IL RAG. NARDINI

 

Le cinque del pomeriggio. L'ultimo cliente da ricevere e poi è finita. La settimana di lavoro, naturalmente. Ancora mezz'ora e quindi il week-end, la corsa la mare, il benefico bagno di affetti famigliari, il meritato riposo. Questo che deve entrare è, però, un osso duro. Uno di questi veneti atletici e cocciuti che la vogliono spuntare ad ogni costo, anche contro l'evidenza dei dati di mercato. Questa volta non ce l'avrebbe fatta, non avrei ceduto di un centimetro. Il contratto avrebbe previsto una notevole riduzione degli ordinativi d'acquisto e un sostanzioso calo dei prezzi.

 Lo scorso anno mi aveva fregato con la storia degli alpini, della patria, delle tradizioni, del sostegno al made in Italy. Aveva persino tirato fuori che avrebbero rifatto il look e il packaging del prodotto. Figurarsi! Se un prodotto è obsoleto è obsoleto, e allora tanto vale tirare i remi in barca e puntare su di un mercato di nicchia, quello appunto dei tanti ex che affollano il nostro ridente paese: gli ex alpini, gli ex rampanti convertiti al culto della terra, gli ex impegnati ritornati al bar. Ma stavolta, mio caro ragionier Nardini, nessun cedimento; sarò inflessibile nell'applicare le ferree leggi del mercato.

"Signorina, per cortesia, faccia entrare il ragionier Nardini". E, intanto, fingo di immergermi nella lettura di carte di lavoro per mettere chi deve entrare nella scomoda posizione di chi deve disturbare un uomo assorto nel suo lavoro.

Bussano, da dietro il foglio sbircio di sottecchi l'espressione del ragionier Nardini; ma che vedo! Al posto del ragioniere è entrata una bionda strepitosa.

"La segretaria del ragionier Nardini?" chiedo insinuante e in fondo sollevato di non aver fra i piedi quel rompicoglioni.

"Dottore, ma come! Non mi riconosce?"

"Ci conosciamo?" Rispondo io severo, sebbene ringalluzzito da quella inaspettata presenza.

"Dottore, sono anni che ci vediamo puntualmente alle scadenze di fine estate per il rinnovo dei contratti. Sono quasi offesa che non mi riconosca, sono l'ex ragionier Nardini."

Il ragionier Nardini - allibisco nei miei riposti pensieri - quel giovanottone grande e grosso con la faccia da intemerato sciupafemmine ?

"Se è uno scherzo, devo dire che non è affatto divertente". Provo a dire con tono scocciato di burbanza, anche per superare lo sconcerto della situazione. E, intanto, torno a fissare con un senso di meraviglia la mia interlocutrice. E' alta e formosa, è bella e prorompente. Guardo e riguardo il suo viso, e devo convenire che la rassomiglianza con il ragioniere di Bassano è stupefacente.

Taccio, raccolgo le idee, mi arrocco in posizione di attesa.

"Nessuno scherzo, dottore, la pura e semplice verità: sono diventato donna". Trasalisco, m'arrosso, soggiaccio all'evidenza, e con un filo di voce intervengo: "Come è possibile, cosa è accaduto, mi dica?"

E di rimando, senza alcun imbarazzo: "Ragioni di mercato".

"Ragioni di mercato?" ripeto passivamente, stralunato.

"Certamente, dottore. - Risponde lei - Abbiamo appena ultimato una grossa operazione di restyling. E mi permetta di aggiungere che una parte della responsabilità di questa scelta è proprio sua".

"Mia?" Chiedo fra lo sconcertato e l'esilarato.

" Sicuro. Lei non sa quante volte in azienda abbiamo meditato su quanto ci ha detto durante il colloquio dello scorso anno. Parole sante, sulle quali non solo io, ma tutto lo staff dirigenziale ha finito per convenire. Lei ci ha aperto definitivamente gli occhi: il nostro era senz'altro un prodotto obsoleto senza avvenire. Che fare, allora? Accontentarsi di un piccolo mercato di nicchia? Non è cosa per un'azienda dinamica come la nostra che vuole essere protagonista sul mercato.

Lo sappiamo bene che non viviamo più nel paese degli ex alpini e del tiro alla fune. Se volevamo continuare ad essere competitivi, avremmo dovuto cambiare radicalmente l'immagine del prodotto e il target della fascia di consumo. Lei sa meglio di me cosa bevono oggi gli italiani. E' finita l'epoca dei liquori maschi e decisi. Adesso si va sui liquorini soft, di natura ambigua, di gusto fruttato, alla pesca, al kiwi, all'albicocca, al mango, alla papaya, e chi più ne ha, più ne metta. Tenuto conto di questo trend di mercato, abbiamo deciso di impegnarci in una radicale innovazione di prodotto. Dovevamo sfornare qualcosa che, pur mantenendo un forte legame con la tradizione, fosse morbido, lunare, femmineo.

Ma, mi dica lei, se, di punto in bianco, senza alcuna esperienza, sarebbe stato facile trasformare un prodotto incredibilmente maschio, direi quasi brutale, come il nostro, in un qualcosa di dolce, tenero, vulvare.

In azienda ci mancava il punto di vista femminile, ci mancava l'esperienza tecnica, manageriale e, se mi permette, persino sensoriale, di tipo femminile. Così, io che sono, oltreché l'amministratore delegato, anche l'azionista di maggioranza, ho deciso di sacrificarmi per il bene dell'azienda.

Subito una massiccia dieta a base di ormoni femminili. Un corso intensivo di trucco e portamento. Qualche piccolo intervento di chirurgia estetica con l'inserimento, nei punti giusti, di un po' di paraffina, ed eccomi pronto per il gran passo verso Casablanca. Ebbene, a processo ultimato, mi dica dottore, come mi trova? E' venuta bene la trasformazione?"

Guardo incantato la ragioniera che devo ammettere di forme procaci e di fascino lussureggiante. Se quello che ho udito, se quello che ho visto, non sono l'inganno di una malìa, bisogna proprio riconoscere che fra uomo e donna non c'è precipizio - natura non facit saltus -, ma solo un lieve e trasparente velo a dividere l'immagine sognata del nostro desiderio.

Mi difendo, ancora, rifugiandomi dietro l'impersonalità delle frasi convenzionali: "I miei complimenti, ragioniere. Se non l'avessi conosciuta prima, stenterei a dire che la signora a me di fronte era un tempo un muscoloso e aggressivo capo d'azienda".

Di risposta, lei mi sorride per compiacenza, ma leggo nei suoi occhi la delusione per tanto scontato formalismo. Mi faccio, allora, coraggio e allento la briglia all'onda veritiera della mia curiosità: " Lei dice che è stato uomo e adesso donna; si trova bene in questa sua nuova identità? Quale delle due è meglio?" Adesso sorride compiaciutamente complice: "Non voglio darle una risposta banale sui grandi vantaggi pratici della condizione femminile. Voglio, piuttosto, confermarle la verità di una vecchia favoletta greca, secondo la quale il poeta Tiresia, curioso dell'essenza del piacere femminile, fu trasformato da Apollo prima in serpente maschio, poi in serpente femmina ed, infine, tornò ad essere uomo. Ebbene, a chi gli chiedeva quale e quanta fosse la realtà del piacere femminile, così rispondeva: se per il piacere maschile poniamo la misura uno, per quello femminile di dodici volte dobbiamo moltiplicare quella misura".

Mi sento vinto, frastornato, confuso e, in fondo, felice per l'assoluta imprevedibilità del mondo.

Lei, da vera femmina quale era diventata, si accorge del lento ma inesorabile squagliamento del mio ghiaccio interiore e accavalla le gambe, mi mostra il rosso dell'unghia smaltata che fa capolino dalla scarpetta col tacco a spillo, mi sottopone la curva del polpaccio ben tornito, mi suggerisce l'estremo limite della coscia sulla coscia a serrare il varco affinché l'uomo non più oltre si metta. E, giocando sull'ambiguo mio stato d'animo, combattuto fra rigore professionale e voglia di altro, comincia a parlarmi di campagne pubblicitarie, posizionamenti privilegiati, merchandising, supporti promozionali e prezzi.

Un'idea folle mi attraversa cuore e mente. Al diavolo moglie e figli. Al diavolo week-end ristoratore. Quasi quasi mi gioco la carriera e mi ristoro qui in città per conto mio.

Fingo di non essere in grado di dare una risposta precisa alle proposte e alle richieste della mia interlocutrice, perché, a causa di una settimana di lavoro infernale, non ho potuto documentarmi interamente sul trend di mercato del settore. Butto là che, purtroppo, gli ultimissimi rilevamenti di mercato sono nello studio di casa mia e proprio questa sera contavo di analizzarli dettagliatamente.

"So che è una cosa un po' fuori dalle normali relazioni di lavoro - dico con distratta non chalance - ma sono tanti anni che ci conosciamo, ragioniere, che posso permettermi d'invitarla a casa mia per un boccone veloce. Poi potremo analizzare insieme i dati di mercato in mio possesso e vedrà che riusciremo a trovare un accordo soddisfacente per entrambi".

"Lavorare insieme su quei dati sarà un'esperienza indimenticabile. Sono sicura che c'intenderemo a meraviglia" mi sussurra tirandosi indietro i capelli che le cadevano sul volto mollemente inclinato a destra.

In frigo c'è tutto, contrariamente a un pervicace luogo comune sugli uomini soli in città. Anche grazie, devo dire, al privilegio della mia posizione professionale in azienda. Tutti mi mandano tutto: vini prelibati, specialità alimentari di ogni genere, invenzioni, omaggi. Tutti vogliono che assaggi tutto, tutti vogliono un giudizio su tutto. E intanto mia moglie e i miei figli sono diventati più larghi che lunghi. Io mi sono salvato grazie al principio di assuefazione che ha cancellato ogni mia libidine alimentare.

Champagne come aperitivo e tartine al paté, tanto per iniziare. Vorrei fare tutto io, ma la ragioniera, come sanno fare tutte le donne degne di questo nome, m'imprigiona nella sua ragnatela di servizievole premura. "Dottore, la prego, si sieda. Preparo tutto io in un attimo. E' un piacere mostrarle come sono diventata brava fra i fornelli".

Mi obbliga a star seduto e a guardarla mentre sfaccenda fra piatti, bicchieri, pentolini. L'incredibile arte femminile di trasformare un'incombenza in esibizione mimica di una promessa di piacere. E pensare che fino allo scorso anno partecipava a tutti i raduni nazionali degli ex alpini con tanto di piuma nera sul cappello e dépliant illustrativo le offerte speciali della sua azienda per i prodi della montagna.

Si piega quasi a squadra per prendere qualcosa dallo sportello più in basso del frigo. Il vestitino perfettamente aderente al corpo impacchetta i due glutei più tondi e proporzionati che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni. Mi scuoto dal torpore di quell'incantesimo con un'idea precisa, pragmatica, razionale: adesso ti afferro da dietro, di stendo sul tavolo, e mi ti faccio su due piedi in piedi. Poi tu vendimi la quantità che vuoi del tuo prodotto a patto che il prezzo lo stabilisca io. Contrattazione equa, calmierante, risolutiva.

Le sono dietro mentre spalma di burro le tartine. L'abbraccio dolcemente, cingendola per la vita. Lei inarca la schiena, offrendomi tutta la lunghezza del collo alla lieve carezza delle mie labbra fino al lobo dell'orecchio. Ma ecco che, sinuosa come un gatto, scivola via e va ad acquattarsi sul divano. Mi fa cenno di raggiungerla con il piatto delle tartine, ne prende una e la depone fra mie labbra. "E te che voglio mangiare", le dico con voce strozzata dall'emozione del ridicolo. Mi sorride, sbocconcella lentamente la tartina a me destinata e lascia che le afferri una caviglia. Accarezzo la sua rotula, mi chino verso il polpaccio e, in ginocchio, giù dal divano, le bacio, dito per dito, l'estremità del piede. Odo il gorgoglio del suo riso, per il piacere trattenuto nella strozza. Risalgo, facendomi strada lungo il canalone delle sue gambe. Sono quasi al punto, quando lei mi doppia, si alza e torna in cucina.

Mi compongo immusonito in un angolo del divano. Ricompare con bottiglia e bicchieri. Vede, nel mio sguardo, il bambino incapricciato. Si siede, leggera, sulle mie ginocchia e mi bacia a lungo, a lungo, a lungo, per non darmi tregua. Poi, stanca delle mie labbra, versa il vino e brindiamo. Ma a che cosa? Apparentemente alla nostra raggiunta intesa, in realtà alla sua vittoria: è chiaro ormai avrei fatto tutto quello che mi piace, ma solo a modo suo.

Si avvicina, mi slaccia i bottoni della camicia, infila una mano per accarezzarmi il petto. Con l'altra beve e un rivolo di vino le sfugge a lato del mento, le corre lungo il collo e trova il suo letto nella valle del seno. Lo seguo con la lingua fin dove posso. Lei si allunga riversa, bacio così i suoi seni, liberi infine della gualdrappa. Cerco il suo inguine, ma lei ancora scappa. Spengo le luci e mi spoglio con la calma che dà l'oscurità. Mi rallegro, perché sento, dal divano, armeggiare di cerniere. Torno tentoni verso il fruscio delle sue vesti e assaporo, infine, il nudo turgore delle carni trattate agli ormoni dell'ex ragioniere. Lei ora è sciolta dall'antica briglia. Ci avvinghiamo, ci sfreghiamo, fremiamo. Ma che sento? Un'asta ben più tosta della mia marca la distanza fra ventre e ventre. Sgomento, cerco carponi la sponda del divano. Ma lei mi è dietro e di baci mi ammansa e con la lingua scava dove non dico. Allora mi arrendo, lo prendo, lo sento. Ed infine, non so come, con lei me ne vengo.

Dopo che l'arancione abbaglio della passione si è dissolto, chiedo, ancora incredulo di quanto è successo: "Ragioniere, e Casablanca?" "Eh, dottore, - mi risponde - certo che ci sono andata; ma, all'ultimo minuto, ho ripensato a tutta la faccenda. Noi volevamo creare un prodotto molto innovativo, ma capace di conservare un solido legame con la tradizione. Non mi è sembrato, allora, il caso di tagliare alla radice il trait d'union più significativo col passato. A proposito, dottore; ho qui in borsa, bell'e pronto, un contrattino molto ragionevole. Perché non gli dà un'occhiata?"

Prendo il pezzo di carta, di sfuggita guardo le cifre, e firmo.

Speriamo che questo nuovo prodotto piaccia molto ai consumatori italiani, altrimenti sono rovinato.

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