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La zona che prendiamo in
considerazione è quel triangolo di terra che, facendo angolo con Milano come
vertice, segue da un lato il naviglio Pavese, e, dall’altro, il
naviglio Grande. In poche parole, il tratto compreso fra Milano - Motta Visconti - Abbiategrasso . Immaginiamo, allora, di imboccare
la statale che da Milano va a Pavia seguendo il naviglio.
Arrivati a Moirago, subito dopo Rozzano, deviamo per Zibido S.
Giacomo e Corsico. Qui possiamo imbatterci una delle cascine
storiche più blasonate e meglio conservate, ossia Cascina S. Marta.
La torretta d’ingresso risale al 1300 e mostra la chiara dimensione
anche di struttura militare e difensiva che in epoca medioevale
avevano le cascine. Sempre sulla torretta è possibile osservare lo
stemma dei Melzi d’Eril, che furono la prima grande famiglia
milanese di cui abbiamo notizia avesse la proprietà della cascina.
Poi passò agli Acerbi e, infine, all’Ospedale Maggiore di Milano.
Ora è stata data in gestione ad una dinamica cooperativa che è stata
in grado di rivitalizzarla sia sotto il profilo produttivo che
architettonico. L’interno è stato, infatti, completamente
ristrutturato e nulla di cadente o di abbandonato vi si può notare.
Si prosegue di qualche chilometro e si arriva a San Pietro Cusico
dove s’incontra la grande area boschiva e acquatica dei laghi
Carcana. Seguendo le stradine campestri, da S. Pietro Cusico,
si raggiunge Noviglio, passando per cascina Torre, cascina S. Rocca,
cascina Segrona, fino a Mairano.
A meno di un paio di chilometri, ed ecco la storica cascina Conigo,
nei pressi di Noviglio. E’ una struttura davvero imponente,
totalmente circondata da mura e con un ampio arco d’ingresso sul
quale spiccano le teste scolpite di buoi e cavalli. Tuttora in piena
attività, impiega una decina di famiglie di lavoranti. Sull’aia e
negli edifici un tempo di stallaggio campeggiano possenti macchine
agricole che non stonano affatto con le antiche mura di mattone, ma
danno invece un senso di vitalità e di continuità col passato.
Entrando, sul lato destro, quello che resta degli edifici una volta
riservati alle maestranze. Completamente abbandonati e in uno stato
avanzato di degrado, sono, tuttavia, un interessante e suggestivo
documento storico sulle condizioni abitative e di vita della gente
dei campi di nemmeno tanto tempo fa, non più di una cinquantina
d’anni. In un secondo cortile interno, riservato allo stallaggio
delle vacche e a magazzini, troviamo l’edifico più importante sotto
il profilo storico e artistico: la chiesa/cappella interna. E’ un
edifico in perfetto stato di conservazione, le cui origini rimandano
al secolo XVI, e che tuttora funzione come luogo di culto per i
residenti in cascina e per gli abitanti delle frazioni circostanti.Chi
volesse seguire la messa, deve trovarsi in cascina al sabato
pomeriggio alle 18.
Puntiamo su Motta Visconti, dove esiste un famoso accesso al Ticino. Con la bella stagione possiamo
sicuramente bagnarci nel Ticino al Guado della Signora, presso Motta
Visconti; nei mesi autunnali e invernali possiamo, invece,
passeggiare per i boschi che circondano la zona. Al Guado della
Signora, troviamo la simpatica Trattoria di San Rossore, che simile
ad una grande baita montana. Al suo interno non tavolini, ma solo
grandi tavolate dove ci si siede gli uni accanto agli altri, e un
grande camino. Si mangia cacciagione e, in particolare, cinghiale.
Da Motta Visconti muoviamo verso Besate e l’imponente cascina
storica di Fallavecchia
(vedi foto). Un tempo era un vero e proprio
paese, con centinaia di lavoranti, chiesa, osteria, negozio di
alimentari compresi. Oggi non vi risiedono più tutte le famiglie di
un tempo, ma l’osteria, il negozio e la chiesa sono rimaste. Si
entra da una porta ad arco, sormontata da un’immagine sacra. Proprio
di fronte, una cappelletta sul lato opposto della strada.
All’interno il corpo centrale dell’edificio un tempo riservato alle
abitazioni dei contadini, di fronte ad esso le vaste stalle per le
vacche; sul lato destro dell’entrata, l’edificio padronale, che
disegna una corte chiusa, quasi un palazzo a parte, serrato da un
massiccio portone ligneo. Contigua e ad angolo retto rispetto ad
esso, la grande officina, che serviva da casera. Alla fine del viale
centrale che segue le case dei lavoranti, sulla sinistra, la chiesa
di notevoli dimensioni e tuttora consacrata. Infine, sulla destra, i
rustici che servivano da deposito per gli attrezzi agricoli e che
ora custodiscono possenti trattori. Oltre i rustici la porta
d’uscita secondaria, quella che si apre direttamente sui campi.
A poche centinaia di metri la storica abbazia di Morimondo.
MORIMONDO - Nota storica e artistica
Morimondo sorse per iniziativa di 12 monaci cistercensi provenienti dalla
abbazia madre di Morimond in Francia, che si stanziarono nel 1134 a Colonago
(oggi Coronate) e iniziarono a porre le basi per la realizzazione della abbazia
figlia. Due anni più tardi, nel 1136, decisero di spostare la sede due
chilometri più a nord e lì venne edificata l’attuale abbazia di Santa Maria di
Morimondo. Il significato del termine ‘MORIMONDO’ è chiaro, deriva dal latino
‘moritur mundus’ e significa ‘dove muore il mondo’. La frase si può leggere sia
in senso letterale che in senso simbolico. “Dove muore il mondo” è il luogo dove
abitualmente sorgono le abbazie cistercensi che, per re-gola, devono appunto
essere costruite in luoghi deserti e selvaggi, dove non vi sia più la presenza
di un’umanità civilizzata. Da un punto di vista simbo-lico ‘dove muore il mondo’
è il luogo ideale a cui tende l’anima del monaco, che muore per il mondo con i
suoi vani valori, e rinasce in Cristo a vera vita nel mondo della fede. Riguardo
alle vicende storiche che investirono l’abbazia di Morimondo, bisogna dire che
furono piuttosto turbolente, se non addirittura drammatiche. Posto in territorio
milanese e sostenuto dalla città di Milano era situata in un luogo strategico a
metà strada fra Milano e la sua acerrima nemica Pavia. Inoltre era a pochi
chilometri dal Ticino, che rappresentava, a sua volta, un nodo strategico di
fondamentale importanza per ogni tipo di trasporto e controllo degli scambi
commerciali. Ciò determinò persino assalti e distruzione da parte dei pavesi
almeno fino a quando i Visconti non unificarono sotto la loro signoria l’intera
Lombardia.
Come sempre accadeva, i primi edifici furono in legno, man mano sostituiti da
opere in mattone e muratura, dal momento in cui la fornace cominciò a produrre
sufficienti mattoni per dare avvio a opere di ampia portata. Il pri-mo nucleo
edificativo fu l’abside della chiesa, iniziato nel 1182. L’opera fu terminata
con l’erezione della facciata nel 1296, quindi a seguito di un lavoro più che
secolare.
La durata secolare dell’opera è persino testimoniata dalla diversa composizione
dei mattoni che costituiscono le colonne che sorreggono gli archi del-le navate
la loro stessa disposizione, più ravvicinata in basso e più distanziati in alto.
Gli archi sono crociera che, all’epoca, rappresentavano la più avanzata
soluzione tecnica in ambito architettonico per avere strutture in grado di
reggere tetti molto ampi e molto pesanti. La chiesa a croce latina, presenta, al
suo interno, una partizione dello spazio in tra navate e un significativa
sintesi dello stile romanico-lombardo con quello gotico – francese. La spinta
verso l’alto delle volte, tipicamente gotica e generata dall’impiego della volta
a crociera e di archi a sesto acuto, è attenuata dalla presenza anche di archi a
tutto sesto e di colonne massicce e possenti che mostrano, appunto, il
persistere di suggestioni stilistiche di tipo romanico. L’abside è stato
modificato, rispetto al disegno originario, per volontà di San Carlo Borromeo
che nel 1573 decise che ne fosse elevata l’altezza. E’ invece originaria la
scala che porta al dormitorio dei monaci e la porta sul chiostro.
All’interno della chiesa si notano tuta una serie di asimmetrie e di ‘imperfezioni’.
Ad esempio, i capelli delle colonne della navata centrale sono ognu-no diverso
dall’altro; i costoloni di mattone delle volte a crociera sono tutti tondi, meno
quelli della volta all’entrata che ha tre costoloni tondi e uno di mattoni a
croce greca; la seconda li ha tutti a croce greca; gli archi della na-vata di
sinistra (entrando) sono di stile romanico a tutto sesto, mentre quelli della
navata di destra sono gotici, hanno solo due volte a crociera con costo-loni in
mattone e sono più bassi; i basamenti delle colonne di sinistra pre-sentano un
basamento più basso e dunque sono più alte, quelle di destra hanno il basamento
più alto e sono dunque più corte; i rosoni del transetto hanno diametri diversi
e, infine, le bifore della facciata non sono centrate.
Tutte queste difformità a imperfezioni sono volute; hanno un significato
simbolico in quanto vogliono esprimere l’essenziale imperfezione del nostro
mondo, quando la perfezione è propriamente e assolutamente di Dio. E sempre
facendo riferimento al tratto simbolico costitutivo dell’architettura
cistercense, evidenziamo il fatto che l’abside è ‘orientato’, ossia è rivolto ad
est, dove sorge il sole, ossia dove sorge la luce, la verità, la venuta di
Cristo e delle sua Resurrezione. I monaci iniziavano la giornata pregando verso
dove sorge la luce, giacché il coro era un tempo posto davanti all’altare e non
dietro come ora, e volgevano le spalle a occidente, dove appunto vi e-rano le
tenebre. Le monofore sono l’allegoria dei santi, giacché come i santi ci
illuminano col loro esempio, così esse ci illuminano facendo filtrare la luce.
La forma ottagonale delle colonne (e di tante torri abbaziali in Lombardia)
rappresentano l’ottavo giorno, quello della Resurrezione, quello dell’eternità.
Il pavimento della navata di sinistra ha un andamento progressivo verso l’alto;
ciò vuol dire che più ci si avvicina a Oriente e alla luce, là dove sorge
l’altare, più ci si eleva, ma la strada è, appunto in salita, perché richiede
fatica e dedizione.
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