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QUI E LA'
Vanno
in giro con una grossa borsa di tipo sportivo, che portano spesso a
tracolla. Dentro pupazzetti di plastica, tovaglie in rayon,
fazzoletti di carta,
accendini,
magliette di cotone. Camminano lungo i marciapiedi di periferie
infinite, raggiungono piccoli borghi, passano da un lato all’altro
della strada. Bussano alle porte. Spesso sono allontanati con un
ringhio, a volte non ricevono risposta, qualche volta un uscio si
apre e lascia filtrare qualche luce di amicizia. Sono solo donne ad
aprire, perché è virtù femminile accordare risposta a chi chiede.
Aprono il loro sacco, mostrano, attendono e poi vanno. E’ una vita
lieve e non squadrata, che li rende invisi agli incolonnati.
Accanto al passaggio a livello di Reginate, c’è una brutta casa
colore nocciola; è un cubo senza grazia con le finestre serrate da
scure persiane di legno. Un piccolo giardinetto a lato, pieno di
carabattole, cesti e scatoloni, la rende ancora più tristemente
inospitale.
Lui
aveva più o meno il colore di quei muri, era piccolo ma massiccio, e
la sua borsa blu era lunga almeno quanto lui era alto.
Al suono metallico ed elettrico del campanello, qualcuno aveva
aperto il portone e, senza che si potesse vede chi ci stava dietro,
si udì una voce femminile intonata e musicale che lo salutava con
sorpresa e contentezza. La porta era aperta solo per un quarto e in
quello spazio fece scivolare dentro casa il borsone al quale aveva
aperto la lampo. Stava appoggiato di malavoglia allo stipite, mentre
evidentemente dall’altra parte si rovistava
fra
la mercanzia. Poi, all’improvviso una mano lo afferrò per il braccio
e lo trasse dentro, mentre la porta si chiudeva con un botto secco
alle sue spalle. Passò un minuto, ne passò un altro e un altro
ancora; poi il fischio del trenino in vista della stazione di
Reginate. Le sbarre si alzano, gli incolonnati passano oltre, ma la
porta anco ra
non si era aperta, perché è virtù delle donne non accodare il
proprio cuore dove tanti vogliono si accodi.
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