi più importanti.
Il prodotto quando è ben realizzato presenta, quando lo si
taglia, la classica lacrima, tipica dei salumi di gran
carattere quando sono molto stagionati. Il sapore è
intenso con sentori di muschi e un retrogusto persistente
di speziato. Si accompagna benissimo con vini frizzanti
freschi come il Gutturnio vivace o il Lambrusco. Anche
alcuni banchi come l’Ortrugo e la Malvasia secca sono adatti
alla bisogna.La mariola da cuocere è fatta con le stesse
parti di carni di quella cruda con l’aggiunta di cotenne,
guancia e grasso duro. Inoltre nell’impasto, oltre al pepe,
si aggiungono, a differenza di quella cruda, diverse spezie
come la cannella, la noce moscata, il macis. Si usa anche
aggiungere all’impasto vino rosso. Ne viene fuori una
pietanza che ricorda la congiunzione fra il cotechino e il
salame cotto. Il sapore morbido e speziato consiglia vini di
poco corpo, frizzanti e beverini
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Salame
cremonese. Si ottiene
esclusivamente con carni suine magre (coscia, filetto),
grasso di pancetta (40%), sale spezie, la cui composizione
varia da produttore a produttore, aglio pestato, vino
barbera. Viene insaccato in budello naturale di crespone. Si
tratta di grossi cilindri fra il chilo e mezzo e i quattro.
Al taglio, appare ben netta la separazione fra la carne, che
deve essere rosso intenso e i lardelli bianchi. L’impasto è
compatto e fine. Viene legato a mano con lo spago e
asciugato a 24 gradi per sette giorni. Inizia quindi la
stagionatura da due a sei mesi. All’assaggio risulta
morbido, di sapore intenso ma non invasivo. Si accompagna
benissimo col pane e si abbina a vini freschi e spumeggianti
come il Gutturnio classico, il Lambrusco, la Malvasia
secca.
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