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UN WEEK END SUL LAGO: VILLE E MAGIONI DA FAVOLA DI UN MONDO PERDUTO

 

Fra la fine del ‘500 e per tutto il secolo XVII la villa divenne un obbligo di casta. Era la prova provata dell’appartenenza al mondo dei potenti che decidevano le sorti dello stato milanese. Ovviamente non si trattava, non poteva trattarsi, della vecchia villa di campagna dei secoli precedenti, quasi a mezza strada fra il castello e la cascina, rustica  e massiccia costruzione po­sta a fianco o in prossimità delle abitazioni del contado che rispondeva al duplice scopo di sorvegliare da vicino il lavoro dei campi e, dall’altro, di soddisfare il gusto insaziabile della nobiltà per la caccia, per le cavalcate, per la vita all’aria aperta. Si trattava, invece, di edifici di immenso valore artistico e dai costi vertiginosi. Nascevano con l’idea di dover stupire, esibendo l’inarrivabile potenza delle famiglie che le facevano erigere. Quasi delle piccole Versailles, erano fatte non per essere ‘vissute’, ma per essere la proiezione dell’importanza e della potenza di chi le possedeva, ragion per cui tutto doveva essere pensato in funzione di questo scopo fondamentale. Il giardino, ad esempio, ne diviene un elemento essenziale e si tratta degli immensi giardini a disegno geometrico alla ‘francese’ o all’italiana’; gli in­terni devono presentare degli immensi saloni che si aprono su altri immensi saloni, quasi a dare l’idea di uno spazio senza fine, in grado di contenere un numero illimitato di stanze. I soffitti sono sempre affrescati e i muri ricoperti di preziosi parati, i lampadari di cristallo incombono dall’alto come grappoli di stelle sottratte al cielo e poste a illuminare la vita dei signori del palazzo; le mobilia, infine, atte a decorare, come gli affreschi e gli arazzi, saloni e pareti, piuttosto che finalizzate alla comodità  di chi le userà. Per altro verso, la villa e, più ancora, il ‘vivere’ in villa diventa un tema centrale nella vita dei ceti aristocratici dell’Italia tutta, nella misura in cui l’economia si ruralizza e si regionalizza. Passare mesi in campagna non è solo uno svago, ma anche un obbligo imposto dalla necessità di controllare le proprietà e i lavori dei campi. Ma questo, naturalmente non deve trasparire apertamente. Il soggiorno in villa deve essere sempre fatto intendere come un soggiorno cercato per ragioni di svago. In questo senso, il soggiorno in villa diviene un tema letterario e comincia a rientrare in un’ampia produzione di testi il cui scopo è, in un certo senso, quello di insegnare una sorta di ‘buone maniere’ al vivere in campagna. In altre parole, come ebbe a scrivere il Doni, nel suo celebre “Le ville[1], bisogna sapere ‘invillare’ senza ‘invillanirsi’.


[1] A.F. Doni, “Le ville”, 1566, edizione a cura di U. Bellocchi, Modena, 1969

 

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Il numero di pubblicazioni che, a partire dalla seconda metà del ‘500, hanno come oggetto la villa e il soggiorno in villa, è imponente. Si tratta spesso di opere che mescolano consigli di ordine economico (come valutare un podere, quali colture intraprendere, come realizzarle, come trattare i villici, etc.) a quelli di ordine mondano e sociale.

Ed è proprio questo aspetto di messaggio sociale che soprattutto interessa al patriziato milanese. E’ in base ad esso che si sceglie il luogo ove sorgerà la villa, perché dovrà trattarsi, come raccomandava  il Palladio, di un “sito lieto, ameno, comodo e sereno”;[1] preferibilmente ricco di acque per poter realizzare il giardino che tanta importanza aveva per il prestigio della villa stessa. Naturalmente, data l’importanza per il prestigio della casata, le spese per la villa crebbero fino a inverosimili eccessi. E di questi eccessi spesso la responsabilità fu di famiglie di minor lustro e minore antichità, proprio allo scopo di essere accolte a pieno titolo fra quelle patrizie di più antico lignaggio.

D’altronde, la praticità e l’interesse alla vita economica furono sempre ca­ratteristiche non solo della borghesia e del popolo milanese, ma indubbia­mente anche della nobiltà. Se agli inizi del nuovo sistema politico, susseguitosi alla caduta degli Sforza e successivo al passaggio del ducato sotto la corona spagnola, le famiglie patrizie escludevano dal Collegio dei Giure­consulti e dal Senato le famiglie che esercitavano commerci e attività industriali, ben presto ci si accorse che l’obbligatorio disinteresse dei grandi patrimoni per la ricchezza che nasceva non solo dalla terra, ma dalla industria e dal commercio, noceva parecchio sulla vitalità economica complessiva del milanese, si optò per una soluzione di facciata: le grandi famiglie patrizie non avrebbero gestito industrie, banche, grandi traffici commerciali, direttamente, ma solo attraverso intermediari e uomini di fiducia. E così non solo si permetteva che grandi capitali si riversassero su attività certamente più dinamiche di quelle agricole, ma permetteva l’assimilazione nel patriziato di famiglie emergenti, la cui ricchezza era legata all’industria, alla finanza e al commercio. E sono proprio queste famiglie che hanno, il più delle volte, comprato il titolo nobiliare da qualche generazione, che hanno accumulato ingenti patrimoni, quelle che scalpitano per essere finalmente ricevute nei salotti più esclusivi della grande nobiltà lombarda. Il biglietto d’ingresso, ovviamente, è molto salato. Le prove di splendore che si richiedono sono spesso esorbitanti: palazzi imponenti in città, carrozze a sei cavalli, feste degne dei sultani delle “Mille e una notte” e, soprattutto, ville da fiaba, con giardini non solo di grandiose proporzioni, ma ricercati in ogni dettaglio e ricchi di meraviglie ‘d’oriente’, cioè di piante esotiche acclimatate grazie alla perizia di giardinieri di superiore tecnica e dottrina. Queste piante mai viste prima sono l’orgoglio del padrone di casa, il pretesto che giustifica l’invito in villa.


 

[1] In G. Zorzi, Le ville e i teatri di Andrea Palladio, Vicenza 1969