DAL CENO AL TARO: VIAGGIO LUNGO DUE
FIUMI APPENNINICI
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Il monte Penna è il
gemello, ma nemico, del monte Antola. Se quest’ultimo indica il
centro ove si la repubblica di Genova estese il suo entroterra e lo
dominò interamente in senso politico e culturale, il Penna ne
rappresenta l’estremo limite, il confine, il luogo invalicabile
oltre il quale ogni dominio era provvisorio e ogni cosa doveva
essere messa in gioco a seconda della direzione che prendevano i
venti che travolgevano i piani degli uomini che si incaricavano di
fare la Storia. Il Penna è sicuramente più importante dell’Antola,
non fosse altro perché porta il nome stesso del Dio per eccellenza
dei Liguri. Ma è anche più alto e imponente, tuttora ricoperto di
folte foreste. E’ una sorta di immensa pietra miliare che stabilisce
appartenenze e direzioni. Per il lato ad Occidente ci porta verso la
Liguria della Repubblica genovese. A sud, sud-est, verso il Magra e
i Liguri Apuani della Lunigiana. A Nord, nord-est, verso l’antico
ducato di Parma e verso il minuscolo Stato dei Landi, fra Taro e
Ceno.
Il Penna era già noto ai Greci che lo avevano chiamato patèr
duòn
potamòn, il padre dei due fiumi.
Il Taro e il Ceno, appunto, che
nascono da sorgenti che sprizzano dal cuore della sua roccia e, per
un curioso gioco della natura, si biforcano, andando il primo verso
sud e il secondo a nord, disegnano entrambi un’ampia ellisse e,
infine, trovano il modo di ricongiungersi verso il borgo di Fornovo,
al limitare della pianura, da dove poi vanno a scaricare le loro
acque nel Po. Questo anello di terra fu appunto l’isola ove per
secoli si eresse lo stato dei Landi. Fu un mondo a se stante dove vi
fu una sicura contaminazione degli elementi genetici
germanico-celtici con quelli liguri, che ancora oggi rileviamo
nettamente nelle carni delle genti che abitano questo o quel borgo.
Prima dell’arrivo dei gitanti e prima che il fungo porcino
conquistasse i cuori anche di coloro che vivevano in città, fu un
mondo in cui la disciplina della povertà insegnò a tutti a vivere
come gran signori, ossia non consentì a nessuno di porsi nella
dimensione del postulante e chiese a tutti di sapere a provvedere a
se stessi con rigore e di buona lena. Buona parte dei villaggi
compresi in quest’area sono ad una altitudine superiore ai 600 metri
e si arriva spesso a mille, si coltivava in ogni caso la melica, le
patate, i fagioli; ogni famiglia aveva la sua vacca, molte avevano
una cavalla che li aiutava negli spostamenti e, più ancora, generava
un puledro all’anno che sarebbe stato venduto al macellaio. E poi
c’era il pollaio e spesso qualche pecora. Si produceva quasi tutto
in casa: si filava la lana, si facevano calze, maglie, berretti.
Persino certi zoccoli venivano fatti a mano in casa. Il bosco
aiutava non solo con la legna che entrava in tutti i processi
produttivi e rappresentava la principale fonte di energia, ma
offriva anche prodotti spontanei, bacche, funghi, radici e
soprattutto permetteva la caccia, quella vietata, di frodo, che si
ingegnava a catturare lepri, pernici, fagiani, fuori dai tempi di
legge, fuori dai permessi ufficiali, con le relative tasse. La
caccia di frodo è stata, qui, una battaglia epica, combattuta in
silenzio di generazione in generazione,
contro i signori della legge, contro coloro che disponevano dei
poteri di divieto e degli strumenti di coercizione e di punizione,
per affermare il diritto a prendere quello che la natura dava
spontaneamente, facendo proprio quello che non era di nessuno. Ma
questa economia di sussistenza non bastava, in ogni caso, al
sostentamento domestico. Occorrevano altre fonti di entrata. In un
primo tempo fu l’emigrazione stagionale in pianura e nell’area
collinare, quando i lavori dei campi necessitavano di un numero
imponente ma momentaneo di braccia. Poi venne quella definitiva e
risolutiva degli anni ’50 dello scorso secolo. Si partiva per la
Francia, l’Inghilterra, l’America, dove si lavorava come
spazzacamini nelle grandi capitali, come addetti
alle stufe a carbone dei grandi palazzi, come muratori, come
camerieri. La più parte degli emigrati divenne benestante, come è
naturale, giacché chi ha il coraggio di partire è anche colui che ha
l’energia e il coraggio di fare e rischiare, e dunque di liberarsi
della condizione di bisogno che lo opprime. Rispetto a tutte le
altre valli dell’Appennino, qui lo spopolamento fu massiccio e
spesso definitivo. Vi sono un numero non indifferente di villaggi
del tutto abbandonati i cui sassi cadono lentamente ma
inesorabilmente al suolo fino a che il rovo tornerà ad essere il
signore sovrano di tetti, vicoli, muraglioni. E’un fenomeno che non
si ha altrove, ove l’emigrazione non è stata così massiccia e dove,
soprattutto, le case dei vecchi sono state salvate e spesso sono
abitate durante l’estate. Qui no, i villaggi montani sono pressoché
deserti, sia d’estate che d’inverno. E viene da dire, anche, che è
meglio così, meglio che le cose tornino al silenzio della natura che
alle casette ristrutturate di finto sasso, alle piccole piscine di
plastica in giardino, agli allarmi elettronici, alle sdraio, agli
ombrelloni e ai barbecue. Nel nostro viaggio fra il Ceno e il Taro,
abbiamo come punto di partenza Bardi che dalla alta Val d’Arda si
raggiunge attraverso il passo del Pelizzone. Da Bardi prendiamo in
direzione di Masanti-Bedonia, lungo, la SS 359, ma, fatti appena
pochi chilometri, deviamo in direzione Pione - Passo delle Pianazze,
allo scopo di percorrere le piccole strade comunali che bordeggiano
il Ceno, facendoci attraversare avvallamenti e aree boschive di
straordinario silenzio. Appena prima il passo, abbiamo la deviazione
per Monte Pione e poi Madonna del Monte. Si tratta di una strada
bianca di facile percorribilità che conduce in uno dei luoghi più
incantati di questa zona. Dopo avere attraversato un magnifico bosco
di faggi e cerri si arriva alla fine della strada. Qui vi è,
incredibilmente, una piccola cascina ancora abitata e operosa,
mentre al suo fianco, su di uno sperone di roccia che si protende
sulla vallata, la minuscola e totalmente raccolta chiesetta dedicata
alla Madonna, la cui statua di infinita grazia viene esposta una
volta all’anno sul sagrato
affinché le selve tutto intorno si possano inchinare di fronte alla
sua maestà. Ritornati sulla provinciale, quasi frontalmente,
troviamo la deviazione per Casa Ini, Romei, Faggio. Sono piccoli
raggruppamenti di case agricole, lungo una stradina, assolutamente
percorribile, nonostante le sue dimensioni minime; questa strada ci
permette, ancora una volta, di attraversare angoli di monte
praticamente isolati dal mondo. Fra Romei e Faggio, una bella chiesa
parrocchiale con accanto l’antico cimitero. Alla fine della strada,
siamo al villaggio di Pione e di qui scendiamo verso il Ceno lungo
la comunale che porta a Cremadasca. La strada ci porterà fino a
Ponteceno, passando per Tiglio, Santa Giustina, Frassineto.
Ponteceno è un nodo di smistamento. Se prendete la sinistra andate a
Bedonia, famosa per le sue donne di bocca buona quasi quanto quelle
di Ziano Piacentino. Bedonia ha un tocco aristocratico e un fascino
liberty per le sue belle ville di inizio secolo scorso che
ospitavano la borghesia genovese di tono, quando era la stagione.
Se, invece, a Ponteceno, si svolta a destra, la strada bordeggia
passo passo il Ceno fino ad arrivare alla sua radice che sgorga
fuori dal monte Penna. E’ una valle cupa e stretta, che passa per
Anzola e arriva a Spora, villaggio posto a mezza costa, in modo da
darvi luce sull’intera vallata. C’è una strada bianca non troppo
difficile, ma nemmeno troppo buona. Se la risalite arrivate al Penna
e ne vale certo la pena. Sul suo groppo, dove la strada è ancora
asfaltata, trovate un ristoro che viene chiamato Il Rifugio, ma non
è un rifugio, è, invece, un ristorante assai vivace e simpatico. Sul
davanti ha il gioco delle bocce e a lato un capannone con il
pavimento in legno ben lucidato dove d’estate si balla ogni giorno
festivo.

Infossata nella stretta valle ove la sorgente del Taro si scava la
sua strada verso il mare, Santa Maria ti appare come uno scombinato
e delizioso spruzzo di case sulle quali, proprio all’ingresso,
campeggia l’hotel principale del borgo, che sicuramente conobbe
fasti antichi di tutto rispetto, quando la villeggiatura fra questi
monti era un dovere sociale per le famiglie della buona borghesia
genovese e parmigiana.
Tuttavia non è mai stato un luogo di leziosi ozi estivi per nonnette
esauste e giovinette ormonalmente intrattabili. E’ la capitale della
pesca alla trota del circondario, è il luogo di convergenza di
conventicole di cacciatori che depositano nei ristori del borgo
corpi di cinghiali e epopee di racconti in attesa di verifica. E’un
luogo ove commuoversi letterariamente, perché il suo dolcissimo
nome, la sua dislocazione chiusa fra monte e acqua, le trote in
abbondanza, le teste di cinghiale campeggianti nei bar, ricordano
cosa scriveva Hemingway, quando da giovane andava a pesca di trote
alle falde dei Pirenei di Navarra. Una volta, grazie alle foreste di
faggi sul monte Penna, fu anche un piccolo ma significativo centro
industriale, che trasformava il legno in acetati. Oggi tutto questo
è solo un ricordo e non rimane, per vivere, che affidarsi al
turismo, che, fortunatamente, rimane modesto e del tutto in linea
con gli umori del luogo.
Da Santa Maria muoviamo verso Tarsogno e poi Albareto, una delle
capitali del fungo, fino a raggiungere Borgo Val di Taro, che è la
capitale burocratica dell’area e presenta i caratteri tipici del
grosso borgo amministrativo di provincia. E’ interessante la sua
strada principale, lunga e stretta che presenta i caratteri tipici
delle cittadine liguri con i palazzotti dai colori pastello,
sbrecciati dal tempo. In realtà Borgo Val di Taro è troppo grosso e
tronfio per essere una cittadina di montagna, e troppo piccolo per
essere una cittadina di provincia con una precisa identità storica e
politica.
Santa Maria del Taro
Troppo poco charmant per essere meta di un viaggio, ma
abbastanza rilevante per essere il punto di arrivo di piccole
escursioni nel suo circondario. A meno di una diecina di chilometri,
abbiamo la deviazione per Berceto e per la Cisa, ma, volendo
scendere a Pontremoli, si può percorrere l’antico passo del
Brattello che inizia direttamente da Borgo Val di Taro.
Solari |
Ca' del Lupo Bergazzi di Gavago - Bardi |
Rocca
Rosa
Brugnello |
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