EREMO DI SANTA CATERINA DEL SASSO

 

 

Situato nei pressi di Leggiuno, su di uno spuntone di roccia che si protende verso le acque del lago Maggiore al termine di una parete rocciosa a strapiombo sulla sponda del lago, visto dall’alto, sembra il nido di un’aquila aggrappato alla roccia e sospeso fra acqua e cielo. E’ sicuramente uno dei luoghi di culto religioso più suggestivi e intensi di tutta la Lombardia.

Le origini di questo edificio religioso sono leggendarie e la sua storia travagliata.

Questo spuntone di roccia che presentava un anfratto non molto profondo fu scelto come luogo di eremitaggio da Alberto Besozzi, notabile di Arolo che, nel 1170, travolto con la sua imbarcazione da un’improvvisa tempesta nei pressi del Sasso Bàl­laro, invocò Santa Caterina di Alessandria e si salvò. Per tenere fede al voto fatto, lasciò la vita mondana e divenne eremita proprio nei pressi del luogo ove fece naufragio. In breve la fama della sua santità si diffuse per tutto il lago e quando nel 1190 la peste nera si abbatté anche sulle piccole comunità lacustri, i concittadini di Arolo invocarono la sua intercessione per trovare scampo. L’eremita chiese che fosse edificato un sacello a imitazione di quello che conservava le spoglie di Santa Caterina sul monte Sinai.

Secondo la tradizione il santo eremita morì il 3 settembre 11205, e venne sepolto ac­canto al sacello di Santa Caterina. Il luogo divenne presto meta di pellegrinaggio da ogni contrada circostante il lago. Nel giro di un secolo, a testimonianza delle molte­plici grazie ricevute, abbiamo l’edificazione della Cappella di S. Maria Nova (1270), quindi la chiesa di San Nicolao (1301) e la costituzione di un gruppo monastico di frati che qui risiederanno, avendo adottato la regola agostiniana. La comunità mona­stica del Sasso Bàllaro seguirà le tormentate vicende che travagliarono la cristianità con la Riforma protestante e la successiva risposta cattolica del Concilio di Trento. Come ovunque, gli ordini monastici medioevali si ridussero al lumicino e i mona­steri furono trasformati in commende di diretta pertinenza del vescovo. Fu così che l’Eremo fu donato nel 1648 ai Carmelitani che vi rimasero fino alla definitiva sop­pressione degli ordini monastici minori voluta, nel 1770, da Maria Teresa d’Austria, al cui impero era stato assegnato l’antico Ducato di Milano. Svuotato di una pre­senza permanente di monaci e privato dei suoi beni immobili, inizia da questa data l’inesorabile degrado del complesso monastico di Santa Caterina del Sasso.

La salvezza venne dal governo italiano che, nel 1914, dichiarò il monastero monumento nazionale. Dagli anni ’70 alla fine degli anni ’80 dello scorso secolo, vi furono una serie di importanti interventi per salvaguardare la struttura dalle frane che minacciavano la definitiva scomparsa del complesso architettonico.

 

 

 

  Si riuscì a sanare le rocce malate che franavano nel lago e nel 1986 si poté riaprire e riconsacrare a vita religiosa la storica struttura. Attualmente il complesso monumentale è affidato ad una comunità di oblati benedettini, ossia di laici che vivono in comunione spiri­tuale con l’ordine monastico benedettino. Dal punto di vista artistico si tratta di un piccolo gioiello che si apre, come un terrazzino pensile, sul panorama del lago Mag­giore, con a fronte le isole borromee, che si contemplano dal portichetto a bordo del lago. Fu fatto edificare nel 1624 dal priore Giulio Cesare Martignoni. E’ questo un tocco di grazia in più che conferisce al viottolo che corre bordo lago fino alla chiesa di S. Nicolao un fascino particolare.

Il complesso ecclesiastico si compone di tre edifici diversi, realizzati e rimaneggiati in epoche diverse. E cioè la chiesa di santa Caterina, la chiesa di S. Maria Nova (ora del Carmine), la chiesa di S. Nicolao. Sono tre chiese, l’una contenente l’altra attra­verso un’opera di assemblaggio architettonico realizzato nel secolo XVI, che ha dato forma definitiva e un eccezionale effetto scenico alle precedenti costruzioni. Nel punto terminale di questa costruzione, troviamo la Cappelletta dei Sassi e il sacello di Santa Caterina, che oggi conserva i resti del beato Alberto, da qui si procede fino alla  Grotta del Beato Alberto. Imponente l’apparato figurativo distribuito sulle volte e sui muri non solo delle tre chiese, ma tutti gli edifici conventuali. Anche in questo caso gli affreschi sono di epoca diversa, e fra essi preponderante è l’opera del pittore seicentesco milanese Giovanni Battista de Advocatis, di cui abbiamo la pala dell’altare maggiore che raffigura le nozze mistiche di Santa Caterina, con a fianco San Nicolao da Mira e il Beato Alberto, e l’intera sequenza di affreschi che coprono la volta dell’altare maggiore.

All’ingresso del complesso monastico abbiamo la foresteria e il convento meridio­nale, quindi, dopo un primo cortiletto, il cosiddetto ‘Conventino’, che ospitava al piano terreno la cucina con un grande camino, e,  al piano superiore, le celle dove dormivano i frati. Particolarmente interessanti le formelle dove è affrescata la ‘Danza macabra’. Un genere di raffigurazione pittorica tipica del mondo medioe­vale, utilizzata a monito della vanità del mondo e delle sue ingannevoli chimere. Della antica sequenza di 15 scene, ne restano visibili 10. Fra esse un mercante, sim­bolo dell’attaccamento al denaro, un cortigiano con la sua amante, simbolo della vita lussuriosa, un cardinale, un frate, un vescovo, un notabile, simboli dell’attaccamento al potere, al prestigio, al ruolo sociale, che, di fronte alla morte devono, tutti, fare i conti con la insensatezza delle loro brame e sperare nella salvezza, grazie alla fede nella Resurrezione di Gesù Cristo.