I vini del Monferrato

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Il territorio monferrino è, infatti, un labirinto di piccoli colli e di fondovalle che s’intersecano e si moltiplicano senza sosta. Lievi colline che difficilmente superano i 500 metri e che presentano, da luogo a luogo, anche a distanza di poche centinaia di metri,  terre di diversa composizione e diversa fertilità. Se fra Alto e Basso Monferrato queste differenze sono molto marcate, anche per le diverse altitudini e il diverso clima (l’Alto Monferrato (la zona di Acqui subito sotto l'Appennino ligure) risente del clima più secco e rigido dei primi monti appenninici; il Basso Monferrato (la zona della colline vicino al Po e al Tanaro) subisce l’umidità e le elevate temperature estive della confinante pianura, tuttavia la grande variabilità della composizione chimica dei terreni viene a incidere in modo determinante sulle colture e, più in generale, sulle condizioni stesse di sopravvivenza materiale dei contadini che le coltivano. Non a caso abbiamo un tipo di produzione famigliare basato in primo luogo sulla autosufficienza alimentare che utilizza al meglio della resa ogni possibile tipologia geologica del territorio: le terre calcaree, ottime per il vino rosso, destinate ai vigneti; quelle argillose, adatte ai cereali e alla fienagione; quelle sabbiose, buone per vini andanti e per piante come il lino capaci di resistere a lungo alla siccità giacché la terra non trattiene le già scarse acque piovane e irrigue.
I fondovalle sono generalmente coltivati a cereali e a erba medica per gli animali. La collina è un susseguirsi di vigne, ma anche di macchie boschive, fino al suo culmine. I paesi e i villaggi sono  tantissimi, tanti quasi come i cucuzzoli delle colline maggiori e tutti hanno una caratteristica architettonica ben precisa: si attorcigliano intorno alla collina come lumachine di mare attorno alla propria valva, per arrivare, fra viottoli dove oggi a stento passa un’auto di discrete dimensioni, al culmine dove un’immensa chiesa, spesso affiancata da quello che resta di un castello in genere totalmente rimaneggiato, campeggia in tutta la sua maestosa grandezza. Sotto il castello, uno spiazzo che è delimitato da quello che resta degli antichi bastioni del castello per un lato e, per l’altro, da un pincio che mostra l’immenso panorama delle vallate circostanti fino, quando l’aria è tersa, alle Alpi. Qui da secoli la gioventù si sfida e cresce in umanità con un gioco a squadre di origini ancestrali: la palla elastica, oggi ampiamente rimpiazzata dall’omologo gioco del tamburello. Ecco in questo contesto ambientale, la piccola azienda agricola famigliare ha durato per secoli, grazie al sapiente uso del suolo, grazie alla capacità di trarre il massimo da ogni lembo di terra, di bosco, di prato. E’ stata, in primo luogo, un’economia agricola che aveva come obiettivo primario garantire alla famiglia l’autosufficienza o quasi. In questo senso, l’unità produttiva famigliare, tramite una precisa e oculata divisione del lavoro, sviluppava le competenze tecniche per non subire gli alti e  bassi del mercato e, comunque, per garantire il minimo necessario in caso di eventi dannosi imprevisti. Contrariamente a quanto si pensa, lo sfruttamento intensivo del territorio in funzione vitivinicola fu un fatto piuttosto recente, non antecedente agli ultimi decenni del secolo XVIII quando iniziò il disboscamento della fascia collinare per fare posto agli sterminati filari di viti che oggi vediamo perdersi a vista d’occhio di collina in collina. Prima di allora la vite veniva coltivata, come dappertutto del resto in Italia, prevalentemente nei terreni pianeggianti, alternandosi e mescolandosi a campi coltivati a cereali, a legumi, a ortaggi. Le colline si preferiva lasciarle a bosco, inframmezzato di radure, perché così fornivano l’erba da pascolo per gli animali e la legna, necessaria più di qualsiasi altra cosa nel mondo preindustriale.

Quando però il regno di Savoia instaurò la sua egemonia stabile e sicura su tutto il Piemonte e anche su parte della Lombardia (l’Oltrepò pavese), si cominciò a pensare che, insieme al riso, il vino sarebbe stato un prodotto di più facile e redditizia esportazione, potendo contare, i Savoia, su legami storici con la Francia e sul fatto che il vino era, sotto il profilo nutrizionale, l’alimento più economico in relazione alle calorie che poteva fornire. Tenuto conto che un uomo adulto che facesse il manovale o qualsiasi altro lavoro di fatica consumava giornalmente non meno 8000 calorie, l’alimento a più  basso costo e di più facile digestione che gli permetteva di reggere a questo enorme dispendio energetico erano i diversi litri di vino che beveva durante la giornata. Dunque il vino, ma stiamo parlando di vini di scarsissima qualità e di bassissimo costo, risultava un prodotto molto ricercato in ogni grande centro produttivo urbano e industriale per fornire supporto energetico a basso costo alla manodopera.
Soltanto verso la fine del secolo XIX, e dopo la tragedia della peronospora, che aveva distrutto quasi interamente il patrimonio vitivinicolo dell’Europa, si iniziò a produrre delle tipologie di vino e delle etichette di qualità, oltre ai pochissimi vigneti sceltissimi che da tempi immemorabili servivano a produrre i vini eccellenti per le élites. In altre parole, con l’allargarsi del ceto medio, si cominciò anche a produrre vini più selezionati e riconoscibili per marchio e per denominazione.
E’ in quest’ottica orientata verso la qualificazione del prodotto che il Monferrato, insieme ai territori delle confinanti Langhe, divengono in breve tempo il faro e la locomotiva dell’intera produzione vinicola italiana. I nomi dei vini del Monferrato sono oggi talmente famosi non solo in Italia, ma nel mondo, che è del tutto superfluo ricordarli e sottolinearne gli aspetti di eccellenza.I vini che si producono nel Monferrato e che hanno ottenuto la d.o.c. sono decine, tuttavia due rappresentano il cuore stesso della enologia monferrina: il barbera e il moscato, un vitigno, quest’ultimo, importato dalla Spagna nel ‘600, che dà vini bianchi freschi, piacevolmente dolci, a bassa gradazione alcolica. Ebbene furono proprio le uve di moscato a permettere la prima grande inversione verso la qualità e verso il prodotto di eccellenza, definito da un marchio tipico. Si tratta del famosissimo Asti Spumante, che fu creato ancora nel 1850 a Canelli, quando un commerciante di vini, Carlo Gancia,  che conosceva il metodo di fermentazione detto "champenois", le cui tecniche furono elaborate nel 1668 da Dom Perignon, cantiniere nell’abbazia di Hautvillers, nelle campagne di Reims, volle applicare tale metodo alle uve locali, le dorate e profumate uve dei vitigni di moscato.Il successo fu immediato ed eccezionale, tanto da diventare l’Asti Spumante il vino per antonomasia da stappare per celebrare e concludere degnamente ogni ricorrenza importante, ogni festa di famiglia. Si tratta di un vino dolce ma non dolciastro, fresco ma non privo di carattere, brioso ma non inconsistente. Un prodotto unico per la geniale semplicità con cui il suo inventore ha saputo fare di un vino sostanzialmente locale - e persino di nicchia come il moscato - un prodotto oggi conosciuto e apprezzato su scala mondiale.
Il Barbera è un vitigno autoctono, diffuso in tutto il Piemonte, ma che nel Monferrato e nell’Albese trova le sue massime espressioni qualitative. Vino robusto e ricco di personalità, la Barbera per decenni ha rappresentato il classico vino rosso da pasto, mentre oggi ha imboccato anch’esso la via dell’eccellenza. Nel Monferrato  ha due  DOCG: Barbera d'Asti e Barbera del Monferrato Superiore e una DOC: Barbera del Monferrato. A partire dall'anno 2000 sono state inserite tre sottozone (cru) che delimitano le aree qualitativamente più importanti della Barbera d'Asti: Nizza (la più rappresentativa ), Colli Astiani e Lauretum.

Accanto a questi vini universalmente noti, troviamo tutte le altre tipicità. Fra esse, da citare in primo luogo, il Grignolino, che è un vino di colore rosso rubino, asciutto e leggermente tannico, gradevolmente amarognolo con persistente retrogusto, adatto a tutto pasto, ma in particolare con salumi e primi piatti. Le prime notizie su di esso risalgono alla fine del '700, sembra che esso fosse da tempo conosciuto e venisse utilizzato per produrre quei celebri vini "chiaretti" già nel Cinquecento. La sua origine è senz'altro localizzata nei colli tra Asti e Casale, che tuttora costituiscono la principale zona di coltura, anche se si diffuse in altre parti della provincia di Alessandria. Il suo nome deriva quasi sicuramente da "grignòle", termine con cui vengono indicati in dialetto i vinaccioli, di cui abbondano gli acini.
La Freisa
, il cui luogo di produzione primario furono le colline del torinese e solo nel secolo XIX si cominciò a coltivarla nell’Astigiano. In genere la Freisa viene vinificata soprattutto in versione spumante. Se ne ottiene così un vino di facile accesso, beverino e poco impegnativo, abbastanza vicina come tipologia ai lambruschi emiliani. Questa scelta deriva anche dal fatto che la Freisa, benché sia una parente stretta del Nebbiolo, l'uva principe del Piemonte, ha con una componente tannica sensibilmente più marcata di questo. Da alcuni decenni è però prodotta anche in versione "ferma".
 Il Ruché è un vino di nicchia, localizzato sulle colline circostanti il borgo di Castagnole Monferrato. Le sue origini sono davvero curiose. Il vitigno era coltivato in quantità esigue da diverse famiglie del luogo e produceva poche bottiglie consumate soltanto in particolari ricorrenze festive. Negli anni ’60, il parroco, Don Cauda, acquistò da un anziano contadino una vigna che produceva un buon Barbera, con l'intenzione di sostituirla con una vigna di Ruchè.
Il parroco fece spianare il terreno che sorge alla cima di una collina in regione Sant' Eufemia e iniziò a curare di persona la coltivazione della vigna. Alla fine degli anni settanta fu don Cauda, con le sue bottiglie dall'etichetta "Ruchè del Parroco" il primo a lanciare sul mercato questo vino rosso dal profumo intenso.Nel 1987 arrivò il riconoscimento della denominazione di origine controllata con il territorio limitato a sette Comuni del Nord Est Astigiano. Il colore è rosso rubino con leggeri riflessi violacei. Il profumo è fine, persistente, dall'intenso aroma di viola e rosa canina. 

 

 

Per quanto concerne l’Alto Monferrato, qui troviamo almeno tre specificità assolutamente rilevanti: il Dolcetto di Ovada e di Acqui, il Cortese dell’Alto Monferrato, il Bracchetto d’Acqui. Il Dolcetto è un vitigno presente in Piemonte da epoca immemorabile e, con dati storici certi, da almeno 500 anni. Le sue uve sono appunto ‘dolci’ tanto che possono essere consumate come uve da tavola. Al contrario, il vino Dolcetto è secco, robusto, lievemente tannico.Un vino assolutamente virile, che si accompagna perfettamente a carni rosse e a pesanti primi piatti di paste ripiene condite con ragout di carni brasate. Se il vitigno che si coltiva nell’Alto Monferrato è lo stesso che troviamo nelle Langhe cuneensi, la differenza di suolo e di clima produce risultati differenti a livello di acini. Il Dolcetto di Ovada è più intenso, più tannico, più alcolico del cugino albese. Si tratta di un vino di colore rosso rubino con riflessi violacei; dal profumo vinoso, fresco, di viola, di bacche rosse e di gusto asciutto, secco, di moderata acidità, di media tannicità, con sentori di mandorla amara. Il suo tenore alcolico è di 12 gradi. Con un tenore alcolico superiore ai 12,50 e un invecchiamento superiore ad un anno può essere qualificato come ‘superiore’.Il Cortese dell’Alto Monferrato è un vino bianco che potrebbe essere definito senza lode e senza infamia. Un prodotto discreto, ottimo per un pranzo non impegnativo, per un bicchiere veloce al bar fra amici. Insomma un vino buono per la quotidianità, dal quale ci si può aspettare la virtù tipica dei gregari, quella di non deludere, perché è sempre in grado di dare quello promette. E’ un vino di colore paglierino chiaro con riflessi verdognoli, dal profumo delicato, e dal sapore secco, leggero, lievemente mandorlato. La sua gradazione alcolica minima è di 10 gradi.Il Bracchetto d’Acqui è un vino a denominazione controllata e garantita, la cui produzione è consentita nelle province di Alessandria e Asti. Oggi è assai richiesto per il  suo profumo floreale, per il  gusto delicato e per la  bassa gradazione alcolica (6 gradi) per l’allegria della sua spuma fragrante. E’ di colore rosso rubino, tendente al granato chiaro o rosato; il suo aroma è muschiato molto delicato, con sentori floreali e dal sapore tenue e fruttato.

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