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IL DONO DI DYONISOS

Dicono sia arrivato dall’India su di un carro trainato da pantere e seguito da un coro di satyri esultanti ed ebbri  di musica e di vita. Come si fosse vissuti prima di lui resta un mistero; in ogni caso solo dopo il suo arrivo la vita ha preso il corso che sappiamo, infondendo gioia e verità in coloro che hanno saputo fissare il volto del Dio, accidia e oscurità in coloro che lo hanno temuto, volgendo lo sguardo altrove.
Dicono anche che sia il figlio prediletto di Zeus e lo dimostra il fatto che la medesima radice Dyos dà nome all’uno e all’altro, e dalla quale, per noi mortali, deriva la parola Deus e, più ancora, la parola Dya, ossia giorno, luce del sole, ma anche arco di tempo, corso, cammino, limite. Insomma Dyonisos è colui che ha fatto giorno, o forse, più propriamente, è colui che ci ha tratto dalla nera terra affinché vedessimo il mattino e la sera; vale a dire il compiersi di un ciclo, la cui fine è anche un altro inizio, però per qualcuno che è altro da noi, che può fare a meno di noi. Il destino dei mortali. Dyonisos, invece, sempre alla fine e all’inizio, perché agli immortali cominciare e finire non piace: vogliono semplicemente restare. Così Dyonisos si nasconde nei chicchi di grano, il cui vibrare per il desiderio di luce rompe alla fine la dura crosta dell’inverno, dorme beato nell’osso della frutta in attesa della caduta, divora ridendo tutto quello che rotola a terra per dare nuove ali alle farfalle e nuove unghie agli orsi. E soprattutto danza la sua musica, perché il suo correre il mondo è ritmo, tempo, modo. Non conosce le lacrime, ma solo il riso. Perché non può volgere lo sguardo all’indietro e dunque ha occhi solo per quello che dopo avviene. E così, libero dalla pietà, ma anche dal rancore, sul suo volto c’è allora posto solo per la gioia, giacché ha sempre qualcosa avanti a sé da guardare.
Sul carro, che nel turbinio dell’estate lo conduceva dall’India verso l’Olimpo dove il padre cielo lo attendeva, si cinse la fronte di pampini perché contenessero un poco il pulsare sfrenato dell’immensa gioia che dalle sue tempie faceva sbocciare fiori dalle rocce e dalla sabbia faceva prendere forma e vita a uccelli e serpenti. Alcune gocce di quella divina gioia furono assorbite dalle foglie della vite, che da allora le travasa attraverso il tralcio nell’acino maturo.
Non sappiamo chi abbia detto agli uomini di spremere quegli acini e berne il succo fermentato. Secondo alcuni non fu di sicuro Dyonisos, perché il Dio o il semidio che rivelò quel segreto, fu certamente mosso da pietà della condizione umana, così vicina al cielo, e, al tempo stesso, le caviglie così strette nella radice della terra, che fare il balzo decisivo, oltre la linea dell’orizzonte, risultava impossibile. E dunque la coppa che gli uomini avrebbero portato alle labbra sarebbe stata un lieve medicamento al loro dolore del vivere. Secondo altri, invece, fu proprio Dyonisos a svelare agli uomini il segreto della vite, affinché conoscessero la divina gioia e con essa, liberi dal timore, si aggregassero al seguito del carro che avanzava verso l’Olimpo, giacchè il Dio avrebbe voluto fare dono degli uomini, di nuovo tornati amici degli dei, al padre celeste che lo attendeva.
Quale che fu la verità, resta il fatto che fino dalle origini si beve in due modi diversi, che peraltro stabiliscono due diversi modi di stare al mondo. Da un lato coloro che nel vino trovano conforto e lenimento dei mali che la vita riserva loro; dall’altro coloro che accendono col vino il lato divino di sé, così da andare oltre la linea che li confina nello spazio che va da mattina a sera. In questo modo bevve Alessandro, che senza il vino sarebbe rimasto l’oscuro re di oscuri montanari. Nel primo modo bevvero i signori di Roma, poi che si accorsero che senza gli dei anche la signoria del mondo era pesante come il vaniloquio di una zitella ingrigita.

 


 

Vini tipici piacentini

 

Il Gutturnio    è l’emblema stesso della produzione vinicola piacentina e lo troviamo su tutto l’arco collinare che abbraccia Piacenza, dalla Val Tidone alla Val d’Arda. E’ composto in misura variabile di uve barbera (55/70%) e croatina (30/45%). E’ un vino fresco frizzante da consumarsi entro l’anno. Oggi però ne abbiamo le varianti da invecchiamento che possono essere denominate Superiore e Riserva. E’ un vino che accompagna bene gli antipasti di salume e i secondi a carni rosse. Fra i bianchi lOrtrugo è sicuramente il più tipico. Prodotto con uve ortrugo almeno al 90% è colore paglierino verdognolo. Leggermente frizzante è un vino secco con un retrogusto appena amarognolo. Ottimo come aperitivo, accompagna bene antipasti, minestre, torte salate.
 

 

 

 

 

La Malvasia viene prodotta con uve malvasia di Candia aromatica. Il vitigno è estremamente versatile e consente di ottenere vini secchi ed amabili, fermi e frizzanti, sia dolci e passiti. La sua provenienza è del Mediterraneo orientale, dall’isola di Candia, dal Peloponneso, da Rodi. E’ un vitigno importato dal tempo delle Crociate che si è ben adattato ai terreni italici e che nel piacentino è stato sviluppato con particolare dovizia, fino, appunto, a darci vini bianchi delle più diverse tipologie e attitudini, buone per gli aperitivi, a tutto pasto, e per accompagnare i dolci.

 

 

 

l l Monterosso di Castell’Arquato, un vino che nasce dall’unione di uve di malvasia (30-50%), ortrugo e trebbiano di Romagna (20-30%), moscato bianco(10-20). Di colore paglierino e di odore delicato, può essere secco o amabile. Si accompagna ad antipasti, formaggi bianchi e molli, pesci, dolci secchi.   

 

 

 

 

 

 

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bottiglia di Malvasia Boccadirosa di Luretta

 

 

Barattieri Manara  

Demo esemplificativa

 

 

Vini tipici del Monferrato e delle Langhe

II Nebbiolo è uno dei più grandi vitigni del mondo e viene allevato quasi esclusivamente in Piemonte, sua terra d'origine. II suo nome deriva da nebbia, sia perché l'uva matura tardi, quando già le colline sono avvolte dalle prime nebbie autunnali, sia perché gli acini presentano sulla superficie esterna un'intensa pruina che conferisce una tonalità grigio-argentata al naturale colore viola, quasi annebbiandolo. Il Vino Nebbiolo è della stessa famiglia del Barolo poiché deriva dal medesimo vitigno, si distingue dal fratello maggiore in quanto è già pronto per essere bevuto l'anno successivo alla vendémmia. Vino quindi fresco e vivace, che si mette in luce soprattutto per il bouquet gioioso, ma elegante, per il fruttato intenso, qua e là ravvivato dalla fragolina di bosco e dalla mora di rovo.

 

 

 

 

Barolo.Un tempo, questo vino era conosciuto semplicemente come Nebbiolo dall'uva che lo produce. Nelle Langhe, ancora adesso, al di fuori della zona d'origine del Barolo, è chiamato col nome di Nebbiolo d'Alba e di Langhe Nebbiolo. E' nella seconda metà del secolo scorso che s'iniziò a chiamarlo semplicemente Barolo, dal nome del paese dove aveva i possedimenti la contessa Giulia Colbert Falletti. E' stata appunto questa nobildonna a far conoscere e meglio apprezzare il suo Nebbiolo di Barolo presso la corte dei Savoia a Torino. Tuttavia, una parte di merito spetta anche al grande statista Camillo Benso conte di Cavour che nel castello di Grinzane vinificò per la prima volta, con l'aiuto dell'enologo Oudart, un Nebbiolo più secco, secondo le nuove tendenze dell'epoca. E fu questa nuova tipologia di Nebbiolo a conquistare Torino e poi l'Italia e infine il mondo.II vino deve essere sottoposto ad un periodo di affinamento di almeno tre anni: durante questo tempo deve rimanere come minimo due anni in botti di rovere. La scelta del rovere e della dimensione della botte è lasciata all'esperienza del vinificatore. Cosicché il Barolo matura sia nelle grandi botti tradizionali, sia nelle botti di medie dimensioni, sia nei carati di 225 litri.
 
Dolcetto. Nnostante il vitigno sia presente in Piemonte dal medioevo, tuttavia è soltanto verso la seconda metà dell'Ottocento che possiamo parlare di ampia diffusione. La dolcezza dell'uva, tant'è che viene anche consumata quale uva da tavola, gli ha conferito il nome. AI contrario il vino è secco. Per le sue doti terapeutiche in quanto ricca di ferro, manganese e potassio, l'uva Dolcetto è stata oggetto, fino al 1950, di particolari diete nelle quali costituiva l'ingrediente principale, durante le vendemmie. Era chiamata: "cura dell'uva". II vino Dolcetto può essere messo in commercio fin dalla primavera successiva alla vendemmia. Si tratta quindi di un vino giovane, abboccato, dal bel colore rosso rubino fiammante con potenti riflessi violacei. Altrimenti, viene sottoposto ad un piccolo periodo di affinamento, per cui è imbottigliato in piena estate: ne risulta un vino più composto e pieno, dal possente fruttato. Affinato ulteriormente nei legni o in bottiglia, sopporta tranquillamente due o tre anni di invecchiamento: assume tonalità quiete, di grande eleganza e morbidezza. Sull'etichetta deve figurare il millesimo relativo all'anno della vendemmia.

 

Asti Spumante. Le uve di Moscato furono coltivate nel Monferrato già a partire dal medioevo, essendo i vini dolci e aromatici molto apprezzati. Ma solo nell'Ottocento abbiamo  la creazione dell'attuale Asi Spumante.Carlo Gancia, nel 1865, apprese le tecniche di spumantizzazione dallo Champagne , le applicò nella sua azienda di vini a Canelli, dal principio sui vini rossi amabili ( a similitudine dei vini dello Champagne), poi estese il raggio anche alle uve moscato. A Gancia va dato il merito di essere riuscito a bloccare la fermentazione delle uve dolci , con una attenta e ripetuta filtrazione del mosto , ottenendo un prodotto ancora dolce e poco alcolico che a quel tempo venne denominato Moscato Champagne. Il successo del vino fu eclatante. In breve tempo molte ditte dell'astigiano cominciarono a produrre il nuovo vino . Negli anni Cinquanta le tecniche vennero perfezionate ad opera di Martinotti, che brevettò il sistema di spumantizzazione rapido in grandi recipienti ed Alfredo Marone che migliorò il sistema di filtrazione sotto pressione. colore: giallo paglierino o giallo dorato assai tenue- limpidezza brillante-spuma fine e persistente. odore: aroma caratteristico di moscato, spiccato e delicato. sapore: aromatico, caratteristico di moscato, delicatamente dolce ed equilibrato Abbinamenti e temperatura di servizio Va servito freddissimo, a 6°-8°C,

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La Giribaldina Castello di Tagliolo  

 

 


Vini tipici dell'Oltrepò

Come ovunque, i vini prodotti sono ormai di diverse decine di tipologie. Indichiamo qui alcuni classici della tradizione che sono la memoria stessa della viticoltura dell'Oltrepò

Buttafuoco. Il nome pare derivare dal dialettale “al buta me al fogh”, che significa: “scalda – risveglia come il fuoco”, in relazione al fatto che si tratta di un vino di carattere e corpo.  Barbera 45%; Croatina 45%; Uva Rara 5%; Vespolina 5% colore: rosso vivo più o meno intenso.  odore: vinoso, intenso.
sapore: asciutto di corpo, talvolta vivace.

 

 

Riesling. Ottenuto dalla vinificazione in bianco di uve Riesling Italico, ha un colore paglierino chiaro, con sfumature verdognole profumo caratteristico erbaceo, delicato ed intenso; il sapore è secco, pieno e fresco. Viene propostosia in versione di vino fermo sia in quella  frizzante naturale. Ben si abbina a primi piatti a base di verdure, pesce bollito, frittate. Va servito alla temperatura di 10-12°C.
 

 

Pinot Grigio. Di colore giallo paglierino con riflessi dorati ha un caratteristico e gradevole profumo aromatico e fruttato che ricorda la "pesca di vigna". Ottenuto da uve Moscato, è un vino dolce dal sapore fresco ideale per piatti dolci, dessert e pasticceria in genere. Va servito alla temperatura di 10-12°C.
Ottenuto da uve pinot grigio è un vino dal caratteristico colore ramato, profumo penetrante di pesca e fiori di biancospino. Il sapore è secco, fine, sapido, molto gradevole e persistente. Si accompagna ad antipasti leggeri e delicati, carni bianche e piatti di pesce.
Servire alla temperatura di 10°C.
Sangue di Giuda.Prodotto con uve Croatina, Barbera, e Uva rara dei vigneti nei comuni di Pietra de Giorgi e Cigognola, è un vino di colore rosso rubino carico, profumo intenso di confettura di fragole e lampone, sapore dolce, frizzante naturale.
È ottimo abbinato a formaggi piccanti, dolci, crostate con marmellata di prugna.
Va servito ad una temperatura tra 12 e 16°C.
Bonarda.Ottenuto da uve sbarbera e croatina, è un vino facile e piacevole. Il colore è rosso rubino molto brillante; il profumo ha gradevole intensità con sentori che ricordano la rosa ed i frutti di bosco.Il sapore è asciutto, morbido sapido e persistente. La naturale vivacità ne rende la beva quanto mai piacevole. Predilige come accostamenti salumi, primi piatti, brasati e stufati. Servire a temperatura ambiente.

 

 

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