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GENOVESI DI MONTAGNA: DALL'ANTOLA A PENTEMA, E POI TORRIGLIA

 

 

 

 

 

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IL CARNEVALE BIANCO DI CEGNI - ALTA VAL STAFFORA (PV)


ARDORI PAGANI E COMPOSTEZZA CRISTIANA NELLE ANCESTRALI

 RITUALITA' CARNEVALESCHE SUI MONTI DELL'APPENNINO LIGURE-LOMBARDO

Un numero rilevante di festività, a metà strada fra rito religioso ed esplosione di vitalità
trasgressiva e irriverente, coinvolgevano l’intera comunità e la impegnavano in un serio gioco di ruoli e raffigurazioni simboliche. Di tutte, la più nota è certamente la celebrazione del Carnevale. Il Carnevale recitato su questi monti ha sicuramente dei significati e dei modi assolutamente specifici e persino estranei al medesimo
evento celebrato nelle città o nei paesi della pianura.
Il Carnevale fu una festa complessa, che aveva sedimentato, nel corso dei secoli, innumerevoli
esperienze culturali e aveva sintetizzato una pluralità di significati simbolici. Nelle città, fino agli inizi della modernità, ossia non prima del secolo XVIII, il significato dominante fu quello impresso ad esso dalla civiltà cristiana medioevale.
Era, in primo luogo, la festa buffonesca dello sberleffo, non del mascheramento, ma dello smascheramento, ossia della denuncia in forma triviale e beffarda delle ingiustizie e delle mancanze subite dai potenti. Più sotto conservava la tradizione romana, nella quale era la festa della trasgressione alimentare e sessuale, della inversione dei ruoli, nel senso che per gioco gli schiavi diventavano padroni e i padroni schiavi. Una sorta di liberazione allucinatoria e forsennata dalla oppressione sociale, con la rottura di ogni freno inibitorio, fino al giorno in cui il re del carnevale,
terminata la festa, veniva crocefisso, e tutto ritornava al senso ordinato e disciplinato
di sempre. Ma ancora sotto la veste di esplosione pulsionale e di inversione allucinatoria dei ruoli sociali, troviamo una giacenza ben più antica e profonda, quella del rito purificatorio sciamanitico, della danza religiosa tribale, che evoca il contatto con le forze primigenie della natura e recita l’avverarsi dell’eterno circolo della vita, nel quale ogni forma vivente si trasforma e diventa altra, mostrando così la parentela animale di ogni cosa. In questo senso, la maschera non è che la raffigurazione dell’animale nel quale ci si trasforma e di cui una parte della sua anima vive già nella nostra. Siamo uomini, ma anche cervi, volpi, gatti, lupi, serpenti, e, infine, alberi e steli d’erba.
Ebbene il Carnevale di questi monti, almeno fino a quando è durato, è stato quello più vicino a questo ultimo ancestrale significato. Non tanto festa della trasgressione sessuale e alimentare (anche se in parte si), quasi per nulla festa dello sberleffo di denuncia, soprattutto recita codificata, danza propiziatoria, evocazione degli spiriti animali, del processo di assimilazione e trasformazione di ogni cosa nell’altra. A Cegni, alta Val Staffora, si celebra ancora, ma è come andare a vedere i Navajos che eseguono la danza del Sole sotto lo scatto di centinaia di flash.