LA VIA PATRANICA (O DEL MARE)
 

 

 

Possiamo definire la Via Patranica, la madre di tutte le mulattiere che, nel corso dei secoli, si sono diramate lungo il suo tracciato che univa la Liguria del levante, in particolare Chiavari, dove esistevano le principali saline della repubblica di Genova, e il borgo di Varzi, punto di arrivo e centro commerciale di prima grandezza dei traffici fra il Mar Ligure e il Milanese.

Il termine ‘patranica” deriva da Patrania che fu un’antica abbazia benedettina fondata dai monaci di Bobbio e situata fra Montebruno e Torriglia, lungo la val Treb­bia. Di questo antichissimo monastero si sono perse persino le tracce murarie, in quanto sul finire del secolo IX fu sicuramente abbandonato, probabilmente a seguito di scorrerie saracene che avevano deva­stato le valli liguri e lombarde, fino al Monferrato. In seguito fu un’area as­segnata al ve­scovo di Tortona, con a capo la parrocchia di Torriglia. Infatti Ugo e Lotario, re d’Italia, nel 923 e nel 947, confermarono la donazione dell'abbazia a quella di San Marziano di Tortona. L'abate di quest'ultima portava anche il titolo di abate di S. Maria di Patrania e governava i beni di questi monasteri per mezzo di suoi procuratori. Nel 1153 alla titolazione dell'abbazia a Santa Maria si aggiunse quella di S. Onorato, che è il santo protettore della parroc­chia di Torriglia, la qual cosa fa pensare che l’abbazia si identificasse con il borgo fortificato di Torriglia. Ad ogni modo resta il fatto che lungo il  tracciato che correva fra Piacenza e Genova, esisteva, ancor prima, la strada romana Postumia, e che, nell’alto medio­evo, si ridusse con ogni probabilità ad una mulattiera longobarda che aveva come nome ‘marenca’ e di cui abbiamo ancor oggi memo­ria precisa, tanto che resta, in val Trebbia, il villaggio di Costa Marenga. La Via Patranica correva lungo il crinale dei monti, ed è tuttora percorribile a piedi, essendo perfettamente segnati i sentieri dal CAI.

Ad ogni modo, come si diceva, questo percorso può essere inteso solo come una sorta di spina dorsale della viabilità fra pianura e mare, attraverso i valichi appenninici. Da essa si diramavano una quantità di varianti che raggiungevano Monferrato e Piemonte oppure sul versante opposto, il Nure e il Taro fino al Po e le città emiliane di Piacenza e Parma. E, inoltre, vi erano piste mulattiere che partivano dai porti di Savona e di La Spezia per raggiungere direttamente il Piemonte, per un verso, e il parmense, lungo il passo della Cisa, dall’altro.

Varzi fu il punto di arrivo e di partenza di infinite carovane che venivano e andavano verso il mare. L’importanza commerciale di questo borgo fu di primo piano per tutto il medioevo fino quasi ai giorni nostri.

Il borgo appartenne alla potente famiglia dei Malaspina che, grazie al controllo del borgo e di buona parte dei territori circostanti, si garantiva cospicue rendite tramite l’imposizione di forti dazi e, non di rado, guadagni fraudolenti grazie alla protezione accordata a briganti che operavano sostanzialmente in accordo con essa e che spartivano proventi di estorsioni e ra­pine.

Il borgo di Varzi è situato in un luogo strategico che vede la con­fluenza di diverse valli. La Val Staffora, in primo luogo, dove il borgo sorge presso il l’omonimo tor­rente, e le cui estreme propag­gini montuose comunicano con la Trebbia e i passi che portano in Liguria, per un verso, e per l’altro verso il Po. Sull’altro lato del torrente Staf­fora, ri­spetto al lato che corre lungo la cinta della cittadina, si apre una stretta valle che in breve porta al Curone e, da essa, alla Val Borbera, ossia verso quell’area dell’Appennino ligure-piemontese, che congiunge mondi piutto­sto lontani e che tro­vano nello Scrivia il loro filo conduttore. Dal Piemonte venivano vini e prodotti caseari, dalla Liguria e, in particolare, da Genova, il sale, l’olio, le acciughe e le saracche (fondamentali per rendere sopportabile la polenta alle genti della pianura), molti manufatti di lontana provenienza, come sete, tessuti di lino, vasellame pregiato. Di contro, stazionavano e partivano in senso inverso, cioè verso il mare e verso i terri­tori con­trollati dalla Repubblica di Genova, i prodotti della pianura: riso, frumento, for­maggio grana, prosciutti e salumi vari, ca­napa per fare le corde, manufatti tipica­mente lombardi come le armi bian­che, gli utensili in ferro. Questo spiega l’enorme piazza rettangolare, lungo la quale corrono i portici della città, che si distende lungo il torrente Staffora e si apre verso la stretta via che con­duce al Curone e poi allo Scrivia. Era il luogo di stazionamento di carovane di muli e luogo di mercato lo­cale.

Si trattava, insomma, uno dei principali borghi commerciali dell’Appennino Ligure/Lombardo, conteso per tutto il Medioevo, fra famiglie feudali di partito impe­riale, diocesi vescovili, rappre­sentanti politici delle forze comunali. Alla fine la spuntarono i Malaspina, che qui avevano importanti e dif­fusi in­sediamenti e che avevano co­stellato i monti circo­stanti di castelletti e rocche di vario genere, e che, inoltre, avevano astutamente legittimato il loro dominio sul territorio, creando una realtà abbaziale di loro stretta derivazione: Sant’Alberto di Butrio. Inizialmente fu solo un cenacolo monastico di eremiti, in seguito venne trasformata in vera e propria abbazia e dun­que legittimata ad  esercitare diritti sovrani in antitesi a quelli che avrebbe potuto rivendicare la ben più potente e antica abbazia di Bobbio, che tutto il territorio delle alte valli appenniniche circostanti il Trebbia aveva ricevuto dai sovrani longobardi in beneficio.

La strada del sale si prendeva passando sulla sinistra del tor­rente Staffora, si raggiungeva il villaggio di Cella, e si saliva la cresta montana che costeggia lo Staffora. Il paesaggio goduto è una fra i più intensi ed emozionanti delle alte valli lombarde, all’ estremo confine dello Oltrepò pavese.

Superata Santa Margherita si prosegue, sempre sulla dor­sale montana, e si toccano i villaggi di Ce­gni e Negruzzo.

Qui siamo nel cuore dell’area dei pifferai e della loro  musica, che fu l’espressione artistica più ori­ginale e profonda delle genti di questi monti. In questi paesi e frazioni le occasioni per incontrare la serata di sagra locale, allietata dalla presenza di qualche nuova leva di mu­sici­sti che vo­gliono te­ner viva la tradizione, sono frequenti.

I  due minuscoli villaggi di Negruzzo e Cegni sono stati patria di storiche figure di questa musica autoctona e sono stati centri dove le antiche cerimo­nie rituali che univano musica e rappresentazioni scenografiche danzate si sono conservate più a lungo. Paradossalmente la conservazione e la rivita­lizzazione di Cegni  fu dovuta all’antico carnevale che qui si continuava (e si con­tinua) a rappresentare fino a che divenne quasi un fatto etnografico, noto a gente di città e di stu­dio, che ne ha parlato diffusamente, lo ha raccontato in pubblicazioni di diverso genere, ne ha dato notizia attraverso i mezzi di comunica­zione di massa. Adesso Cegni è il paese più ristrutturato di tutto l’Appennino e offre, caso raro per un villaggio sperduto fra i monti, un ristoro aggraziato e confortevole, l’Osteria del Jack. Il nome non deve trarre in inganno. Non si tratta di un vezzo giovanilistico a scimmiottamento del West Americano. Il Jack era una persona reale, che andò come emi­grante negli States, poi ritornò al paese e qui aprì la sua  osteria. Ma in America Giacomo divenne Jack e così rimase per sempre

Da Negruzzo di raggiunge il passo del Giovà e da qui arriva a Ca­panne di Cosola che è una specie di snodo fondamentale verso tutte le valli circo­stanti. Ad ovest, la val Borbera che porta nello Alessan­drino. Ad est la Val Boreca che porta alla Val Trebbia, passando in un’ area fra le più selvagge e incontaminate dell’intero  territorio cir­costante, chiusa fra i monti Alfeo e Le­sima, due vette consacrate ai culti anti­chissimi dei Liguri. Avanti, verso sud si passa in Liguria, verso il passo Tre Croci e il monte Antola.

 

La splendida area del monte Antola domina le valli della Trebbia ad est e del Borbera a ovest. E’ un grande cuneo al centro del genovesato, dal quale rapidamente si scende verso i paesi liguri che cir­con­dano il lago artificiale del Brugeto.

Da Capanne di Cosola si ar­riva a Capanne di Carrega; il nome ci dice che si trattava di  rifugi per la notte per chi do­veva badare al pa­scolo delle be­stie du­rante l’estate. E qui c’è anche il passo che porta in Ligu­ria e sul monte Antola. Da non la­sciarsi sfuggire l’antichissima locanda in pie­tra, proprio al bordo della strada, prima del passo. La sua storia è cente­naria. Du­rante la seconda guerra mon­diale fece anche da base logistica per i com­battenti di parte anti­fa­sci­sta della guerra civile. Ora è un agriturismo, ma sarebbe meglio dire che è una bella lo­canda, assai ru­spante e vivace, condotta da gente sim­patica e ospitale, che con poco vi fa mangiare piuttosto bene in un am­biente semplice e famigliare, pro­prio come lo de­vono avere le vere osterie.

In cima al passo si entra nel genovesato, e, in particolare, nei territori che videro la secolare contesa fra i Fieschi e i Malaspina. Alla fine la spunta­rono i Fieschi, ma fu anche il loro canto del cigno: quando di­vennero i pa­droni indiscussi dei monti in­torno a Genova si imbarca­rono nella rovinosa congiura (1547) che causò la rovina della loro potente famiglia.

Propata, Fascia, Caprile sono i piccoli villaggi che fanno ala al di­scendere verso valle, fino al lago artificiale del Brugneto. Di essi, Fascia è sicura­mente quello storicamente e socialmente più impor­tante, se viene nominato in un documento che risale al 1186 e della sua chiesa, dedicata alla Santis­sima Maria Annun­ziata, si ha notizia dal 1248. Per quanto raggiungibile solo con la mulattiera fino a dopo la seconda guerra mondiale, fu comune, vi fu una scuola elementare, e arrivò a contare un paio di centinaia di per­sone, per poi spopolarsi quasi completamente a partire dagli anni ’50 del se­colo scorso. Fatto curioso, la prima auto che poté arri­vare a Fascia fu solo nel 1964, quando venne costruita una carrozzabile che sosti­tuiva la mulat­tiera. Ma la carrozzabile favorì l’esodo finale dal paese, che oggi è po­po­lato stabilmente da una decina di persone, per rianimarsi durante l’estate, quando le vecchie case sono nuovamente abitate dai figli e dai figli dei figli degli antichi re­sidenti.

Scendendo verso Propata e verso il lago artificiale del Brugneto, una breve devia­zione va sicuramente fatta per raggiungere il villaggio di Caprile,  che

è un altro di quei luoghi minimi e incantati fra le pieghe di que­sti monti. Il nome dice tutto, circa le sue origini pastorali. Fu però, negli anni ’70 e ’80 un luogo di villeggiatura piutto­sto apprez­zato, anche per la possibilità di passeggiate fra i suoi ampi boschi. Oggi rimane uno storico monumento a questo turismo stanziale. Si tratta del ristorante albergo ‘Da Berto’, che una volta ospitava decine e decine di famiglie e offriva anche un’immensa sala per il ballo li­scio. Oggi, le sue stanze funzionano a scan­sione ri­dotta, resta, però, il tipicissimo ristorante, uno dei più genuini e cu­rati della zona. Qui un paio di anziane signore preparano con consumata esperienza ed encomiabile dedizione tutto il repertorio dei piatti classici della cu­cina ligure di monta­gna. Inol­tre, sempre a Caprile vi è il rifugio “Il Poggio di Caprile” che è uno dei più confor­tevoli, curati e simpatici che potrete trovare in tutta l’area genovese e non solo. Ad un costo irrisorio si disporrà non solo di un letto comodo,  ma di una cucina perfet­tamente at­trezzata, una sala di lettura e si sarà accolti con cor­tesia e disponibilità.

Arrivati al lago di Brugneto, prendiamo per Bavastri, Garaventa, Donnetta. Qui vale la pena di fare una piccola deviazione e raggiungere la valle Pen­temina, che ci porta a Pentema, che è uno dei do­dici ombelichi del mondo, uno dei sette languori dell’anima. E’ un aquilone di tetti sospesi a mezza costa del lato al sole della valle Pente­mina. Tutto intorno la vista spazia fino perdersi all’orizzonte dei monti che degradano verso il mare o salgono fino alle Alpi marit­time. Fra i costoni dei monti, sparsi qui è là, due o tre casoni, a fare compa­gnia al bosco o alla radura o alle fasce, ormai non più colti­vate. L’intensità del sole, i colori e profumi che si diffondono nell’aria sono quelli del Mediterraneo, benché si sia ad altitudini montane. Ma l’aria di mare risale lungo i canaloni delle valli e porta il tiepido fra la terra e le rocce che, inondate dalla luce piena del sole, fanno nascere la gine­stra, la lavanda, l’origano e persino il pino. Così il profumo è quello incon­fondibile del salso temperato dalla salita sul monte, che me­scola l’aspro tenue della resina del pino marittimo, col dolce del fico, col folle estatico della lavanda, col giallo amaro della ginestra.